Se hai avuto tra i nove e i quattordici anni a cavallo della seconda metà degli anni Novanta, non si scappa. Come dall’avere canticchiato Hanno Ucciso L’Uomo Ragno.

Sono quegli episodi (inter)generazionali in cui incappi e te li porti nello zainetto per sempre.
O meglio, sono quelle band (inter)generazionali in cui, anche se non le hai mai ascoltate per più di metà canzone, anche se hai sempre professato di non sopportarle, di non averle mai seguite, spergiurato che tu a dodici anni ascoltavi solo Mozart e i compositori disco-prog Uzbeki, sei capitato mentre erano all’apice del successo.
E salvo abitassi nel deserto del Gobi non puoi non conoscerle.

 

Wannabe è un brano del 1996, ed è stata la canzone che ha portato alla ribalta le Spice Girls, cinque ragazze poco vestite, accattivanti, con delle voci piacevoli, irruente, messe insieme a tavolino grazie ad un annuncio dagli Herbert – noti talent manager inglesi – che volevano formare una band total pink. Una band che si rivelò poi essere il gruppo femminile che ha venduto di più nella storia della musica.

Parliamo di oltre 75 milioni di dischi venduti.
Parliamo di un’operazione di marketing, più che di una band, che fin quanto è durata ha mosso cifre da capogiro e coinvolto marchi quali Sony, Polaroid e Pepsi.
Parliamo di un gruppo che si è trasformato in pochissimo tempo in un fenomeno musicale e sociale che ha toccato tutto il mondo con dischi, tournée, film, una valanga di merchandising.
Ed ha generato stuoli di emuli e pseudo tali.

Certo, stiamo sempre parlando di un gruppo costruito a tavolino, un progetto pop – popular – creato per far soldi e dare notorietà a cinque ragazze che, come tante, sognavano di avere più di un quarto d’ora di notorietà.

Certo, di formazioni al femminile la storia della musica è piena zeppa.
Per non parlare di quelle composte da sole donne, che oltre ad essere vaginodotate, bellocce, più o meno brave a suonare e a cantare, si sono fatte paladine di un movimento quale è il femminismo e ne hanno incarnato e/o espresso, consapevolmente o senza esplicitarlo, gli ideali.
Potremmo metterci a fare un elenco di tutti questi gruppi e sicuramente ce ne dimenticheremmo qualcuno.

Di certo siamo ben consapevoli che quando diciamo che le Spice Girls sono state delle grandi ed hanno lasciato un segno, dobbiamo tenere ben a mente che ci sono anche altre donne del music business che, per vari motivi, hanno fatto lo stesso e anche di meglio, anche prima di loro.

 

Le Spice Girls sono però state un fenomeno del tutto particolare.
Il progetto fu lanciato negli anni Novanta, il periodo d’oro di MTV, mentre si rimiravano le rose più belle del grunge, la dance impazzava, il brit pop viveva il suo massimo, il punk rock sfornava degli album epici e, nello stesso Regno Unito – dove sono nate – spopolavano formazioni che più o meno facevano impazzire le ragazzine fino a far loro tappezzare le camerette di poster strappati via dal tramezzo delle riviste dal target under-18.

Dal punto di vista musicale, hanno aperto la strada a tutto quello che sarebbe successo poi nell’industria musicale pop in tema di produzioni: dalla creazione premeditata di personaggi di successo, ai sistemi per far calcare le scene ad icone più del marketing che del music business, e che, anzi, con la musica non c’entrano nulla.

Meravigliosamente stereotipate, era difficile non riconoscersi in una delle Spice Girls.
Geri, Emma, Mel C., Victoria, Mel B.
La mangiauomini, la bambolina bionda, quella sportiva, la “figa di legno” sempre precisina e l’estroversa.
Cinque finte o reali personalità messe insieme non a caso, che sintetizzavano – e ahimè, sintetizzano ancora – perfettamente i pregiudizi con cui venivano etichettate le donne per il loro modo di vestirsi o di comportarsi; quel quadratino bianco adesivo che ti piomba addosso e non lo strappi via nemmeno coi denti, tutto per colpa di una particolare scarpa «too much» bassa, o una gonna «too much» corta, o un atteggiamento «too much» esuberante.

Erano un potpourri di completini in latex, minigonne, zeppe, sneakers, texture leopardate, pantaloni delle tute.
Non avevano uno stile unico, erano un’accozzaglia di stili.
Tutto ciò che potevi essere era rappresentato da loro alla perfezione.

 

Quelli erano gli anni del ritorno delle Super Top Model: Claudia Schiffer, Naomi Campbell, Kate Moss. Inavvicinabili, o avvicinabili solo se smettevi di mangiare e se Madre Natura ti aveva dotato di un’altezza minima di un metro e settantacinque.
Quelli erano gli anni in cui i media bombardavano i televisori e i giornali con questo tipo di modelli, ancora non alterati digitalmente in modo da mostrare con pance piallate, culi inesistenti.
Quelli erano gli anni in cui non andava di moda parlare di accettazione di sé, di body shaming e di altre tematiche che oggi invece, per fortuna, sono molto hype.

Le Spice erano invece cinque ragazze qualunque, non perfettamente plasmate da giornate in palestra, con i loro difetti ai denti, le tinte strambe, e abbigliate in un modo che si allontanava moltissimo dal “Coco Chanel pensiero” e dalle passerelle dell’alta moda. In un modo quasi ridicolo, diciamocelo.

Erano tutto fuorché morigerate, ammaestrate e silenziose.
Ed era il loro stesso nome a presentarle: Spice Girls, ragazze speziate.

Sguaiate, irriverenti, addobbate come alberi di Natale ed accompagnate da melodie ruffiane, invitavano le ragazze a non essere timide, ad affermarsi per quello che erano, a non aver paura di prendere il potere e non farsi oscurare dai maschi, a uscire di casa vestite come volevano, a essere disinvolte, a fare sesso sicuro, a essere solidali con le altre ragazze, a divertirsi, a scegliersi i ragazzi in base ai propri gusti e a non adattarsi, a dire le parolacce, a godersela.

 

Con i loro messaggi di indipendenza, emancipazione e libertà, sono state – e sono – considerate dal grande pubblico il volto per eccellenza del Girl Power, una corrente di pensiero che proprio in quegli anni si è affermata e che fa parte di una delle Ondate – precisamente la terza – del femminismo.

Peraltro, lo slogan Girl Power tanto utilizzato – e abusato – è nato ben prima della band ed è stato generalmente utilizzato, al contrario di quanto accaduto con le Spice, per indicare quel filone di pensiero di forte impronta femminista e svincolato alla cultura consumistica, oltre che schierato contro i fenomeni discriminativi e razzisti.
In quegli anni, ma anche oggi, “Spice Girls” e “potere alle donne” è stato, ed è, un binomio inseparabile, ovvio.
Ad un Mowgli qualunque vissuto fuori dal mondo potrebbe pure sembrare che le rivendicazioni femministe degli anni Novanta siano state prese in carico da Geri&Co. Tuttavia le Spice Girls non erano femministe.

Il femminismo è il movimento nel quale rientra la corrente di pensiero del Girl Power. Il femminismo si preoccupa di raggiungere la parità tra uomo e donna, e non si limita a incitare le donne ad emanciparsi, rivendicare posizioni di potere e ribellarsi agli uomini nelle cui mani si concentra il nostro stesso destino.
Ma se non si può dire che le ragazze fossero femministe, certamente si può e si deve dire che hanno espresso contenuti positivi per l’universo femminile, esemplificativi della necessità e dell’importanza di uscire dalla sudditanza psicologica del patriarcato.
Hanno fatto rumore.

 

Questo tipo di rumore, questo portare alla ribalta in maniera sfacciata e a gran voce determinate tematiche, è fondamentale, anche e soprattutto quando proviene dalla cultura pop, che fisiologicamente permette ai contenuti che esprime di diffondersi ad un pubblico maggiore.

Quindi è bene parlare delle Spice come di un gruppo che, oltre ad avere venduto milioni di dischi, ha mosso qualcosa, ha svegliato l’opinione pubblica e gli animi delle ragazze.
È sempre, però, necessario avere ben chiaro sapere di cosa si sta parlando.
Nello specifico, essere consapevoli che le Spice Girls sono state un’operazione di marketing di grande successo, creata nella – e per – la cultura consumistica. Un boom che ha coinvolto le masse a livello musicale e sociale, e che ha sicuramente agevolato l’imporsi di un modello di figura femminile che fosse libera di scegliere, comportarsi, vestirsi, affermarsi, e divertirsi. Anche se poco o niente hanno veramente a che fare col femminismo.

E questo non significa che se una girl band non si proclama femminista, automaticamente i concetti positivi a favore delle donne che passa non siano validi o non siano da recepire.
Questo non significa che cinque ragazze in minigonna non possano veicolare dei messaggi utili e preziosi.

Semplicemente, significa che bisogna sapere di cosa si parla, quando se ne parla: che Girl Power e Femminismo non sono la stessa cosa; che emancipazione e aggressività non sono sinonimi.
E che una Donna, è sempre una vera Donna, e pertanto ha il diritto di godere degli stessi diritti ed opportunità di un uomo, che ai piedi porti le Nike, come Sporty Spice, o il tacco dodici di Victoria.

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