(Attenzione: contiene riferimenti all’abuso sui minori e allo stupro)

Vi è mai capitato di imbattervi nella storia di un’icona rivoluzionaria e di rispecchiarvi in lei?

Per esempio, magari questa persona è nata nella vostra stessa città. O magari avete certe caratteristiche in comune, come essere una donna, essere disabile, essere un’artista, essere di colore. Forse avete condiviso un’esperienza che ha influenzato il vostro modo di vivere.

La maggior parte delle eroine femministe che ho studiato a scuola sembravano avere un unico scopo. Per esempio, ho imparato che Susan B. Anthony lottò per la partecipazione delle donne al voto, e che Rosa Parks rimase seduta per ribellarsi alla segregazione.

Queste due donne sono state rappresentate come femministe impegnate in una causa sola. Ma Rosa Parks non si è battuta soltanto contro una delle tante forme di oppressione, cioè il razzismo: si stava battendo anche contro il sessismo.

Le sfumature dell’identità di una persona sono elementi importanti, in relazione all’operato dei loro movimenti di protesta, ed ecco perché è fondamentale dare ancora più voce alle storie di coloro che vivono nelle intersezioni della razza, del genere, della disabilità e così via.

Essere a conoscenza di individui che hanno vissuto esperienze intersezionali, come Sylvia Rivera, una donna transgender Venezuelana-Portoricana che si prostituiva ed è sopravvissuta ad eventi traumatici, è indispensabile per le femministe che vogliano rendere onore a chi ha lottato senza sosta per il cambiamento sociale.

Quando ho scoperto la storia di Sylvia Rivera, mi sono sentita come se avessi trovato mia madre.

La mia vita rispecchia quella di Sylvia nello stesso modo in cui la mimica e le abitudini di una persona rispecchiano quelle dei suoi genitori. Non riuscivo a credere che qualcuno avesse documentato la fluidità di genere di Sylvia, i suoi traumi e le esperienze con la prostituzione, aiutandomi ad affrontare il mio senso di isolamento a proposito di questi tabù.

Al momento Sylvia Rivera sta ottenendo sempre più visibilità, venendo nominata durante discorsi LGBTQIA+ tenuti da altre persone transgender, anche se queste brevi menzioni raramente le rendono il dovuto rispetto per la battaglia per l’emancipazione che ha portato avanti su moltissimi fronti.

In questo video, riesumato da Reina Gossett in un archivio lesbico a New York, possiamo vedere l’intensità con cui Sylvia si esprime contro gli atti di violenza gratuita da parte della polizia, l’integrazione della comunità gay, l’incarcerazione, i senzatetto e lo stupro.

Ci sono voluti quaranta lunghi anni di resistenza e genialità per liberare le persone queer e transgender dalla violenza, e c’è ancora tanto lavoro da fare. È importante conoscere questa storia e tutta quell’eredità che ha aperto la strada per l’opera di emancipazione che va avanti ancora oggi.

Per fortuna, Martin Duberman ha documentato la partecipazione di Sylvia Rivera alla rivolta di Stonewall nel suo libro Stonewall. La maggior parte dei fatti riportati in questo articolo provengono dal libro e dall’intervista-documentario di Randy Wicker, che è stata condivisa da Reina Gosset e che potete trovare su Vimeo.

Senza stare a dilungarci ulteriormente, ecco a voi 5 fatti su Sylvia Rivera:

1. Sylvia Rivera Aveva Una Fidanzata Transgender, Julia Murray

Molto spesso la sessualità fluida e queer delle donne transgender viene cancellata del tutto.

Ciò è dovuto in gran parte a procedure mediche datate che hanno stabilito moltissimi dei requisiti cis-normativi per decretare la “legittimità” di una persona transgender, come per esempio odiare i propri genitali, giocare sin dall’infanzia con giocattoli del genere “opposto” ed essere completamente eterosessuale nel tuo genere.

Ma Sylvia non poteva essere inquadrata precisamente in nessuna di queste categorie.

Durante la sua infanzia lei era orgogliosamente gay e non aveva intenzione di scusarsi per ciò quando si trovava di fronte a figure autoritarie, principalmente poliziotti, giudici e operatori sanitari. Rispondeva alle loro vessazioni con sarcasmo, una delle cose che preferisco a proposito di Sylvia.

Sylvia e Julia si sono conosciute mentre si stavano organizzando con altre persone transgender, che vivevano tutte insieme in un edificio a Brooklyn, la “Transie House”. Ricorda di essere stata arrestata per aver aiutato altre persone ad organizzare movimenti politici di protesta contro le violenze anti-LGBTQIA+, come per esempio l’omicidio di Matthew Shepard.

Poco dopo essersi trasferita nella Transie House, Julia ebbe un crollo psicologico. Sylvia assicura che questo succede a molte persone transgender, e dal momento che la Transie House ospitava persone transgender che avevano bisogno di aiuto, quello era il posto perfetto per Julia.

Non le piaceva dormire da sola, così scelse di dormire sul tappeto nel soggiorno dove stava anche Sylvia, che le offrì il suo letto. La loro amicizia diventò sempre più profonda nel corso dei mesi, e divennero una coppia nel febbraio del 1999.

Sylvia ricorda:

“Sento che il nostro essere entrambe transgender ci ha permesso di capire cosa aveva passato l’altra. Abbiamo sempre avuto relazioni con uomini, ma gli uomini che abbiamo incontrato non sono stati capaci di darci quella sensibilità che noi invece riusciamo a condividere.”

Nell’intervista di Randy Wicker, gli amici di Sylvia ricordano come la sua relazione con Julia la aiutò a disintossicarsi dalle dipendenze da droghe e alcool, dipendenze durate una vita.

Questa storia di donne transgender che si amano e si supportano l’un l’altra, superando insieme la tossicodipendenza, l’essere senzatetto e le crisi psicologiche, è di fondamentale importanza per combattere le narrazioni cis-normative, che dettano le regole su come le persone transgender sono state in passato e dovrebbero essere.

E, inoltre, amo il fatto che la loro relazione abbia avuto un effetto curativo in un’epoca di rivoluzione e cambiamento storico.

(Fonte: The New York Times)

2. Sylvia È Diventata Una Prostituta Per Finanziare La Sopravvivenza Della Sua Comunità

Secondo il documentario “Pay It No Mind” e il libro di Duberman, Stonewall, Sylvia Rivera conobbe Marsha P. Johnson per organizzare la “Street Transvestite Action Revolutionaries” (STAR), cominciando dal trovare per le persone transgender una casa che non fosse la strada.

Sylvia e Marsha trovarono una roulotte abbandonata e riuscirono a dare casa a circa due dozzine di donne transgender senzatetto. Si sono entrambe prostituite per sopravvivere e poter pagare la spesa, chiedendo ad altre persone che si prostituivano di dare una percentuale per finanziare la STAR House.

Una mattina, Sylvia e Marsha stavano tornando a casa con la spesa, quando si accorsero che qualcuno aveva portato via la roulotte. Per fortuna, tutte le altre donne tranne una erano riuscite a scappare prima che il guidatore le portasse via.

Ritrovandosi senza casa, Bubbles Rose Marie, un membro della STAR, chiese ad un boss mafioso di poter affittare un edificio vuoto, e con la sua approvazione, la STAR House si trasferì al 213 E. della seconda strada a New York.

L’edificio non aveva l’impianto idraulico, né quello elettrico, né il riscaldamento. Sylvia e gli altri membri della STAR si misero a sistemare l’edificio da sole, senza avere alcuna conoscenza per farlo, e ci riuscirono!

La STAR House aveva costantemente bisogno di denaro, e le organizzazioni gay del tempo restavano molto sul vago quando si trattava di fare promesse per i finanziamenti. La responsabilità cadeva sui membri della STAR, soprattutto su Sylvia e Marsha, che dovevano prostituirsi sempre di più per pagare le spese.

Un giorno Sylvia incontrò il padrone di casa che reclamava 900 dollari per tre mesi arretrati di affitto. Quando Sylvia si confrontò con Bubbles, questa ammise di non aver pagato l’affitto. Il padrone di casa chiamò le autorità e sfrattò tutti gli inquilini della STAR House.

Ma loro non andarono via senza prima aver gettato il frigorifero dalla finestra come “vaffanculo” finale.

3. Sylvia È Sopravvissuta Ad Un’infanzia Traumatica

Quando Sylvia aveva 3 anni, sua madre versò del veleno per topi in due bicchieri di latte. Dopo averne bevuto uno, disse a Sylvia di sbrigarsi e fare lo stesso, che dopo pochi sorsi si rifiutò di finire il bicchiere perché aveva un cattivo sapore.

Sua madre aggiunse dello zucchero nel bicchiere e la incitò a finirlo, ma dopo che Sylvia cominciò ad avere conati di vomito per il sapore del veleno sua madre finì anche il suo bicchiere e andò a nascondersi in bagno per un po’, prima di mettersi a piangere e correre fuori dai vicini di casa.

A Sylvia venne fatta la lavanda gastrica in ospedale e si riprese del tutto. Sua madre purtroppo non ce la fece, e morì due giorni dopo.

Sylvia venne data in affidamento alla nonna Viejita, e all’età di 7 anni venne mandata in una scuola Cattolica per ragazzi perché Viejita si ammalò. Una volta guarita si rifiutò di riprendersi cura di Sylvia, ma le suore insisterono e riuscirono a farle cambiare idea.

Dal quel momento in poi, Sylvia venne sballottata da una custodia all’altra, tra cui un’amica colombiana di Viejita, Elisa, per la quale la nonna aveva garantito durante il processo di immigrazione, e che si prese cura di Sylvia per un po’.

Elisa era premurosa con lei, quando le numerose faccende di casa venivano portate a termine, ma di tanto in tanto la picchiava, più o meno senza motivo. Quando Sylvia aveva 10 anni, Elisa cercò di violentarla, e poi la picchiò per non essere stata consenziente.

Sempre all’età di 10 anni Sylvia fece sesso con un cugino di 14 anni (non è ancora chiaro se sia trattato di una violenza o di sesso consenziente), e veniva spesso molestata da un uomo sposato che viveva nel quartiere. È stato in questo periodo che i vicini e Viejita cominciarono a sospettare che Sylvia fosse gay.

Nel 1962, quando aveva 11 anni, scappò di casa e andò alla 42esima strada di New York, un’area nota come luogo di ritrovo per persone gay.

Come molte altre giovani ragazze transgender, Sylvia divenne una vittima del traffico sessuale e incontrò Gary, un ragazzo di cui si innamorò e con cui ebbe una relazione per 7 anni, facendo uso di droghe e prostituendosi per sopravvivere.

All’epoca Sylvia fece la conoscenza di molte altre donne transgender, tra cui Marsha P. Johnson, e trovò il suo nuovo nome, Sylvia Lee Rivera, che venne celebrato con una cerimonia battesimale davanti a cinquanta delle sue amiche, la maggior parte delle quali erano latine e nere.

Ricordando quel battesimo, Sylvia dichiara: “È stata una rinascita. (…) sai bene che stai per cominciare una vita diversa. E ricordo che il prete mi disse, mettendomi l’acqua sulla fronte ‘Non dimenticartelo: sarà una vita dura’”.

(Fonte: Stonewall, pp. 20-24, 65-67)

4.Sylvia Si Rifiutò Di Seguire La Terapia Ormonale

Dal libro di Duberman:

“All’inizio a Sylvia piaceva quello che gli ormoni prescritti dal Dr. Stern stavano facendo al suo corpo, riducendo la peluria del volto e rendendola più formosa, ma ben presto decise di smettere con le iniezioni. ‘Arrivai alla conclusione che non volevo essere una donna. Volevo soltanto essere me. Volevo essere Sylvia Rivera’.”
Dice che le piace “travestirsi e fare finta”, spiegando: “Non voglio essere una donna. Perché? Non potrei metterlo nel culo a nessuno. Due buchi? No, no, no. Non li avranno.”

Questo potrebbe essere un po’ disorientante, proprio perché per la sua stessa natura il genere è qualcosa di confuso, soprattutto in un contesto storico e politico così mutevole. Sylvia odiava il termine “drag queen”, ma prese comunque parte a quella cultura. Si identificava anche come travestito, e più tardi come transgender, ed ecco perché i movimenti LGBTQIA+ di oggi la chiamano “donna transgender”.

Ad ogni modo, da queste dichiarazioni possiamo capire come la questione sia resa complicata dal suo non voler essere una donna. Quando ho cominciato a mettere in discussione il mio genere, anche io sapevo che non volevo essere una donna.

Non pensavo esistesse un’altra possibilità per affermare la mia femminilità, rispettare il mio corpo, e non etichettarmi come uomo.
Per me la femminilità transgender era un’identità fatta di pregiudizi, dava per scontato che io volessi operazioni chirurgiche, ormoni, e che volessi essere considerata come cisgender.

Per un po’ di tempo mi sono identificata come genderqueer. Ma dopo aver avuto certe esperienze, come essere stata definita “troppo femminile” per venire assunta o per uscire con me, e con un risentimento crescente nei confronti dei medici che etichettavano il mio corpo come “maschile”, ho cominciato ad identificarmi sempre di più con le esperienze delle donne transgender, più che con altre identità di genere.

Credo che anche Sylvia si sia sentita così. Abbiamo entrambe opposto resistenza alla narrativa cisgender dell’amare il proprio corpo e del definirsi trans, nonostante non riuscissimo a sentirci inquadrate nello modello transgender dominante.

Secondo la mia esperienza, avendo avuto a che fare con femmine e donne transgender, l’identificarsi come non-binari nel genere, prima ancora di identificarsi come donne transgender, è una cosa abbastanza comune per persone che alla nascita sono state definite di genere maschile.

Includendo anche me stessa, possiamo tenerci entrambe queste due identità (non-binaria e di donna transgender) sentendole adatte a noi stesse, perché nessun tipo di definizione può davvero riuscire a contenere la complessità e la forza che deriva dal non aderire al sistema binario di generi, proprio della supremazia coloniale bianca.

5.Il Suo Pokémon Preferito Era Pikachu

E la sua fidanzata julia le regalò un peluche di Pikachu.

Quest’ultimo fatto potrà sembrarvi un po’ bizzarro, ma penso sia importante condividere i piccoli dettagli delle vite dei nostri eroi, dettagli che li rendono umani. Nella storicizzazione dei rivoluzionari si corre il pericolo di appiattirli, facendoli diventare degli idoli o dei martiri pieni di traumi che sono morti in nome di una causa.

La loro umanità si perde tra tutti gli sforzi per l’emancipazione portati avanti durante la loro epoca.

Attraverso l’idolatria, contribuiamo a creare le condizioni per disumanizzare gli attivisti e i rivoluzionari che sono oggi sono ancora vivi e che combattono per l’emancipazione. I nostri eroi vengono visti come persone che non hanno bisogno di affetto, attenzione, supporto e risorse, perché in qualche modo ce la faranno sicuramente da sole.

Ecco perché le leggende viventi, come Miss Major, stanno portando avanti campagne di raccolta fondi per pagare le loro pensioni, dopo una lunga vita passata a cambiare la storia.

È importante conoscere le nostre storie e le nostre eredità, conoscere le personalità che ci hanno concesso le libertà di cui godiamo oggi, ed è ugualmente importante celebrare e supportare i leader di adesso, e non soltanto quelli che sono “rispettabili”: dobbiamo anche supportare coloro che sono stati messi in ombra dai nostri movimenti, per far sì che i nostri messaggi politici fossero “facilmente digeribili”.

L’emancipazione radicale proviene da coloro che, pur non avendo niente da perdere, sono i più convinti nel lottare. Assicuriamoci di celebrarli come nostri cari antenati del passato, del presente e del futuro.

(Un veloce riconoscimento a Reina Gossett per aver reso questa storia disponibile pubblicamente e gratuitamente. Reina ha scritto riguardo al furto dei suoi lavori, senza alcun rispetto per la violenza che ha sopportato per renderlo disponibile a ragazze come me, e a persone come te).

Fonte: Everydayfeminism
No more articles
184 Condivisioni
Condividi184
Tweet
Condividi
+1