L’essere donna è un concetto ampio, complesso. C’è una lunga storia di donne di certe carnagioni, o fedi, o orientamenti sessuali a cui viene negata la piena umanità in confronto ad altre donne. E solo recentemente le donne trans hanno iniziato ad essere incluse in queste conversazioni, mentre le persone trans sono sempre esistite sia nell’ombra sia alla luce del sole.

Essere una donna trans significa essere una donna. Perché ci sono molti modi di esistere nelle costellazioni del genere.

Siamo qui, belle e orgogliose, come dovrebbero essere le donne proveniente da tutti i diversi background. Tuttavia, sentiamo spesso solo uno o due nomi tra le nostre rappresentanti storiche: Lili Elbe e Christine Jorgensen. Certo, oggi abbiamo la fortuna di avere figure come Janet Mock, Jennifer Finney Boylan, Laverne Cox, e molte altre. Ma ce ne sono molte di più, attraverso ere ed oceani.

E quindi, ecco alcune meravigliose donne trans spesso assenti dai libri di storia. Molte di queste figure sono esistite prima che esistesse la parola “transgender”, e dobbiamo stare attent* a non presumere che le etichette del presente definiscano sempre le persone del passato come è probabile che sia per noi oggi. Molte si sono anche sottoposte all’intervento di riassegnazione di genere – tuttavia è importante notare che non tutte le persone trans vogliono o possono permettersi tali procedure, ed essere trans non equivale a quali interventi chirurgici si siano o non si siano fatti.

Detto ciò, queste figure si incastrano all’interno di un’ampia storia di transessualità, anche se alcune sono praticamente sconosciute. Ora, è con grande piacere che vi scrivo un po’ della loro storia, così che non debbano più essere fantasmi.

1. Chevalier d’Eon (1728 – 1810)

Spia, diplomatica, schermidora, enigma: Chevalier d’Eon era molte cose, ma molte di esse rimangono ancora un mistero. Nel 1763 ha aiutato a negoziare la fine di una guerra di sette anni tra Francia e Bretagna. Più tardi, re Luigi XVI, temendo un ricatto da parte di d’Eon – era stata richiamata da Londra in Francia dal re, e aveva poi minacciato di rivelare i piani francesi di invadere l’Inghilterra se non le fosse stato permesso di restare lì – diede un ordine straordinario: che d’Eon rimanesse in Bretagna, ma solo se avesse vissuto a tempo pieno come donna. D’Eon, che era già conosciuta per essersi presentata come donna, incoraggiò l’idea, prendendo il nome Mademoiselle de Beaumont.

Appare in molte illustrazioni dell’epoca, ma è stata più notoriamente immortalata in un ritratto che si trova alla London National Gallery. È difficile sapere con certezza se si identificasse, oggi, come transgender, ma dato il suo desiderio di vivere a tempo pieno come donna nonostante fosse svantaggioso nell’Inghilterra patriarcale, è innegabilmente una parte della nostra storia che vale la pena ricordare.

2. Mary Jones (1781 – 1861)

Una delle prime storie documentate di una donna trans in America, Jones era una prostituta nera a New York. Una notte del 1836, Robert Haslem, un muratore bianco, la trovò in un vicolo e decise di pagarla per fare sesso con lei; sulla strada del ritorno, scoprì che gli mancavano novantanove dollari. Jones fu citata in giudizio per furto, e nonostante i fischi continui, si presentò tutti i giorni in abiti eleganti femminili. Testimoniò che si era sempre vestita in quel modo a New Orleans e con altre persone di colore. Dopo giorni di insulti e battute a suo danno, la corte condannò Jones a cinque anni di prigione, e lei fu commemorata in un’illustrazione che la definiva volgarmente come “l’uomo-mostro”.

Nonostante la discriminazione in quanto prostituta queer di colore, Mary Jones si rifiutò di rinunciare alla propria identità. Nonostante il sistema della corte la sfidasse e la volesse far conformare a standard che non erano in linea con quello in cui credeva, Mary rimase forte. Con questi ideali in testa, non solo lasciò un segno nella storia, ma rimane anche un importante esempio nel casellario giudiziale.

3. Lili Elbe (1882 – 1931)

Uno dei nomi più iconici e tragici ai nostri albori, la donna trans danese Lili Elbe è un promemoria sia di quanta strada sia stata fatta, sia di quanto non siamo riusciti ancora ad andare avanti. Pittrice sposata con un’altra pittrice, la storia di Elbe è iniziata, secondo il suo racconto, quando una delle modelle di sua moglie Gerda non si presentò. Gerda chiese a Elbe di fare da modella al posto suo. Quel momento fu sorprendente per lei: si sentiva bene in abiti femminili e ad essere rappresentata come donna. Continuò a farlo nel privato, incoraggiata da Gerda. Ma si sentiva confusa da queste sensazioni.

La disforia era travolgente e inspiegabile per lei. I dottori scuotevano la testa, ed Elbe divenne disperatamente convinta che «il mio caso non ha precedenti nella storia della medicina».
Nel 1930, progettò di uccidersi. Il leggendario dottor Magnus Hirschfield – che stava lavorando per determinare come il sesso, l’orientamento sessuale e il genere fossero connessi – la salvò prontamente, sostenendo di poterle impiantare un utero attraverso nuove procedure sperimentali. Elbe, che era allora divorziata, corse il rischio, sottoponendosi a molteplici interventi. Iniziò a presentarsi alla società come Elbe, nonostante il rifiuto di molti che la conoscevano da prima, e disse di voler dare alla luce un bambino.
Sfortunatamente, morì l’anno seguente dopo che Hirschfield le impiantò l’utero, ma, almeno per poco, è stata una figura incredibile per il suo tempo.

4. Lucy Hicks Anderson (1886 – 1951)

Una vera pioniera ignorata, Anderson nacque nel 1886 nel Kentucky. Fin da piccola, aveva voluto presentarsi come femmina e diceva di volersi chiamare Lucy invece che con il suo nome di nascita, Tobias, il che preoccupava sua madre. In maniera sbalorditiva per l’epoca, un medico consigliò di far crescere Lucy come una ragazza.

Anderson sposò due uomini nel corso della sua vita, combattendo per far accettare la legalità dei suoi matrimoni e per farsi accettare in quanto donna – il che la rende una precursora sia della lotta per il matrimonio egualitario, sia per l’accettazione delle persone transgender. Tuttavia, venne accusata di aver “mentito” sotto giuramento al suo matrimonio, non dichiarando che le era stato assegnato il genere maschile alla nascita. La sua risposta, benché non accettata, fu potente. «Sfido qualunque dottore al mondo a provare che non sono una donna», disse ai giornalisti. «Ho vissuto, mi sono vestita e mi sono comportata proprio come quello sono, una donna».

5. Coccinelle (1931 – 2006)

Nata a Parigi nel 1931, l’attrice e showgirl Jacqueline Dufresnoy (meglio conosciuta per il suo nome d’arte Coccinelle) fu una delle primissime donne trans a sottoporsi all’intervento di riassegnazione di genere. Iniziò la terapia ormonale nel 1952, l’anno in cui Christine Jorgensen divenne la donna trans più visibile d’America, e sette anni più tardi si sottopose alla vaginoplastica.

L’artista divenne presto una stella, apparendo in film e spettacoli e il cantante italiano Ghigo Agosti le dedicò persino una canzone dal titolo Coccinella. Il suo intervento e conseguente matrimonio in Francia, portarono il paese a modificare le proprie leggi in modo che il genere sul certificato di nascita potesse essere cambiato dopo interventi simili, inoltre portò la Francia a permettere ai cittadini trans di sposarsi legalmente. Coccinelle continuò a fondare diverse organizzazioni impegnate ad aiutare le persone trans e gender-nonconforming.

6. Christine Jorgensen (1926 – 1989)

Prima di Caitlyn Jenner, c’è stata una donna trans con le stesse iniziali: Christine Jorgensen. Era del Bronx e, nel 1952, dopo i primi passi verso l’intervento di riassegnazione di genere, si è catapultata verso l’attenzione della nazione. Il New York Daily annunciò: «Ex-G.I. diventa una bellezza bionda». La trasformazione di Jorgensen fu spesso trattata come prova del progresso scientifico piuttosto che come un’affermazione dell’identità trans; veniva paragonata a razzi e bombe nucleari. Veniva chiamata “La Prima Transessuale d’America” – impreciso, ma indicativo di quanto fosse iconica. Era vistosa e affascinante e si esibiva a Hollywood per 12.500 dollari la settimana.

Nonostante Jorgensen fosse famosa, attirava anche rabbia e paura, specialmente quando il pubblico americano iniziò a saperne di più su cosa comportasse la transizione; molti americani inizialmente pensavano che la Jorgensen potesse avere le mestruazioni e partorire e mostrarono reazioni negative quando appresero che non poteva.
Jorgensen morì nel 1989 nella fama e nell’infamia, lasciando molti americani cisgender ancora senza un’idea di cosa potesse voler dire essere trans. Ma ora, erano almeno consapevoli che esistessero.

7. Carlett Brown (1927 – ?)

«Voglio solo diventare una donna il più velocemente possibile, è tutto», disse Carlett Brown, una veterinaria afro-americana, dopo che uscì la notizia dell’intervento di riassegnazione di genere di Christine Jorgensen. «Diventerò cittadina di qualunque paese che mi permetterà di avere il trattamento di cui ho bisogno e di essere operata», continuò, dal momento che la riassegnazione di genere non era legale negli Stati Uniti.

Brown era intersex. Mentre il suo medico le suggerì di sottoporsi alla chirurgia per diventare più “tipicamente uomo”, Brown voleva l’opposto. Un anno dopo l’apparizione di Jorgensen sulle prime pagine dei giornali, il Jet Magazine fece apparire Brown in copertina per puntare il riflettore la sua storia allora rivoluzionaria, e la descrisse, anche se vergognosamente, come “Il primo cambio di sesso negro”. Ma prima che potesse partire, venne arrestata per “cross-dressing” (travestitismo, N.d.T.) e poi trattenuta per non aver pagato le tasse.
Subito dopo, sembra essere sparita.

8. Sylvia Rivera (1951 – 2002)

Sylvia Rivera, nata a New York di discendenza portoricana e venezuelana nel 1951, fu un’iconica attivista LGBTQ. Da bambina fu vittima di bullismo per via del suo comportamento “effemminato”; da adulta frequentò il famoso Stonewall Inn, e si è menzionato che fosse stata presente agli storici Stonewall Riots, quando le persone queer si sono notoriamente difese dalla polizia che aveva tentato un raid anti-LGBTQ al bar (anche se ci sono discordanze sul fatto se Rivera fosse veramente là oppure no).

Venne cacciata di casa più di una volta e co-fondò STAR, un gruppo con lo scopo di proteggere le drag queen e le donne trans. Protestò contro i leader dei diritti gay, che avevano cercato di mettere da parte le drag queen e le donne, dipingendo i diritti gay come iper-maschili, e combatté per l’inclusione in tutte le organizzazioni ed eventi LGBTQ. La percezione di genere di Rivera era fluida, in evoluzione durante il corso della sua vita; a volte si identificava come donna, a volte come un uomo gay “effemminato”, a volte come entrambi o come terzo genere, quindi, fondamentalmente, anche lei è stata un’importante attivista non binaria.

9. Marsha P. Johnson (1945 – 1992)

Come Sylvia Rivera, Marsha P. Johnson è una figura iconica di colore nella liberazione queer. Nata nel New Jersey, Johnson si abituò al bigottismo anti-LGBTQ fin da bambina. Nel 1967, si trasferì nel West Village a New York per fuggire dall’impatto di quella discriminazione. Fu presente ai leggendari Stonewall Riots, e si dice che abbia lanciato il primo mattone in quella notte storica. Dopo Stonewall, divenne amica di Rivera, con la quale co-fondò l’organizzazione STAR. Il gruppo lavorò per dare potere a e aiutare le donne trans, con un interesse speciale verso le donne trans senzatetto di colore.

Negli anni ‘80, Johnson divenne un’attivista per la lotta all’AIDS, manifestando con l’AIDS Coalition to Unleash Power per aiutare a creare consapevolezza e ad abbassare i prezzi dei trattamenti per l’AIDS. Era ovunque – apparì persino in una serie di fotografie di Andy Warhol raffiguranti drag queen. Ma la sua vita terminò bruscamente nel luglio del 1992, quando il suo corpo venne estratto, interamente rivestito, dal fiume Hudson vicino a Christopher Street. Inizialmente gli ufficiali classificarono il caso come suicidio. La famiglia e gli amici di Johnson, al contrario, dichiararono che era stata più probabilmente assassinata, dal momento che era stata spesso molestata nei pressi del molo. Il caso venne modificato da suicidio a “indefinito”, come rimane ancora oggi, nonostante sia stato riaperto nel 2012. Inoltre, un nuovo documentario spera di indagare sulla morte prematura di Johnson.

Johnson, come Rivera, non si identificava pienamente come donna trans. Usava spesso pronomi femminili, come altre drag queen nella sua cerchia, e prese persino in considerazione l’intervento di riassegnazione di genere. Ma si identificava anche come uomo, il che la collocava su uno spettro più ampio di identità di genere non binaria.

10. Sir Lady Java (1913 – )

Il travestitismo rimase a lungo illegale nella maggior parte dell’America, e le donne trans – che semplicemente si vestivano – venivano trattate come travestiti. Sir Lady Java, che nacque a New Orleans e si trasferì più tardi a Los Angeles, protestò contro la famigerata legge n°9 di Los Angeles che vietava il travestitismo.

Java, che lavorava sia come cameriera che come “travestito” al Redd Foxx Club e che ha dichiarato di aver frequentato Sammy Davis Jr., venne descritta nel Jet Magazine per la sua bellezza formosa e per il suo picchettaggio continuo. Piegandosi alle pressioni dell’LAPD (Los Angeles Police Department, N.d.T.), che voleva fermare il numero di Java al club, il Redd Foxx la licenziò, e lei si unì all’ACLU (American Civil Liberties Union) per protestare. Anche se le sue richieste vennero alla fine rifiutate, Java ricevette l’attenzione della nazione, in particolare dalle pubblicazioni afro-americane e queer, e contribuì senza dubbio a far sparire queste leggi.

11. Renée Richards (1934 – presente)

Dopo Christine Jorgensen, forse è Renée Richards la donna trans più famosa d’America. Nata a New York nel 1934, Richards era un’oculista e una tennista. Si sottopose all’intervento di riassegnazione di genere nel 1975, ma le fu negato l’accesso agli U.S. Open dalla United States Tennis Association quando riprese a giocare a tennis l’anno seguente. L’associazione iniziò a richiedere esami “genetici” alle atlete dopo la transizione della Richards, ma questa dichiarò che la politica era illegale e, nel 1977, la Corte Suprema di New York deliberò a suo favore.
Richards divenne infine una delle atlete trans più iconiche.

12. Mianne Bagger (1966 – presente)

Un’altra atleta trans pionieristica, Mianne Bagger, nacque a Copenhagen nel 1966, e si trasferì poi in Australia con la sua famiglia quando aveva 12 anni. Iniziò a giocare a golf e, nel 2004, diventò la prima donna dichiaratamente trans a completare il torneo femminile degli Australian Open. Con il suo coming out aiutò a introdurre delle politiche più inclusive per le persone trans in diverse organizzazioni golfistiche. Tuttavia, organizzazioni come la Ladies Professional Golfing Association, le negarono l’ingresso, mentre altre richiesero che le atlete trans si sottoponessero ad esami psichiatrici estremi che la Bagger e molte altre sportive trans ritenevano umilianti. In particolar modo, nel mondo dello sport in generale, c’è ancora molto da fare per quanto riguarda l’accettazione delle persone trans.

13. Jowelle de Souza (1971 – presente)

Nata a Trinidad, Jowelle de Souza è un’iconica donna trans caraibica. De Souza fu la prima donna di Trinidad a sottoporsi alla chirurgia di riassegnazione di genere, e divenne inoltre la prima persona trans a candidarsi a un incarico politico sull’isola. Paradossalmente, ai gay non è concesso viaggiare legalmente a Trinidad, anche se la legge non viene regolarmente fatta rispettare. Non è inoltre possibile cambiare il proprio genere legalmente, quindi la storia di de Souza sembra quasi un miracolo.

Essere apertamente trans sull’isola (e sulle isole dei Caraibi) può essere pericoloso e difficile, e la forte de Souza ha incontrato un mix di supporto incoraggiante e critiche bigotte. Anche se ha perso l’offerta per l’incarico, rimane un simbolo importante e una sostenitrice dei diritti trans sulle nostre isole, ma forse è meglio conosciuta, ideologicamente, per il suo sostegno ai diritti degli animali.

14. Nong Toom (1981 – presente)

Una storia memorabile. Parinya Chareoenphol (meglio conosciuta come Nong Toom) nacque in una famiglia di nomadi in un paese povero della Thailandia e da bambina venne espulsa da un monastero. A 12 anni iniziò il training per diventare una pugile di muay thai – e diventò una campionessa, vincendo 20 match su 22 – potendosi così permettere i costi eccessivi dell’intervento di riassegnazione di genere che voleva da quando era bambina.

Nel 1999, si sottopose all’intervento e iniziò a vivere a tempo pieno come donna. Ma Toom divenne una figura di controversia nazionale a causa del suo genere – dato che alle donne era proibito entrare in un’arena di kickboxing; lo sport è sacro in Thailandia, essendosi evoluto come modo di combattere i Burmesi, e Toom fu condannata per aver “macchiato” lo sport. Tuttavia insistette, ed è un’icona per questo. «È una persona così piena di contraddizioni», disse nel 2005 Ekachai Uekrongtham, regista di un film su di lei. «Si è prefissata di padroneggiare l’attività più mascolina per raggiungere la totale femminilità».

15. Angela Morley (1924 – 2009)

Morley spicca non solo in quanto compositrice – di per sé, purtroppo, relativamente raro – ma in quanto unica compositrice apertamente trans. Nata nello Yorkshire nel 1924, Morley effettuò la transizione nel 1972 e vinse due Emmy per i suoi arrangiamenti musicali. Fu inoltre la prima persona apertamente trans ad essere nominata per un Academy Award. Morley morì nel 2009, ma lasciò un’eredità importante dietro di sé.

Fondamentalmente, questa lista non è per niente conclusiva. Ci sono fin troppi nomi da citare, provenienti da tutto il mondo – e, certamente, ci sono molte donne trans di cui, purtroppo, potremmo non conoscere i nomi. Ma spero che questa lista aiuti ad accrescere l’interesse per queste donne – tutte parte importante della Storia delle Donne, ma che sono tuttavia raramente riconosciute in quanto tali – che sono state confinate in spazi a parte o a cui non è stato dato per niente uno spazio.

Fonte: HelloGiggles
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