Sarebbe bello potersi innamorare al supermercato. Be’ forse innamorarsi è troppo. Diciamo allora “restare affascinati”.

Sì, sarebbe bello restare affascinati al supermercato. Da qualcuno ovviamente. Avanzare lungo le corsie spingendo il carrello, infilare il guanto di plastica in cui la mano annaspa per un istante, ed essere sorpresi da uno sguardo di insistente interesse dall’altro lato del bancone della frutta. Ingaggiare un corteggiamento fatto di occhi che frugano e rovistano, fra le pesche, le susine e il sorriso del ragazzo di fronte a noi: non c’è dubbio, è ancora lì, ci sta guardando.

Oppure in libreria. Sarebbe bello poter restare affascinati da qualcuno in libreria, attratti da una domanda che è già un’opportunità: «Scusami, lo so che non lavori qui, ma mi consiglieresti qualcosa da leggere?». Voltarsi con un sorriso sornione che ci increspa gli angoli della bocca e trovarselo davanti.

Di tutte le conseguenze che comporta una vita da omosessuale in una società ancora acerba come la nostra, forse questa è quella che sottovalutiamo di più: l’idea di poterci innamorare come tutti gli altri. Certo, dal giorno del nostro coming out siamo convinti che la vita sarà un po’ più dura, ci prepariamo mentalmente a dover mandare giù il boccone amaro dell’indifferenza degli amici, persino ad accettare l’eventualità terribile del disprezzo dei genitori. Ma non ci soffermiamo mai abbastanza sulla frustrazione di vederci negato il diritto ad un “normale” innamoramento.

Ci ritroviamo così ad oscillare tra la disillusione di una vita quotidiana quasi del tutto priva di occasioni reali di incontro e l’immediatezza rassicurante di un mondo virtuale in cui tutto è a portata di mano, come dietro la vetrina di un negozio.

Ormai nessuno di noi crede più di potersi innamorare mentre soppesa con cura un melone al reparto frutta e, al massimo, se qualcuno ci getta un’occhiata insistente dall’altro lato del bancone, potrebbe essere perché stiamo andando in giro da mezz’ora con una macchia di dentifricio sulla barba.

Eppure – e di questo sono sempre più convinto – non tutti gli omosessuali sono pronti a rinunciare alla speranza di un incontro fortuito calato negli spazi della vita di ogni giorno. C’è questo pensiero, forse un po’ ingenuo, che di tanto in tanto ci attraversa, questa scena che mandiamo avanti e indietro in cui lui appare all’improvviso mentre ordiniamo un caffè al bar e ci sorprende con la bustina dello zucchero sospesa a mezz’aria e lo sguardo ebete.

Ma non succederà. Non qui, non adesso. Ce ne siamo convinti così bene che ci siamo fatti da parte spontaneamente, confinandoci da soli in un gioco dell’oca in cui per avanzare di casella siamo costretti a chiedere: «Ciao, cm va? Hai foto?». Eppure questa scena di lui che entra mentre noi sorseggiamo il caffè non se ne vuole andare. Sarà per questo che ancora oggi ogni tanto ci voltiamo a cercare qualcuno mentre giriamo il cucchiaino nella tazzina?

Ricordo poi di aver provato incredulità di fronte ad un’amica etero che mi confessava: «Mi sono iscritta ad una chat. Dopotutto non ci sono così tanti posti in cui una ragazza può conoscere un ragazzo interessante». Al di là di ogni vittimismo, mi sembrava assurdo voler paragonare le difficoltà di un approccio nel mondo etero a quelle di un omosessuale in un paesino di provincia. Mi sono trovato a stupirmi anche di fronte ad altri etero che mi rivelavano di essersi iscritti a Tinder.

Lungi da me il perbenismo, sia chiaro: il mio era solo sano stupore. Ho iniziato a domandarmi da quando anche gli etero avessero rinunciato alla speranza di un incontro fisico, reale; da dove venisse questo timore di un contatto che non fosse mediato da uno schermo fatto di pixel; in che momento esatto si fosse rotto il circuito del proiettore che manda avanti e indietro la stessa scena di lui che entra nel bar e la sorprende con la bustina dello zucchero a mezz’aria (oppure chissà, magari sarà lei a sorprendere lui).

Mi dico che in questo non siamo così diversi, che la solitudine prescinde dall’orientamento sessuale, che siamo spaventati allo stesso modo all’idea che l’altro sia troppo per noi per cui meglio mettere subito in chiaro le cose: io qua e tu là, separati da infinite connessioni che attraversano l’etere ma non ci sfiorano, non adesso, non finché c’è questo schermo fatto di pixel a dividerci.

È un’idea, quella che esista un comune senso di spaesamento, di cui trovo continue conferme. Proprio qualche giorno fa leggevo la testimonianza di una ragazza etero sui vent’anni che ammetteva di essersi iscritta ad una chat di incontri per avere informazioni sui ragazzi prima ancora di uscirvi insieme. Anzi – proseguiva – l’idea di concretizzare un appuntamento non la sfiorava nemmeno, tutti così banali negli approcci questi uomini che era una tale noia anche solo immaginarsi accanto ad uno di loro. Concludeva sostenendo di non avere comunque la minima intenzione di cancellare l’app per incontri: in fondo era così divertente!

Ho letto queste parole e vi ho trovato la stessa confusione di quando, dopo essermi lasciato, avevo solo bisogno di qualcuno con cui riempire il mio vuoto. Anche quello è servito: mi ha fatto scoprire una parte di me a cui sono stato contento di dire addio.

Eppure non era un mondo autentico o almeno io non lo percepivo tale. Sentivo che c’era qualcosa che strideva, che desideravo con tutto me stesso la possibilità di un incontro “normale”, ma che non c’era alcuna via d’uscita dal loop dei social network, per cui meglio adeguarsi, meglio accondiscendere, seppure a malincuore.

Per questo sono convinto ci sia qualcosa che dobbiamo recuperare in questo gioco di aspettative disattese e ansie da prestazione: un’abitudine all’incontro, una rieducazione al contatto (stavolta di pelle contro pelle), una rivoluzione fatta di occasioni da riscoprire, di spazi da condividere.

«Vorrei vivere in una società in cui gli omosessuali possano innamorarsi come si innamorano gli etero», pensavo.

Adesso, vorrei che tutti noi potessimo innamorarci come si innamoravano i nostri nonni: niente più connessioni se non quelle fatte di mani che si stringono e di braccia che si tendono verso l’altro.

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