L’estate scorsa, io e la mia famiglia abbiamo fatto un ulteriore passo verso la nascente società virtuale, registrando un account su Netflix.

Per prima cosa, io ho provveduto a recuperare Grace & Frankie, che avevo cominciato poco più di un anno prima, ma non ero riuscito a terminare. A questo punto, l’algoritmo di Netflix ha immediatamente capito che non sono indifferente alle tematiche LGBTQIA+ e mi ha suggerito 4th man out.

L’esca ha funzionato: rimasto solo a casa per pranzo, ho immediatamente guardato il film e, una volta finito, ho capito che, prima o poi, avrei dovuto scriverne su Bossy.
4th man out è un film indipendente del 2015, premiato presso molti festival cinematografici LGBTQIA+ e non solo.


La parola chiave della mia recensione sarà semplicità.
Il montaggio e la fotografia sono basilari: nell’uso delle luci e nella scelta delle inquadrature non c’è alcun virtuosismo che guidi gli spettatori alla scoperta di un significato ulteriore a quello della trama. Anche gli attori (nessun volto particolarmente noto, se non quello di Chord Overstreet, il Sam della serie televisiva Glee) sono caratteristi, superficiali (da intendersi in senso letterale come poco profondi, non come cani) e lineari, come nelle commedie americane con Adam Sandler, Jennifer Aniston, Will Ferrell…
Non so se fosse precisamente la strategia degli autori Aaron Danick (sceneggiatore) e Andrew Nackman (regista), ma, ad ogni modo, credo la semplicità sia stata una scelta vincente: il film è facilmente fruibile da un pubblico molto ampio e anche molto godibile.
D’altronde anche la trama è molto semplice: compiuti ventiquattro anni, Adam decide di fare coming out con i suoi tre migliori amici. Per gli altri ragazzi è uno shock: da un lato, dei gay sanno quel poco che possono aver visto alla televisione, non ne hanno mai conosciuto uno di persona, e, se anche è successo, nessuno ha mai obbligato loro a farci amicizia, quindi non sanno come relazionarsi a un uomo omosessuale; dall’altro, Adam è sempre Adam, l’amico di una vita che gioca con loro ai videogiochi, guarda lo sport trangugiando pizza e tracannando birra, è appassionato di automobili e lavora come meccanico nel tranquillo sobborgo di periferia dove sono nati e cresciuti l’uno affianco all’altro… Perché, quindi, dovrebbero cominciare a comportarsi in modo diverso con lui?
Superata la sorpresa iniziale, i tre decidono di aiutare l’amico a trovarsi un compagno, gettandolo in un giro di appuntamenti dove si susseguono le canoniche gag da commedia americana.
In particolare, in una sequenza del film, Jessica, ragazza/trombamica di Chris, migliore amico di Adam, decide di organizzare un’uscita a quattro con un suo amico gay di città. La serata è un disastro: quest’uomo è uno pseudo-intellettuale-pittore, una di quelle persone – omosessuali, eterosessuali, bianche, nere… Se ne trovano di tutti i tipi, al mondo! – che accozzano paroloni forbiti per dimostrare, in fin dei conti, di non avere alcun contenuto.

Adam e Chris si divertono a deriderlo, fino a farlo andar via stizzito. Jessica apostrofa il protagonista, dicendo: «Che razza di gay sei? Odi la tua stessa gente!».

L’altro replica: «Non lo odio perché è gay», e l’amico lo aiuta: «Lo odia perché è un co***one!»


Credo questo dialogo offra la chiave di lettura del film.
Ad alcuni potrebbe non piacere il personaggio di Adam. Alcuni, infatti, potrebbero asserire che, con la sua passione per lo sport e le automobili, dia un’idea troppo “eteronormata” degli uomini omosessuali. Ma non è così: Adam non è, né vuole incarnare, l’archetipo del gay perfetto cui tutti dovrebbero attenersi, Adam è semplicemente un uomo gay come tanti altri, con i suoi amici, il suo lavoro, i suoi interessi…
Vogliamo dire che è fatto così perché è cresciuto in un sobborgo? Vogliamo dire che, probabilmente, se fosse sempre vissuto in una grande città sarebbe una persone diversa? Diciamolo pure. Fatto sta che Adam è Adam: è le sue origini, il suo passato, le sue persone, i suoi stimoli, il suo percorso di crescita individuale… E io non ci trovo assolutamente niente di “eteronormato”.
4th man out non nega che, oltre quello di Adam, ci siano altri n modi di essere omosessuali, alcuni più vicini all’immaginario comune, altri completamente diversi – personalmente, ritengo che tutti quanti, LGBTQIA+ e non, dovremmo impegnarci di più a scindere le preferenze sessuali di ogni essere umano da tutti gli altri aspetti della sua vita.
Non nega che i finti-artisti-finti-intellettuali siano dei co***oni, a prescindere dal loro orientamento sessuale o da qualsiasi altro aspetto della loro sessualità, etnia, cultura…
Non nega neanche che un giorno Adam non possa aver ampliato i suoi orizzonti, che non possa, magari, sfilare al Pride, accanto a un compagno e/o ai suoi tre amici d’infanzia.
Non nega niente di tutto ciò, semplicemente preferisce porre l’attenzione degli spettatori su altro: sulla quotidianità.
Quando sono ben fatti, io amo i film che parlano degli obiettivi politici degli LGBTQIA+, come Milk o Itty Bitty Titty Committee; ma, al tempo stesso, non vorrei che i giovanissimi che stanno scoprendo la propria sessualità pensassero che omo/bi/transessualità sia soltanto politica.
È anche quello, ed è importante – purtroppo importante, perché in una società giusta non dovrebbe esserlo – che sia anche quello. Ma è anche quotidianità, condivisione, piccoli e grandi problemi, dal coming out alle prime cotte, fino agli appuntamenti disastrosi e, perché no, quelli che vanno bene.
Perciò io amo anche i film che parlano della quotidianità delle persone LGBTQIA+, cioè di ciò che, prima di tutto, li rende persone come tutte le altre, e solo in un secondo momento lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, queer

Questo è il mio pensiero riguardo un film molto semplice e, a giudicare dall’accoglienza, direi che è largamente condiviso.
Ne sono felice: se possiamo parlare di coming out con leggerezza in una commedia americana senza troppe pretese, significa che siamo un passo più vicino alla parità; perché solo quando possiamo fare dell’innocente ironia su qualcosa, possiamo parlarne, pensarla e viverla liberamente.
4th man out non è un film che vi farà piangere o riflettere sul senso della vita, dell’amore o della sessualità. È un film semplice, da guardare in un momento di relax con gli amici di una vita, in un piovoso sabato sera. È un film che, pur nella sua semplicità, anzi, proprio in virtù di questa, può aiutare ad aprire un dialogo tra persone diverse.

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