C’è qualcosa di strano in questa serie, perché ha tutto senso, scorre tutto benissimo ma manca qualcosa. Mi spiegherò meglio, ve lo prometto, ma prima andiamo con ordine: il suicidio è una realtà che la maggior parte delle persone non conosce veramente (e meno male). Chi la conosce direttamente non è qui per raccontarcela e chi la conosce indirettamente non riuscirà mai pienamente a spiegarla. Mentre guardavo i 13 episodi, mentre ascoltavo le 13 ragioni di Hannah Baker, mi sembrava tutto giusto, tutto aveva senso; è una serie che mi ha devastato emotivamente (ed è proprio questo il suo punto di forza), ma poi mi sono fermata un attimo a pensare e ho delle cose da dire.

Quando una serie, un libro, un film, è così carico di emozioni come 13 Reasons Why, il primo istinto è quello di “dargli ragione”; ovvero quello di innalzarlo a capolavoro, ritenere che tutto ciò che gli autori volevano dirci sia giusto, e questo accade perché ci hanno parlato alla pancia. Al cuore. Ci hanno stravolto. Invece è proprio quando cala l’emozione, quando la mente si raffredda, che si può veramente analizzare per bene un prodotto del genere, che parla di un tema così difficile. La mia mente si è raffreddata ed a distanza di giorni mi sono resa conto che 13 Reasons Why ha dei problemi.

Non parlerò dei problemi “tecnici”, in quanto sono piuttosto evidenti e soprattutto abbastanza tipici di un teen drama, e non parlerò del personaggio di Bryce e della tematica dello stupro, dato che non la conosco per niente, quindi escludetela o provate a escluderla dal discorso che sto per fare.
Cominciamo.

Gli effetti che un suicidio può avere su una famiglia, su una comunità, su un gruppo di amici e conoscenti sono devastanti. È peggio di come ce lo mostra la serie. Distrugge. Distrugge tutto intorno a sé, macchia. Ed è una macchia indelebile.

 

C’è un messaggio sbagliato che 13 Reasons Why (involontariamente, a parer mio) manda. Ovvero, che il suicidio è vendetta. È riscatto personale.
E non è così.

Il suicidio lascia inevitabilmente del senso di colpa dietro di sé, ma la vittima non colpevolizza a tal punto i suoi amici, la sua famiglia. Non dà spiegazioni. Non punta il dito. Quello lo fa chi resta.

Hannah dà una risposta ai suoi amici e conoscenti che è troppo romanzata, troppo diretta, troppo lucida, troppo sicura, troppo poco personale, troppo crudele in qualche modo.

Chi rimane dopo un suicidio, chi continua a vivere, andrà avanti tutta la vita con delle domande a cui non avrà mai la risposta. Hannah ne lascia tredici di risposte, ma a parer mio non sono sufficienti.

Se 13 Reasons Why diventa l’unica finestra che una persona, giovane o meno, ha a disposizione per vedere cos’è il suicidio, è un problema. Mi spaventa, mi spaventa molto e devo ammettere che ho anche pensato: “E se qualcuno dovesse pensare che questa è la soluzione? Se qualcuno dovesse vedere Hannah e immedesimarsi? Se qualcuno dovesse pensare che tutto questo è una gran figata e volesse emularlo?”.

Ecco, questo è il mio problema. 13 Reasons Why non è realistico. O meglio, lo è perché è vero che tutte le cose meschine che vengono dette su di te/le cose che ti vengono fatte possono creare un effetto valanga che ti travolge, ma il suicidio va oltre questo. È questo, ma con qualcosa in più. E quel qualcosa in più non viene mostrato.

Il suicidio non è una cosa che appartiene agli altri. In questa serie non viene toccata mai la sanità mentale, non viene mai toccata la vita familiare di Hannah, non viene mai toccata realmente Hannah stessa, i demoni che deve aver avuto a prescindere dalle persone intorno a lei. Vengono toccati invece degli “errori” di ragazzi che vivranno con un senso di colpa che se li mangerà vivi (si vedano Ryan, Zach, ma anche lo stesso Clay Jensen), e a quale scopo? Perché così avranno “imparato la lezione”?

13 Reasons Why secondo me è caduto nella pretesa di essere una risposta al problema del suicidio, e no, non penso che lo sia. Non basta trattare bene le persone e non fare battutine, come non basta non dire quella meschinità, essere gentili o rimanere quando qualcuno ti urla di andartene. Tutto questo non basta per salvare qualcuno che ha deciso di uccidersi.

Aiuta? Sì, probabile.

Le persone dovrebbero trattarsi con rispetto? Certamente.

Ma non basta. Non è solo questo.

Penso che 13 Reasons Why affronti molto bene il discorso sul bullismo e sul cyberbullismo, il discorso sullo stupro – nel quale volontariamente non mi sono addentrata, poiché Bryce a mio avviso è l’unico vero assassino, l’unico che meritava di avere un dito puntato addosso – e il discorso sullo slut shaming, mentre tratti un po’ meno bene il discorso della depressione, della sanità mentale, del suicidio, e di come queste tre cose siano estremamente, se non esclusivamente, personali.

 


Si salvano in calcio d’angolo mostrando il suicidio di Hannah senza filtri, girando e presentandoci una scena difficilissima da guardare, che dà il voltastomaco, che ci terrorizza. Hannah è sola, e quello che fa è doloroso sia per lei che per noi.
È grottesco, è sanguinolento. Giusto. Bravi. Perché altrimenti rischiava di venire veramente troppo romanzato, e invece il suicidio è questo: è sangue, è violenza, è la difficoltà fisica e mentale che si prova nel guardarlo, a concepirlo, a contemplarlo.

È un genitore, un familiare che ti trova.

È morte, una morte sporca, che macchia, ed è aberrante.

E meno male che ce l’hanno fatto vedere.

Detto questo, è un bel progetto realizzato in buona fede (a parte l’annuncio della seconda stagione, che non serviva. Proprio no). È un racconto veritiero, ma non del tutto. E la cosa che mi spaventa è che possa essere l’unico mezzo che una persona accetti per avvicinarsi alla realtà del suicidio, che si prenda tutto come oro colato quando invece bisognerebbe ampliare ancora di più il discorso, e di parecchio.
Un buon punto di partenza, forse, macchiato dalla pretesa di essere il punto di arrivo.

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