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Come superare le diversità in 5 punti: Pride
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Come superare le diversità in 5 punti: Pride

Davide Genco

Sono pressoché sicuro che a chi frequenta abitualmente questo sito non sarà sfuggito il film “Pride”: per chi invece non ne fosse al corrente, si tratta di una produzione britannica ispirata alla storia vera del Pride di Londra del 1985, manifestazione che vide sorprendentemente sfilare fianco a fianco gay, lesbiche e minatori del Galles.

La pellicola è balzata agli onori della cronaca in occasione dell’ultimo Festival di Cannes, nel corso del quale ha ricevuto la Queer Palm (e dell’esistenza di questo premio ero completamente all’oscuro io, ma Wikipedia mi spiega che viene assegnato ai film con tematica LGBT presentati a Cannes).

Credo che ci sia davvero un milione di ragioni per cui il film meriti di essere visto, ma quella su cui volevo concentrarmi in particolare è il senso di bene comune che permea la storia, che ben spiega perché occuparsi anche dei diritti di quelle categorie che non ci riguardano direttamente significhi salvaguardare i diritti di tutti.

Pride-Poster

La pellicola racconta dell’intuizione di Mark Ashton, giovane attivista gay che, consapevole di come le condizioni sia della propria comunità, sia dei minatori inglesi tartassati dall’ultraliberismo di Margaret Thatcher fossero originate da un nemico comune, dà vita al movimento LGSM (acronimo per “Lesbiche e gay a sostegno dei minatori”). Da qui in poi, tutto il film è di fatto un percorso di avvicinamento fra le parti in gioco per perseguire una causa che si rivelerà gradualmente essere sempre più decisiva per entrambi.

A questo punto il designer che è in me proverà a spiegarvi che dietro a questo percorso di reciproca comprensione, mai dato per scontato dal racconto, si cela un modello che si articola in 5 passaggi. Vi anticipo da subito che grazie alle Meraviglie dell’Internet questo articolo è interattivo: se vi limitate a leggere i titoli non troverete SPOILER, mentre se cliccate sopra ciascuno per leggere le varie descrizioni ne troverete eccome (comunque calma, non vi sto raccontando il finale di Interstellar).

Per far sì che due comunità agli antipodi si incontrassero, ci sono voluti qualcuno che compiesse la prima mossa (il LGSM) e qualcuno che accogliesse l’aiuto (i minatori del Galles).
Nella sua precisione chirurgica, la sceneggiatura ci fa anche vedere la “nicchia nella nicchia”, rappresentata da due lesbiche che, anziché prendere parte al LGSM, vorrebbero animare un gruppo che parli alle donne. Ashton ne liquida i propositi invitandole a rivolgersi semplicemente alle “persone”. Questo scambio rapido è un po’ l’emblema delle barriere anche interne che si incontrano quando si cerca di estendere il proprio aiuto oltre i bisogni del proprio gruppo di riferimento.
Quando il rappresentante dei minatori del Galles tiene un discorso di ringraziamento in un club per omosessuali, la prima reazione della clientela è quella di sentirsi oltraggiata dalla presenza di un individuo che, in quanto evidentemente estraneo alla comunità, viene automaticamente visto come minaccia. Ma, non potendo che ascoltare le sue sincere parole di ringraziamento, il pubblico cambia atteggiamento e ne accoglie le istanze. Più avanti vedremo come siano stati proprio il rispettivo cambio di contesto e la conseguente “contaminazione” ad innescare tutte le conquiste conseguite dalle due minoranze (principio che è anche alla base di tipo quasi tutte le innovazioni umane).

Più difficile è prevedibilmente l’accettazione del LGSM da parte della comunità gallese. La sceneggiatura suggerisce la svolta principalmente in due punti: il primo è quando il gruppo ospite fornisce una informazione utile alla casalinga Siân circa l’impossibilità della Polizia di prelevare forzatamente i manifestanti, che quindi vengono rilasciati. Il secondo è quando il gay Blake insegna a ballare ad un corpulento giovanotto del paese per fare colpo sulle ragazze. La barriera più alta viene quindi sormontata grazie all’apprendimento: nel primo esempio vediamo che lo scambio di conoscenza fornisce un beneficio reciproco ai due gruppi, che capiscono di avere problematiche più affini di quanto pensassero; nel secondo, il personaggio gallese comprende che lo scatenato ballerino può trasmettergli una competenza utile che nessun altro membro della comunità alla quale appartiene può dargli.
Nella sua inappuntabile onestà intellettuale, il racconto indugia severamente sull’ultima resistenza a cui si va incontro quando si cerca di superare la reciproca diversità: quella del mondo esterno, di chi ancora non è stato convinto.
Vediamo che quindi non basta per le due realtà avere raggiunto una condizione di fiducia l’una verso l’altra, poiché questa viene minata sia dalle derisioni degli altri lavoratori verso i minatori beneficiati dal LGSM, sia dallo sdegno di alcuni gay verso l’LGSM stesso, accusato di essersi interessato troppo alla causa dei lavoratori trascurando i problemi della comunità di appartenenza. Sono proprio queste le diffidenze che metteranno più a repentaglio l’insolita cooperazione, prima della presa di coscienza collettiva finale.
Scopriamo che il supporto finanziario del LGSM fu ripagato dal sindacato dei minatori, che risultò decisivo in seguito nella votazione che portò al riconoscimento da parte del Governo inglese dei diritti delle persone gay e lesbiche. Ma, questo è importante evidenziarlo, mai il film suggerisce che le azioni dei due gruppi siano dettate dalla convenienza (come ad esempio all’inizio sospetta la comunità gallese), quanto dall’individuazione di un fine alto da perseguire insieme.

Fatto il giochino? Cliccato a caso sui titoli? No? Andate subito a recuperare il film.
Insomma, se dovessi pensare ad un aggettivo per “Pride” credo che sceglierei “efficace”: so che sembra una definizione un po’ algida se applicata ad un racconto tanto commovente che parla di una causa sostenuta fino a mettere in gioco le proprie vite, ma vi spiego perché.

“Pride” ha un messaggio da trasmettere, ovvero che interessarsi del futuro del prossimo significa contribuire al proprio futuro. Per farlo, non sceglie un approccio pedagogico, ma di fare adottare al pubblico il punto di vista ora di una, ora dell’altra categoria. E, in assoluta onestà, non ti racconta che farlo sia facile, ma anzi elenca puntualmente una serie di barriere che un processo del genere deve superare e le immense energie da spendere per farlo. Infine, per dire tutto questo riuscendo al contempo a restituire la complessità delle fasi senza appesantire la fruizione del racconto, sceglie la formula estremamente comunicativa della commedia. Una commedia, va specificato, nella migliore tradizione britannica: brillante e garbata, tenera ma anche amara quando necessario e sempre a fuoco nella sua argomentazione, in pieno pragmatismo anglosassone.

La splendida testimonianza di “Pride” non vuole insomma dipingere un mondo felice che non esiste, ma una realtà che può davvero essere resa migliore di quanto sia dagli stessi attori che la animano, se tutti ne acquistano consapevolezza. Ho trovato anche qui illuminante nel suo minimalismo un rapido scambio di battute tra un frequentatore del club gay e Mark Ashton: alla domanda del primo sul perché sia necessario investire tante risorse per i minatori, quest’ultimo risponde “Perchè loro raccolgono il carbone necessario a produrre l’energia che alimenta la discoteca dove puoi ballare le Bananarama”. Il concetto di bene comune spiegato in una battuta, insomma.

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In tutto questo io trovo davvero che “Pride” sia un film efficace, che grazie alla sua capacità di comunicare potenzialmente non solo a chi è già sensibile a queste tematiche, ma anche a chi ne è estraneo e non se ne sente coinvolto può contribuire ad infrangere un’altra manciata di barriere sociali. E fra questo tipo di barriere sociali includerei non solo i temi dell’omosessualità, ma anche della parità di genere (non a caso la casalinga gallese Siân James farà tesoro dell’esperienza arrivando a diventare la prima donna nel Parlamento a rappresentare la Contea di Swansea).

In conclusione: una lezione che ho appreso dalla lettura dei classici greci e latini è che quando un autore sceglie di raccontare una storia passata non lo fa per mero esercizio di cronaca, ma per evidenziarne l’attinenza con il presente e per dare uno stimolo a migliorare il futuro. Il mio auspicio è che “Pride” ricordi, se non proprio a tutti, ma almeno a coloro che ne hanno saputo ascoltare il messaggio, che da una crisi non solo economica, ma anche identitaria e di valori si può uscire non pensando a preservare il proprio guscio come la “pancia” suggerirebbe, ma attraverso la cooperazione e lo scambio di conoscenza finalizzati al perseguimento di un bene comune. Io, personalmente, sono davvero convinto che migliorare la qualità della vita di una minoranza migliori anche quella della maggioranza, o anche solo di un’altra minoranza: se non lo fossi stato, del resto, non avrei fatto le due di notte a scrivere questo articolo.

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