A circa cinque anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio, Love Lust Faith + Dreams, i Thirty Seconds to Mars tornano sulla scena musicale con un nuovo album dal titolo programmatico America. Il leader della band, il Premio Oscar© Jared Leto, non ha di fatto mai nascosto le sue forti posizioni politiche, in linea alla fazione democratica, e in occasione delle ultime elezioni statunitensi si era proclamato strenuo sostenitore di Hillary Clinton durante la campagna elettorale.

Per di più lo scorso 4 giugno il cantante aveva invitato il suo pubblico a celebrare il Giorno dell’Indipendenza in maniera non del tutto convenzionale, ovvero mandandogli dei video che ritraessero la loro idea di America. “È un’incredibile opportunità per documentare gli U.S.A. in un momento molto importante per il nostro Paese”, scriveva. “Vogliamo vedere la tua America in tutta la sua gloria imperfetta”.

“Non credo che si possa mai veramente conoscere l’America o chi siamo se non si ascolta la storia di tutti”, raccontava a Entertainment Weekly. “Penso che sia un’opportunità per metterci di fronte a uno specchio e per saperne di più su chi siamo e cosa siamo, quindi deve essere inclusiva. Deve irradiare un fascio di luce in ogni direzione.” Questo materiale farà parte di un più ampio documentario dal titolo A Day in the Life of America che racconterà di temi importanti per il Paese da un punto di vista fresco e nuovo.

Che questa sovrastruttura di pensiero sia permeata anche all’interno del lavoro musicale? No, purtroppo no. Nonostante quella fosse l’intenzione dichiarata, ovvero la creazione di un album innovativo, epico e inclusivo, America è un disco che vuole essere rilevante ma che non ci riesce e che non raggiunge assolutamente il livello di alcuni dei lavori precedenti del gruppo, mostrando una certa inconsistenza sia dal punto di vista meramente musicale che da quello dei testi, che risultano vaghi e ripetitivi.

Questo LP (che poi tanto long non è, dura solo 42 minuti) si apre con il singolo che ne è stato apripista, Walk On Water, una traccia godibile e accattivante che resta incisa nella memoria in maniera incredibilmente veloce. Cori gospel e atmosfere epiche – l’allusione a Gesù che cammina sulle acque ne è un chiaro esempio – per un inno elettronico che incoraggia all’unione anziché costruire muri, letterali o figurativi, tra destra e sinistra e non solo.

Segue Dangerous Nights, singolo anch’esso, che vede il nome di Zedd tra quello dei produttori. E si sente davvero. Una traccia elettronica molto diversa dal rock a cui la band ci aveva abituato in passato e che descrive con termini triti e ritriti quella che dovrebbe essere un’attrazione pericoh-oh-oh-losa. È poi la volta di Rescue Me i cui primi elettrizzanti secondi di chitarra elettrica si fondono in una canzone senza troppe pretese sul non commettere di nuovo gli stessi errori. Nella traccia One Track Mind, l’ultima tra questi quattro singoli, compare il rapper A$AP Rocky in una collaborazione piuttosto debole dove frasi fatte e auto-tune la fanno da padrone.

Un pezzo strumentale che ricorda il vibe da colonna sonora di LLF+D dal titolo Monolith fa da introduzione al brano che vede la seconda partecipazione di un artista esterno alla band in questo disco. Si tratta della cantautrice statunitense Halsey che duetta con Leto Junior sulle note di Love is Madness, l’ennesima traccia a tema amore, desiderio e uh-oh, uh-oh.

Inizia poi la sezione più “americana” dell’album con Great Wide Open, un brano che era stato già suonato diverse volte durante le sessioni soundcheck della band già nel 2014, il cui ritornello espande a livello nazionale concetti e motivi musicali già espressi nella lettera d’amore a Los Angeles, City of Angels. Il tema wannabe politico viene affrontato anche in Hail to the Victor che cerca di descrivere la pazzesca situazione di tumulto sempre sul piede di guerra negli Stati Uniti. Non fosse che l’idea rimane evanescente ed offuscata da esagerati effetti elettronici.

“Tout doit changer avec le temps, je dois changer ou mourir” (“tutto deve cambiare col tempo, devo cambiare o morire”) è il verso con cui si apre Dawn Will Rise, che pare quasi essere una risposta alle accuse di cambiamento musicale che la band ha ricevuto in maniera copiosa. Dopodiché le orecchie dell’ascoltatore possono finalmente prendersi una pausa dal synth e prestare attenzione all’unica traccia sull’album che non vede la partecipazione autoriale o vocale di Jared Leto, Remedy. Il brano è stato infatti cantato e scritto dal fratello maggiore e batterista della band, Shannon Leto, e sembra dare voce ai problemi con droga e giustizia che lo hanno afflitto durante gli ultimi anni. È anche l’unica traccia sul disco che risulta reale e non eccessivamente pomposa.

L’album si conclude infine con Live Like a Dream, che ricicla in maniera eccessiva i cori che caratterizzano la musica dei Thirty Seconds to Mars a partire da This Is War nel 2009, e Rider, un altro pezzo non originale e pressoché privo di un testo significativo, che però si riprende leggermente dal punto di vista musicale rispetto alle tracce precedenti.

Insomma, “il quinto album di una band rock americana”? Rock, non credo proprio. Americana, del tutto irrilevante. America non mantiene assolutamente le promesse manifestate durante il periodo di pre-promozione. È un album che vuole essere monolitico, ma che finisce per risultare soltanto monotono. È un album che vuole essere inclusivo, ma che in fin dei conti affronta praticamente uno o due temi. Per non parlare poi della mancanza di continuità tra una traccia e l’altra e dello strafalcione elettronico onnipresente che non rappresenta di sicuro l’evoluzione della band o un loro cambiamento di direzione, ma è soltanto sintomo della mancanza di idee e della volontà di creare un prodotto commerciale che possa essere fruito facilmente dai più. Se avete voglia di ascoltare un concept album a sfondo politico di un certo spessore, vi consiglio 30 Seconds to Mars dell’ormai lontano 2002. Sigh.

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