Maria Grazia Chiuri è la prima donna alla direzione creativa della maison Dior. In più di cinquant’anni di storia della griffe francese si sono visti susseguire nomi autorevoli come Yves Saint Laurent, Marc Bohan, Gianfranco Ferrè, John Galliano, Hedi Slimane, fino ad arrivare all’ultimo eletto, Raf Simons, che ha deciso di abbandonare il suo posto da direttore creativo (raccontato in modo sublime nel documentario Dior&I) lo scorso 22 ottobre 2015.

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Dal 1946, anno di inizio della carriera di Monsieur Christian Dior, soltanto il “sesso forte” è riuscito a salire ai vertici del marchio, perpetuando quella rappresentazione del femminile che dagli anni cinquanta aveva conquistato le donne di tutto il mondo. Spalle arrotondate, vitini a vespa, gonne lunghe a corolla. Definito dall’allora direttrice della rivista Harper’s Bazaar Carmel Snow come “New Look”, l’operazione compiuta da Dior il 12 febbraio del 1947 non era semplicemente una collezione, ma una nuova visione della donna e del contesto francese. La guerra è  finita da appena due anni, e la sfilata dimostra una voglia insaziabile di lasciarsi alle spalle il passato, le restrizioni, le uniformi, la severità, per restituire alle donne la possibilità di piacersi.

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La raffinatezza, firma della maison Dior, è stata perseguita da tutti i successori ed interpretata con estri creativi a volte molto distanti tra loro, come la pomposità inarrestabile dell’enfant terrible John Galliano opposta al neo minimalismo di Raf Simons. Ma in tutte le sue declinazione la donna Dior è sempre stata caratterizzata da una linearità sofisticata, pulita e “coerente” con la filosofia di Monsieur Dior.

Quello che abbiamo visto ieri alla settimana della moda di Parigi con Maria Grazia Chiuri ha un sapore nuovo, diverso. Dopo aver lasciato la direzione creativa di Valentino (rimasta nelle mani dell’ex collaboratore Pierpaolo Piccioli) la Chiuri ha preso in mano la maison francese a luglio di quest’anno proponendo la sua prima collezione per il ready-to-wear primavera/estate 2017.
L’anima della sfilata è chiara: rivoluzione ed evoluzione – come sottolinea la t-shirt Dio(r)evolution. Chez Dior molte cose sono cambiate con un twist (al momento) femminista. Infatti la nuova direttrice creativa, cresciuta durante l’emancipazione degli anni Settanta, opta per soluzioni visive che ricordano anche l’attivismo visivo della Westwood con stampe di sostegno al movimento, come “We should all be feminists”, titolo del libro che riprende lo speech di Chimamanda Ngozi Adichie.

Maria Grazia Chiuri si muove con un’abilità straordinaria tra tradizione, heritage, sportswear ed eleganza. La sfilata si apre infatti con un impatto quasi dicotomico, all’interno del quale il classico tailleur Bar viene ridefinito con elementi appartenenti al mondo della scherma, una reinterpretazione moderna volta ad annullare le differenze sessuali. A seguire rigidità e scioltezza si risolvono in equilibri che rendono l’idea di comfort e praticità. Da notare come i tacchi siano quasi inesistenti, e se presenti ridotti ad altezze minime. Le sofisticate trasparenze dei pizzi e tulle rivelano l’animo forte della donna Dior, caratterizzato da uno sportswear che sovraespone con un gioco di parole il logo “J’adior”. Abiti eterei vengono accompagnati da solidi stivali-sneaker in un mix and match in grado di trovare un compromesso tra effetto scenico da passerella e vero utilizzo. Perché è questo il merito che mi sento di attribuire a Maria Grazia Chiuri, la capacità di aver creato una “nuova donna” Dior, non più irrigidita e trascendente, inchiodata ad un ideale da New Look sterile e falso. La nuova linea non gioca e non controlla la silhouette del corpo femminile. Lo accompagna, lo asseconda e lo rende libero, senza complicazioni da restrizioni artificiali.

Dio(r)evolution a tutti gli effetti. Un debutto che sicuramente vedrà uno scontro d’opinione tra i più tradizionalisti, adoratori di quel vitino esile since 1947, e i rivoluzionari che incoraggiano la svolta della Chiuri verso un ideale più realista e rappresentativo. Lungi dall’essere un articolo di critica o analisi delle linee stilistiche, queste mie parole sono per la forza della nuova direttrice creativa che, pur rispettando la storia del brand, ha saputo dare contemporaneità e forma ad una donna che non cammina solo sulle passerelle. “Sono orgogliosa di chiamarmi femminista” sostiene Maria Grazia Chiuri. E il suo supporto arriva anche tramite il suo lavoro, la sua collezione, con un tributo ad una femminilità dalle molteplici sfaccettature.

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