Dopo che il movimento femminista della prima ondata si è battuto strenuamente per il diritto di voto femminile ed una maggiore uguaglianza retributiva negli ambienti di lavoro, nella seconda (per distinguerlo dalla prima, portata avanti dalle suffragette) si è concentrato sulla lotta per l’ottenimento dei diritti umani basilari (come l’aborto) e lo smantellamento dei misogini stereotipi che hanno portato alla definizione del genere femminile su base dicotomica: donna/madre/moglie/santa o donna/meretrix e dai facili costumi.

La donna, infatti, è stata da sempre associata alla natura; natura duale oscillante tra i suoi due poli: materno o selvaggio. È proprio in questi anni che si inserisce la nascita e la definizione di questo nuovo approccio all’archeologia: la gender archaeology (archeologia di genere) nasce durante la seconda ondata del movimento femminista, a partire dal 1984 grazie al lavoro di Margaret Conkey e Janet D. Spector, considerate nella comunità archeologica anglosassone come le prime ad applicare gli studi di genere al mondo dell’archeologia.

Il primo stadio per lo sviluppo di questo nuovo tipo di archeologia è stato – secondo Alison Wylie – la critica dell’androcentrismo da parte degli studiosi femministi, a cui è seguita una parziale revisione della storia spinta dagli interessi di uguaglianza di genere, necessari a rendere visibile il ruolo della donna (remedial phase), che ha portato successivamente allo sviluppo degli studi che hanno come protagonista il gender inteso come costrutto sociale e le sue implicazioni con il potere.

Il movimento femminista della seconda ondata ha cercato di mettere in evidenza come, anche in campo archeologico, la figura della donna sia sempre stata messa in secondo piano: nella rappresentazione visiva (i musei), nella formulazione delle varie interpretazioni storiche ed archeologiche, e all’interno della stessa professione dell’archeologo (equity issues), quasi come se la storia, fatta esclusivamente dall’uomo, abbia da sempre travolto la figura femminile in maniera totalmente passiva.

L’obiettivo principale dell’archeologia di genere è quello di rivalutare i ruoli di uomini e donne nelle società antiche partendo dallo studio della cultura materiale di queste ultime.

L’idea che fonda questo nuovo filone dell’archeologia è che, sebbene tra uomini e donne esistano innegabili differenze fisiche legate al sesso biologico, non vi è nulla di naturale circa il genere, che ha portato avanti differenze limitanti nel tempo e svantaggiose nel caso del secondo sesso. Quali e quanti siano i generi, cosa significa essere uomo o donna, quale tipo di relazioni instaurano tra di loro e in che modo devono comportarsi sono elementi che scaturiscono indipendentemente dal sesso biologico in quanto prodotti di processi culturali, storici e sociali.

La gender archaeology è a tutti gli effetti il risultato nato dall’unione degli Women’s Studies con un altro tipo di archeologia, quella processuale (o New archaeology) nata ufficialmente nel 1962, anno della pubblicazione dell’articolo Archaeology as Anthropology, di Lewis R. Binford. La New Archaeology ha pertanto spinto il discorso archeologico, soprattutto negli anni Settanta del secolo scorso, verso le scienze naturali e la costruzione di nuove leggi generali sul comportamento umano, da un lato promuovendo l’analisi della storia e della preistoria attraverso una prospettiva femminista, dall’altro utilizzando un’archeologia che esplori lo sviluppo temporale dei ruoli di uomini e donne alla ricerca di un equilibrio tra i generi.

Sebbene sia auspicabile il contrario, non è necessariamente detto che attraverso la ricerca e lo studio di genere le donne preistoriche ne escano “eguali” alla controparte maschile, ma almeno condivideranno insieme il palco dell’analisi, prendendo più di una volta il posto degli uomini.

Molti sono stati gli archeologi che hanno pesantemente criticato l’archeologia di genere basandosi sul pensiero comune mosso contro lo stesso femminismo. Come – secondo loro – il movimento femminista incoraggiava le donne a lasciare i loro mariti, uccidere i figli, diventare lesbiche e addirittura praticare la magia nera, così nel 1992 Paul Bahn definiva la gender archaeology come «semplice archeologia femminista», fatta dalle donne per le donne, dove gli unici archeologi uomini vi si interessano per essere politicamente corretti.

Secondo Bahn, insomma, «il carro [dell’archeologia di genere] non dovrebbe essere autorizzato a rotolare troppo».

Nonostante il parere contrario di alcuni, la gender archaeology continua ancora oggi a smantellare ciò che sappiamo sui ruoli di genere nelle società antiche (la gender mythology) e ricostruirli sulla base della visione progressista del femminismo, tanto che già a partire dalla fine degli anni Novanta tutte le più importanti riviste specialistiche nord americane di archeologia avevano pubblicato almeno un articolo che si focalizzasse sull’archeologia di genere.

Questo nuovo approccio all’archeologia è stato anche fondamentale all’interno della storia della stessa scienza per ridare voce ad archeologhe le cui ricerche sono state nel tempo silenziate da altre figure (prevalentemente maschili).

«La storia dell’archeologia con la sua esclusione della figura femminile e delle politiche di genere [prima degli anni Settanta] è stata prodotta attraverso meccanismi di selezione e oblio […] con la sistematica cancellazione dei contributi e della partecipazione delle donne all’interno della disciplina» (Sørensen, 2005).

Innegabile è la presenza femminile in ambito accademico sin dagli albori della scienza, ma non per questo la situazione poteva dirsi equa. In Europa così come in America era ricorrente la pratica di “dividersi il lavoro” all’interno del mondo accademico. Le archeologhe avevano facilmente molto più accesso a posti nei musei e talvolta per lavori manageriali; le posizioni accademiche di prestigio erano quasi sempre riservate agli uomini. Gli studi stereotipicamente femminili (su manifatture tessili, gioielli e vasi) venivano ignorati quasi del tutto dai colleghi uomini e si lasciava che fossero le donne ad occuparsene.

L’archeologia, così come molti altri studi classici, ha portato avanti i significati tradizionali di mascolinità e femminilità: le capacità di uomini e donne, le loro relazioni e il loro ruolo nelle società risultano poco oggettivi ed inclusivi sul tema del genere. Inoltre, dato che spesso agli archeologi mancano strutture per concettualizzare e studiare i ruoli di uomini e donne nelle società antiche, si è finiti automaticamente per definire come “naturale” la struttura sociale a noi contemporanea, associandola anche a quelle più arcaiche. Di conseguenza, l’uomo e la mascolinità sono diventati sinonimo di forza, coraggio e lavoro, mentre la donna e la femminilità di debolezza, passività e dipendenza.

Questa nuova struttura promossa dalla gender archaeology cresce sulla base di termini che includano il genere femminile (gender inclusive), e non è specifica e parziale del solo genere maschile (gender specific) come, di fatto, l’archeologia è stata fino a poco tempo fa. La presenza delle figure femminili all’interno dei musei archeologici è, anche in questo caso, sempre ristretta a loro ruolo di madri e mogli.

Sebbene ci sia spesso concentrati sulla presenza/assenza delle donne, è evidente che non sono mai assenti del tutto o rese letteralmente invisibili, ma ciò che è sempre mancata è una chiara idea di come deve essere inteso il loro ruolo nelle passate società (in particolare preistoriche). La loro “invisibilità” (per quel che può significare) è connaturata nella decisa volontà di non tentare di attribuire loro altro ruolo se non quello che la tradizione ha voluto farci credere che avessero.

«Gli uomini scrivono la storia del passato attraverso ciò che è loro dedicato nei musei, diventando loro stessi la storia. Così per capire la storia è necessaria esclusivamente la figura maschile, quella femminile è solo di contorno e secondaria» (Sørensen, 2005).

Nessuno studio archeologico proclama apertamente di poter conoscere le differenze e i ruoli di genere nel passato e osservarne i mutamenti attraverso la documentazione archeologica. Ciò non significa che gli archeologi non abbiano detto nulla o non si siano interessati alle strutture che fondano il gender ed il comportamento di uomini e donne, anzi. Il principale problema risiede nel fatto che, non potendo risalire a verità più o meno parziali circa la condizione femminile di alcune società antiche, molti archeologi hanno portato avanti per decenni affermazioni che dovrebbero essere definite più che altro supposizioni o ipotesi (Conkey e Spector, 1984).

L’androcentrismo è senza dubbio una caratteristica che ha influenzato non solo l’archeologia e l’antropologia, ma più in generale fa parte della nostra tradizione intellettuale: dalla letteratura alla musica, fino alla storia dell’arte. Un tacito accordo ha condotto alla creazione di voci silenziate (quelle femminili) dando risalto al lavoro e al solo ruolo degli uomini nella società.

Gli archeologi, da parte loro, hanno messo molto poco in dubbio le descrizioni etnografiche nelle loro produzioni, considerando come sicuramente corretto il pensiero degli antropologi e degli etnografi, ed utilizzandolo come base della conoscenza delle diversità culturali dei vari popoli. Ciò ha portato alla creazione di semplici analogie etnografiche tra popoli e popoli, le quali hanno, in maniera più o meno palese, distorto il tema del genere. Che sia stato per scelta o per semplice ignoranza, l’archeologia ha deliberatamente deciso di non contestare la visione parziale ed androcentrica degli studi antropologici e, per questo, «non può essere in alcun modo scusata» (Conkey e Spector, 1984).

Difficilmente le asserzioni e le ipotesi che troviamo nei testi accademici circa i comportamenti e le attività legate al genere sono esplicitate o confermate in qualche modo. Una continuità temporale tra il passato e la nostra quotidianità è stata resa implicita nel momento in cui si parla delle stereotipate supposizioni che l’archeologia ha proposto circa la struttura del gender, proponendo un paradigma fallace e ripetitivo. Ciò, da un lato, enfatizza erroneamente una sorta di continuità nel corso dei millenni del comportamento umano; dall’altro sottolinea che l’attuale stato di cose sulle dinamiche di genere è connaturato nelle specie grazie ad un non meglio identificato processo evolutivo. Accettando, ad esempio, l’idea che gli stereotipi di genere siano legati ad un sistema simbolico di comunicazioni appare immediatamente evidente che i primi ominidi non potessero avere un gender.

Da qui la nascita di una falsa nozione dell’oggettività. Gli archeologi sembrano essere oggettivi quando parlano di ciò che conosciamo del passato, confermando che «non sappiamo in che modo i gruppi umani della preistoria erano socialmente divisi». Eppure, nello stesso articolo, poco dopo questa affermazione, leggiamo anche che erano apparentemente le donne ad occuparsi del trattamento delle colture tramite utensili di pietra. Viene dunque dato per scontato che le attività ed il ruolo delle donne non fossero solamente diversi, ma anche meno visibili di quelli dei compagni maschi, nonostante, come già detto, non è quasi mai possibile dimostrare in che modo il comportamento adattivo di queste società preistoriche fosse organizzato. Di qui, “l’invisibilità” delle donne è più il risultato di una falsa nozione dell’oggettività e dei paradigmi di genere sottolineati dagli archeologi piuttosto che dalla mancanza di queste informazioni. Qualcuno potrà quindi ritenere inesistenti le informazioni archeologiche sulle attività ed i ruoli femminili solamente se presuppone veritiere discutibili ipotesi come la divisione del lavoro in base al sesso.

Il caso tipico di androcentrismo archeologico è la descrizione della vita dei primi ominidi e il modo in cui è stata concettualizzata e presentata. Gli studiosi femministi, attenti alle origini del patriarcato e dei moderni ruoli di genere, hanno evidenziato il modello dell’Uomo-Cacciatore (Man-the- Hunter model) come principio della moderna discriminazione in ambito archeologico. L’Uomo-Cacciatore, presentato da S. Washburn e C. S. Lancaster ed elaborato da Laughlin, che ha ottenuto grande successo e diffusione in numerosi scrittori, prescrive le attività, le capacità e le regole delle relazioni tra uomini e donne, risultando uno dei princìpi degli attuali stereotipi di genere.

La decostruzione di questo modello, iniziata già dieci anni prima del lavoro di M. Conkey e J.D. Spector, è necessaria per una ricostruzione della storia fondata su un pensiero critico che eviti di suggerire una sorta di inevitabilità (se non immutabilità) della sfera sociale che dal passato sarebbe giunta fino ai giorni nostri. Ciò che gli archeologi femministi trovano carente nel modello dell’Uomo-Cacciatore è una esplicita ricostruzione teorica della vita sociale umana e, di conseguenza, la mancanza di uno specifico paradigma per lo studio del gender.

Non è un caso che nel 1983 furono alcune studiose femministe ad opporre al misogino modello dell’uomo-cacciatore quello di Woman the Gather (La donna raccoglitrice) per sottolineare quanto misconosciuto fosse il ruolo delle donne nelle età preistoriche di cacciatori-raccoglitori (Cuozzo e Guidi, 2013). Le donne sono rappresentate mentre compiono un numero molto limitato di azioni domestiche: fanno vasi, cucinano e lavorano il cibo. Gli uomini, al contrario, portano avanti un numero molto più vasto di attività: tessono, compiono rituali, costruiscono abitazioni e prendono decisioni di ordine pubblico.

Di conseguenza, più in generale, i contributi, le attività e la prospettiva femminile sono sempre stati banalizzati, stereotipati o semplicemente ignorati.

Per approfondire:

CONKEY M. W. – D. SPECTOR J.D., Archaeology and the Study of Gender, in «Advances in Archaeological Method and Theory», Vol. 7, 1984, pp. 1-38

CUOZZO M. – GUIDI A., Archeologia delle identità e delle differenze, Roma, 2013

SØRENSEN M.L., Gender Archaeology, Cambridge, 2005

WASHBURN S. – LANCASTER C.S., The evolution of hunting. Man the hunter, Lee R. e DeVore I. (a cura di), Chicago, 1968

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