Il Prof. Cristiano Corsini è professore associato di Pedagogia sperimentale all’Università d’Annunzio di Chieti-Pescara. Gli chiediamo di rispondere a qualche domanda sull’ormai famigerata “Amaca” di Michele Serra nella quale si facevano deduzioni a proposito dell’educazione di particolari fasce sociali della popolazione italiana.

Prof. Corsini, ritiene esatte le deduzioni di Serra? Perché?

Il problema è che Serra dice alcune cose vere, penso al classismo della nostra società, che permea il nostro sistema scolastico, ma lo fa parlando per luoghi comuni. Per esempio, sostiene che nei tecnici e nei professionali la situazione sia peggiore: in base a cosa dice questo? Che io sappia non abbiamo statistiche a sostegno del presunto aumento delle violenze contro la classe docente, né dati disaggregati per tipologia per scuola. Così facendo un intellettuale come Serra contribuisce alla costruzione mediatica di un fenomeno emergenziale, quando non è improbabile che questo problema esista più o meno nelle stesse dimensioni da molti decenni (semmai, la notevole diffusione di video e immagini cambia la nostra percezione). Un’operazione che ne incrocia un’altra, assai frequente nei discorsi sulla scuola: l’affermazione di quadri idilliaci del passato, di retrotopie scolastiche funzionali a prese di posizione solitamente retrive (due docenti, Sebastiano Cuffari qui e Leonardo Tondelli qui, spiegano molto bene questa dinamica in relazione al caso discusso da Serra). La scelta di procedere per luoghi comuni fa male alla scuola, allontana dai problemi educativi e rilancia spesso analisi e ricette grossolane.
Se parliamo di dati, non mi risultano serie storiche sulle aggressioni a docenti, ma abbiamo dati sul bullismo e, benché quanto accaduto non sia un episodio di bullismo (a proposito di luoghi comuni: molti articoli lo definiscono così), tali dati possono aiutarci a capire se questa correlazione tra educazione e classe sociale è fondata su evidenze empiriche oppure è solo supposta. I dati, dell’Istat e risalenti al 2014, non sembrano indicare differenze significative nella diffusione di fenomeni di bullismo nei licei, negli istituti tecnici e in quelli professionali.

Come vanno letti, in genere, quel tipo di dati? E come si spiegano allora, secondo la sua competenza proprio di questi argomenti, quei dati?

Quei dati vanno letti con cautela, perché la percezione di un fenomeno può variare a seconda di individui e contesti. Non è certo impossibile che la stessa situazione venga considerata violenta prevaricazione in una scuola e banale routine non degna di attenzione in un’altra. Tuttavia sono dati che ci dicono che le prevaricazioni caratterizzano tutte le scuole secondarie: possiamo ignorarli?

In che senso affermazioni come quelle di Serra sono da ritenersi sbagliate?

Il problema è che Serra rilancia una correlazione tra educazione e ceto sociale. E si caccia in un sentiero scivoloso. Intendiamoci: non si può negare che generalmente esistano differenze di classe nell’istruzione e nell’educazione (due cose associate ma non sovrapponibili). Anche se nella sua replica Serra smussa gli angoli, a me sembra che dia per scontato che l’educazione dei ceti elevati sia un obiettivo educativo da imporre alle classi inferiori, che a quanto pare ne sarebbero sprovviste. Ora, è vero che le classi agiate si descrivono come detentrici di un ethos completamente diverso dalle altre, ma tra realtà e descrizione ci sono scarti e vale anche per il popolo, che ha un’educazione che neanche generalizzando merita di essere riassunta nel cherry picking offerto da Serra. Le prevaricazioni, ci dice l’Istat, sono presenti in misura simile nei licei, nei professionali e nei tecnici, ma non è solo questo il problema. Lo stesso don Milani è consapevole delle differenze (lessicali e non solo) tra popolo e borghesia, ma mai ha proposto di porle sulla stessa scala valoriale di Serra. Gianni, figlio di poveracci, ha da imparare parole, ma la sua educazione, quella della quale si fa carico Milani, non ha da essere borghese, perché altrimenti riprodurrebbe prevaricazione, e le prevaricazioni operate dai Pierini borghesi per Milani non sono un accidente della borghesia, ma un suo aspetto sostanziale. Come ricorda la storica Vanessa Roghi in un suo recente libro (prezioso proprio perché mette in discussione molti luoghi comuni), Gianni ha da imparare parole per riprendersele, non per diventare borghese. E infatti per i ragazzi di Barbiana le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo.

In genere, serve una formazione specifica nelle questioni educative per essere in grado di interpretare correttamente i dati rilevati da un istituto statistico relativamente alle scelte educative?

Per interpretare le misure, serve soprattutto prudenza: uno dei più grandi pedagogisti italiani, Aldo Visalberghi, condannava la separazione tra operazioni di misura e senso della misura. I dati dipendono dalle idee che le hanno generate, e queste a loro volta non hanno senso a meno che non indichino dati. Questa dinamica può diventare un vuoto circolo vizioso di autoconferma se ragioniamo per luoghi comuni, se non ci impegniamo in un lavoro di ricerca di informazioni potenzialmente in grado mettere alla prova la nostra visione della realtà, la nostra capacità di inquadrare problemi e ipotizzare soluzioni possibili. Se invece comunichiamo per stereotipi, rafforziamo stereotipi. Ecco, forse per interpretare i dati occorre acquisire consapevolezza del fatto che le misure hanno un carattere performativo: le misure incidono sulla realtà che descrivono (l’espressione prendere delle misure credo che renda bene questa dinamica), la plasmano. Se sottovalutiamo questo aspetto, rischiamo di dimenticare che, affermando che il livello di educazione è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza rischiamo, senza discutere e argomentare tale correlazione, di rafforzare l’idea che esista una scala di valori assoluta, e che il popolo abbia da adeguarsi all’educazione delle classi elevate senza metterla in discussione. Non è certo colpa di Serra se è costretto a buttare giù 1500 battute sul tema del giorno, le banalizzazioni sono sempre dietro l’angolo. Va detto però che venticinque anni fa i suoi meravigliosi titoli su Cuore erano ancor più sintetici, ma mai banali e piuttosto maleducati.

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