“Esistono infinite raffigurazioni degli uomini bianchi, mentre non ce ne sono molte di noi, nella cultura. La cultura ha il potere di dire alla gente cosa può e cosa non può essere. Per la gente di colore esistono poche alternative.”

Questo scrive lo studente Lionel Higgins nel suo articolo da prima pagina dell’Independent, giornale universitario della rinomata – e fittizia – Winchester University.

Le parole di Higgins chiariscono forse meglio di qualsiasi altro dialogo le intenzioni di Justin Simien, creatore di Dear White People.
Per chi non ne avesse ancora sentito parlare: si tratta di una serie originale Netflix – ispirata al film omonimo di Simien del 2014 – che racconta la vita nel campus di un gruppo di studenti afroamericani, alle prese con le discriminazioni più o meno velate che la prestigiosa e prevalentemente “bianca” Winchester University perpetra verso le minoranze.

Ora, io non so se è vero quello che si dice, cioè che le serie TV siano la nuova letteratura. So però che il formato seriale appare perfetto per mettere adeguatamente in scena la complessità del tema razziale, oggi. Nello specifico, Dear White People cerca di raccontare la contraddittoria America lasciata in eredità da Obama, in conflitto fra l’accresciuta consapevolezza del Black Movement e l’assoluta necessità di movimenti di protesta come il Black Lives Matter per far fronte a delle ingiustizie ancora radicate.
Lo fa allestendo un’opera corale in cui ogni personaggio rappresenta una visione del mondo: da qui l’idea efficacissima di mettere al centro di ogni episodio un protagonista diverso per raccontare le stesse vicende. Questo consente alla serie di far empatizzare gradualmente lo spettatore con molteplici punti di vista, senza snocciolare facili manicheismi o un’unica verità e affrescando una collettività disgregata, anche di fronte alla possibilità di raggiungere un bene comune.


Abbiamo così personaggi come Sam, che rappresenta la lotta senza compromessi, ma che come tutti i radicalismi nasconde anche delle contraddizioni. L’ancora più inquieto Reggie, il cui apparente “razzismo al contrario” si rivelerà in realtà funzionale per una delle scene più rivelatorie e toccanti della stagione. Il già citato Lionel, apostrofato come “futuro Ta-Nehisi Coates” (a proposito di autori chiave per capire la tematica), che evidenzia la responsabilità, da parte di chi ha gli strumenti per raccontare la società, di denunciare le ingiustizie. E se l’aitante Troy sembra essere un poco mascherato avatar di Obama, portandosi appresso tutta la sfiducia che un uomo solo possa cambiare le istituzioni (cosa ripresa anche più avanti nella serie con uno scambio di battute ben più esplicito), la scalpitante Coco rappresenta il desiderio di integrazione ai limiti della sconfessione delle proprie radici.
E infine c’è Gabe, unico “bianco” a cui viene concesso un episodio da protagonista. Figura sicuramente più marginale, incarna la visione del liberal geneticamente estraneo al movimento. E, non nascondiamoci, è il personaggio in cui davvero più di tutti può riuscire a immedesimarsi totalmente uno spettatore bianco – e constatarlo durante la visione è un’ulteriore secchiata d’acqua gelida lanciata da Justin Simien ai “caucasici” che guardano la serie.


È evidente come ci fosse il rischio di rendere tutti questi personaggi dei semplici stereotipi appesantiti dalla loro stessa carica simbolica, ma è stato scongiurato dalla capacità degli autori di raccontarli come persone e di descriverne pulsioni e debolezze grazie a un uso consapevole delle storyline romantiche
(con più di una strizzata d’occhio ai temi LGBTQ+). Potremmo dire piuttosto che Sam & co sono degli archetipi, in cui ognuno di noi riuscirà a vedere parti di sé: sì, perché potete essere alimentati dallo stesso vigore ribelle di Sam, ma non potrete negare di esservi ritrovati almeno una volta nei panni di Coco, quale che fosse la causa per cui stavate combattendo in quel momento.

Sentite, quello che sto cercando di raccontarvi è che Dear White People va visto. Non vi dirò, ricorrendo alle solite enfasi di cui sono succubi le recensioni internettiane che “è una bomba”. Una bomba sono, chessò, i pezzi di Kendrick Lamar. È però un ottimo prodotto, un po’ patinato nella messa in scena – questo il suo difetto più grande a mio avviso, benché a sua volta lo show si diverta a trollare “Scandal” – e godibilissimo in quei suoi 10 tiratissimi episodi da mezz’ora scarsa. Di Dear White People ce n’è un gran bisogno, perché arricchisce le alternative dell’immaginario “black” dando un’ulteriore scalpellata allo stereotipo che l’uomo bianco di ogni latitudine ha ereditato. Se, come me, appartenete a quest’ultima categoria, non potrete mai capire davvero a fondo cosa significa discendere da un popolo schiavizzato per 200 anni, tuttora discriminato, ma a cui si chiede di accettare qualsiasi ingiustizia in silenzio (tumulti di Ferguson o Baltimora, anyone?) in virtù di una pacificazione sempre e comunque decisa a parole dallo stesso sistema che l’ha vessato. Ma potrete quantomeno avvicinarvi a comprenderlo, realizzando dietro a quanti piccoli episodi quotidiani di insensibilità possa celarsi del razzismo latente.

In una brevissima scena della serie viene data un’eloquente risposta a chi contesta al “Black Lives Matter” che tutte le vite contano, non solo quelle dei neri. Cito a braccio perché non riuscirò mai a rintracciare l’episodio e il momento giusto: “Se in un paese stanno morendo dei gatti non dico che tutti gli animali contano, ma punto l’accento sul fatto che siano i gatti a morire. Cats Lives Matter”. Una similitudine semplicissima per spiegare perché, quando si parla di parità, la dialettica del ragionamento inverso (sì ma al mio posto tu…) è un esercizio completamente insensato perché nega il contesto, e il contesto è tutto.

Ecco, se dopo la visione della serie avrete interiorizzato almeno questa cosa, vorrà dire che un pezzo del suo compito Dear White People l’avrà assolto egregiamente.

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