Confessioni di una magra in vista della prova costume

Sono una di quelle persone che ama l’estate, che tra mare e montagna sceglierà sempre e comunque il mare, e che appena le giornate iniziano ad allungarsi diventa felice come una bambina. Una di quelle persone, insomma, che sogna le vacanze estive tutto l’anno. Anche mentre scarta i regali di Natale, compra il cappotto più caldo, fa il cambio di stagione e tira fuori i maglioni di lana.

La mia stagione preferita è arrivata, le ferie sono (quasi) alle porte, le giornate al mare possono finalmente diventare realtà. Qual è il problema allora?

Beh, il problema c’è. Ed è pure doppio.

Perché se è vero che sono magra da sempre e che per me la prova costume non dovrebbe essere un problema come tengono a sottolineare in molti, in realtà lo è. Lo è, eccome. Pure troppo.

Lo è perché non mi sento a mio agio col mio corpo, e lo è ancor di più perché non posso dirlo senza sentirmi rispondere con una bella risata, o con i più diretti “Stai scherzando?”, “Sei pazza” detti con aria infastidita, ironica o compassionevole a seconda dei casi e dell’interlocutore.

Già, perché se sei magra non puoi lamentarti, non ne hai il diritto. Se sei magra, non è possibile che tu abbia dei problemi col tuo corpo. Perché magro è bello e giusto. Purtroppo però non è davvero così e il motivo è molto semplice e non riguarda solo me.

Ho sempre vissuto la spiaggia come il luogo in cui ci si mette a nudo. In cui fai i conti con la palestra mancata, la cioccolata consolatoria, lo smalto sbeccato, i calli sotto i piedi e la ceretta mai perfetta. Ricordo le giornate afose trascorse in casa per imbarazzo. Per l’imbarazzo di dover togliere il copricostume e lasciare che gli altri guardassero e sapessero.

Ma guardassero e sapessero cosa di preciso? Un reggiseno appena riempito, gli addominali dimenticati a casa, le gambe corte e la mia tendenza a somatizzare ogni forma di tensione. Un inverno intero trascorso alla scrivania, un aiuto da Madre Natura che non è mai arrivato e mai arriverà. La distanza siderale, insomma, che intercorre tra ciò che sono e ciò che vorrei. O meglio, ciò che sono e ciò che mi è stato detto di dovere (e volere) essere.

Riuscire a non sentirsi sotto osservazione in un sistema in cui il modo in cui appari è più importante di come sei non è così semplice. Non lo è mai, figuriamoci in costume. E ci provo tutte le estati a convincermi che non è il mio corpo a rendermi più o meno interessante, ma mi accorgo ogni volta che non è questa la strada giusta per convincermene.

Partiamo da qui: la perfezione non esiste. La perfezione è una magnifica confezione fatta di ciò che non abbiamo e non avremo mai. Una chimera che ci spinge sempre più avanti, sempre più in là verso qualcosa che comunque non ci spetta. E non ci spetta non perché non la meritiamo, ma perché non esiste.

Non esiste infatti ragazza al mondo che davanti allo specchio non pensi “Questa cosa qui la cambierei”. Perché non c’è ragazza al mondo che coincida in tutto e per tutto con quella idea di perfezione con cui siamo purtroppo cresciute. E che ci condiziona ogni volta che andiamo a fare shopping, che ci iscriviamo in palestra, che ci guardiamo attorno sulla spiaggia sperando che nessuno si accorga della cellulite sulle gambe e, soprattutto, sperando di trovarne almeno una che ne abbia più di noi. Quasi per consolazione, per ben infilarci in quella struttura che ci vuole sempre l’una contro l’altra.

Anche in costume. Specialmente in costume.

Si può essere body-shamer di se stessi e lo si può fare in mille modi. Ma comunque lo si faccia, sarà sempre atroce per chi lo vive. Privarsi di momenti, di esperienze, ma soprattutto di quella serenità di cui abbiamo bisogno perché siamo umani, è una delle conseguenze più degradanti dell’atto di vergogna che proviamo verso di noi. Ci guardiamo allo specchio e non riusciamo proprio a volerci bene. E non importa quanto siamo alte, basse, magre, grasse, bionde tinte o rosse naturali.

Sfogliamo decaloghi sulla prova costume, sperando nei rimedi dell’ultimo minuto. Ci mettiamo in costume e pensiamo “Se solo avessi fatto di più”. E certe volte arriviamo perfino a odiare le altre, ma solo perché ci vergogniamo di noi stesse. Le osserviamo con attenzione e ci sembrano tutte migliori di noi. Più curate, più toniche, più forti. E quindi apparentemente più felici.

Lo fanno tutte, l’ho fatto anch’io.

Fino a quando ho capito che il problema non sono le altre, il problema non sono neanche io. Non è il mio corpo, non è la tonicità delle mie gambe, non è il girovita più o meno stretto il problema.

Lo è, invece, la prospettiva con cui siamo cresciute, quell’idea che ciò che conta è apparire perfetti, perché esserlo – lo abbiamo capito – è impossibile. Lavorare sodo, rinunciare, sorridere: un mantra che si ripete, capace di portare con sé solo un infinito senso di insoddisfazione.

Ho imparato a non giudicare, a immedesimarmi nelle insicurezze altrui, a non valutare una persona dall’aspetto fisico. Leggendo, ascoltando, guardando, ho imparato ad apprezzare vite completamente diverse dalla mia e a prendere per buone affermazioni che un tempo avrei etichettato come assurde. Perché so cosa si prova quando esprimi un pensiero e non vieni presa sul serio. So perfettamente come mi sento quando ammetto di sentirmi a disagio col mio corpo e vengo colpevolizzata per questo. E sto imparando a non odiarmi solo perché non rispecchio un ideale di perfezione; a sopportare gli sguardi giudicanti e irrispettosi; a prendere coscienza del mio corpo e ad accettarlo; a ristabilire le mie priorità e a capire che non è il mio aspetto a definirmi. O meglio non lo è l’impossibilità del mio corpo di coincidere con quell’immagine di perfezione che sembra l’unica aspirazione per cui valga la pena lottare.

Beh, anche no.

Il punto infatti non è fare finta di niente o degradare il corpo a un ruolo meno importante di quello che svolge, quanto ribellarsi a un sistema che ci vuole tutte uguali e (in)felici. Il tempo passa troppo velocemente e stiamo solo sprecando i migliori anni della nostra vita, gli unici che abbiamo.

Perciò, se davvero quest’estate vogliamo fare qualcosa di diverso, se vogliamo imparare dal tempo buttato via davanti allo specchio, se davvero vogliamo riprenderci quello che abbiamo preso a martellate in passato, stanche di giudicare noi stesse e le altre, proviamo a seguire l’unico consiglio sensato che ho sentito negli ultimi tempi su come affrontare al meglio la prova costume: prendere un costume e andare in spiaggia.

Alessandra Vescio
Alessandra Vescio

Redattrice

Abbastanza ribelle da creare disordine dentro e fuori di sé, Alessandra è capace di fare scelte solo se sovvertono le aspettative. Legge, scrive, ama, parla e protesta con tutto il fuoco meridionale che ha dentro. Se potesse si farebbe portavoce di tutti gli oppressi, fiorellini calpestati nei campi compresi. La sua tesi di laurea in Lettere parlava di moda e aveva la copertina rosa.

1 Commento
  1. Forse è solo una mia impressione, ma questo articolo mi è sembrato rivolto esclusivamente ad un pubblico femminile; perché nello scriverlo non hai pensato anche agli uomini come fruitori?

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