Alle volte gli atti di estremo coraggio innescano reazioni a catena.
Qualche tempo fa vi avevamo fatto leggere la storia di Rosa.
Le sue parole sono state ascoltate, la sua storia è stata la prima tessera del domino che Bossy spera di diventare.
Un altro ragazzo ci ha scritto, raccontandoci la sua storia, lo stupro che lui ha dovuto subire – ma non solo.
Eccola:

La mia è una storia triste, tanto lunga che non ne vuole sapere di finire. I miei amici e la mia famiglia la conoscono, ma non mi basta: continuo a sentirmi solo, invisibile, a guardarmi attorno spaventato quando cammino per strada. E continuo a essere arrabbiato, perché nessuno sa, tutti ignorano che possano esistere anche storie come la mia, ma tutti dovrebbero saperlo.

Che cosa dovrei fare allora? Mi sono chiesto. La speranza è davvero esaurita?
Poi ho pensato che io non saprò parlare (per paura, più che altro), ma che ho sempre saputo scrivere e mi sono chiesto: ci sarà spazio per una testimonianza diversa, per la mia testimonianza, su Bossy? Ed ecco perché ho deciso di scrivervi questa lunga lettera.

Sappiate innanzitutto che io sono gay. Non dirò che amici e parenti mi hanno accettato, perché non c’era nulla da accettare: per loro non faceva alcuna differenza. Il percorso che mi ha portato a fare coming out è stato lungo e difficile, ma, quando è arrivato il momento, ero circondato da persone che tuttora mi vogliono molto bene. Ho capito fin da subito che ero diverso dai ragazzi gay che si vedono in giro: non mi piace perdere troppo tempo a curare il mio aspetto, non sbavo dietro alle borse e ai gioielli da donna, non parlo in falsetto, non amo le discoteche, guardo un sacco di film, leggo libri fantasy, manga, gioco alla playstation, ascolto musica rock… Lady Gaga è la cosa un po’ più gay che mi aggrada.

Vivevo nell’entroterra ligure, dove mi era pressoché impossibile incontrare altri ragazzi come me; così, quando a diciannove anni mi trasferii per l’università, non avevo mai avuto un ragazzo, solo qualche breve flirt e diversi innamoramenti non corrisposti (per ragazzi eterosessuali, s’intende) ed ero pronto ed entusiasta a cominciare una nuova vita sentimentale, oltre che scolastica. Trepidavo dall’emozione, ero pieno di aspettative, tutto mi sembrava meraviglioso. Ero tutto un fuoco! Le mie speranze cominciarono a sgretolarsi quando entrai a far parte del circolo LGBT della città. Non era affatto come me lo aspettavo: mi sembrava che i ragazzi s’impegnassero a perpetuare stereotipi come la frivolezza, la superficialità, la promiscuità, l’ostentata effeminatezza dei ragazzi gay… Per giunta io credevo di trovare un luogo dalla mentalità aperta, dove gli omosessuali si presentano al mondo come persone normali, con dei valori forti come quelli dell’amore e della famiglia; la tendenza del circolo era invece quella di creare una micro-società interdetta agli eterosessuali, fatta di orgie e divertimenti disinibiti.
Cercai di far buon viso a cattivo gioco, ma gli altri si rendevano conto del mio senso di rifiuto e iniziarono a denigrarmi. E per la prima volta in vita mia, mi sentii discriminato per il mio orientamento sessuale. Io lì dentro ero il gay non abbastanza gay. Il gay che frequenta gli etero.

Le cose sembrarono cambiare quando per la prima volta vidi lui e udii la sua risata. Lui era diverso: non gli importava di attenersi agli stereotipi, voleva soltanto essere se stesso. O almeno questo era quello che voleva dare a vedere. Trovai il coraggio di chiedergli di uscire e lui, all’inizio un po’ riluttante, come mi confessò in seguito, accettò. Il nostro primo appuntamento fu magico: scoprimmo di venire entrambi da realtà molto piccole e chiuse e di non aver mai avuto una relazione. Ci piacemmo molto a vicenda e al secondo appuntamento già stavamo insieme. L’entusiasmo e la gioia della prima mezz’ora furono smorzati quando lui disse di amarmi. Come fa ad amarmi se ancora non mi conosce? Pensavo. E se ancora non mi conosce, e io non conosco lui, com’è che già stiamo insieme? Nei giorni seguenti non riuscii a mettere a tacere completamente quei miei dubbi, ma quanto meno a sedarli dando la colpa all’ansia da prima relazione. Dopotutto era una novità per entrambi: era normale che avessimo modi diversi di gestire il tumulto di nuove emozioni. Decisi di dirgli che anch’io lo amavo, anche se sapevo che non era vero: pensavo che, visto il suo “ti amo” molto ingenuo, anch’io mi sarei potuto permettere di tornare un po’ ragazzino. Sono tutt’ora pentito di avergli mentito, da un lato perché non sono stato corretto, dall’altro perché gli ho spianato la strada per ferirmi. Comunque, sia chiaro, al tempo gli volevo un gran bene ed ero sicuro che mi sarei potuto veramente innamorare di lui un giorno.

Mi sembrava che le cose andassero abbastanza bene, finché, dopo due settimane, la prima sera che dormimmo assieme, mentre ci stavamo scambiando effusioni sul suo letto, lui si tolse i pantaloni davanti a me. “Non ce la faccio più” mi disse. “No, amore, non stasera” gli dissi io. Non è che non volessi farlo, però ero troppo emozionato, troppo agitato, avrei semplicemente voluto andare con più calma. Ma lui non me ne diede la possibilità. “Mi dispiace, amore, non riesco più a trattenermi” disse. Mi tolse i pantaloni e fece di me quel che voleva, mentre io ero paralizzato sul letto, rigido, tremante… Ero a disagio, ma non capivo perché. Non ebbi neanche la forza di reagire. Nemmeno riuscivo a ragionare, a capire cosa stesse succedendo. Ricordo solo che a un certo punto lui mi strattonò le gambe dicendo: “Dai, amore, apri un po’ di più le gambe!” Tremavo. E la persona che diceva di amarmi non se ne rendeva conto. Mi forzai di partecipare a quel gioco crudele, ripetendomi che era quello che anch’io volevo, sperando finisse il prima possibile, ma qualcosa si ruppe quella notte. Dormimmo nudi, le sue braccia avvinghiate a me, come una gabbia. Fu così che persi la verginità: con uno stupro. Per un po’ riuscii a mandare avanti quel teatrino. Avevo bisogno di ingannarmi, non potevo ammettere di aver fallito su tutti i fronti. Mi ripetevo che lui era la persona giusta per me e che il sesso non era poi tanto male… Tornai a casa per le vacanze di Natale. Al ritorno, gli rivelai che non ero innamorato di lui. Si arrabbiò e io cercai di consolarlo. Esatto: io, quello in crisi, consolavo lui, l’aguzzino. Gli dissi che non ero sicuro di voler chiudere la nostra storia, che ero molto confuso; questo per lui sarebbe dovuto essere un campanello d’allarme: se davvero mi ami, combatti per me, era il significato delle mie parole. La sua risposta fu: “Smettila di rigirare il dito nella piaga, pezzo di merda.” A quelle parole, capii che avrei dovuto lasciarlo. Non gli dissi subito il motivo per non farlo sentire in colpa. Gli dissi che era tutta colpa mia, che non avevo saputo ben interpretare i miei stessi sentimenti, ma da stupido non gli rinfacciai la violenza che mi aveva fatto. Un giorno decisi di riscrivergli per sfogarmi. Gli dissi di smetterla di andare e mettere in giro voci sul mio conto, quando neanche lui sapeva il motivo della nostra rottura. Nel litigio che ne scoppiò, finalmente gli rinfacciai la violenza che mi aveva fatto. La risposta fu pressappoco questa: “Non capisco come tu possa esserti sentito violentato da me. Io l’ho fatto per te, perché ti amavo, per farti passare i tuoi problemi con l’intimità. Infatti dopo sei stato molto più sciolto.” Furono quelle parole che mi portarono a odiarlo. Quella notte lui disse “mi dispiace, amore, non riesco più a trattenermi”. Cosa c’entravo io? Dove stava il mio bene in quelle parole e in quei gesti? Dopo di lui per mesi non ne volli più sapere di uomini: avevo paura delle relazioni e soprattutto del sesso. Entrai anche in terapia per cercare di superare il trauma. Come puoi dirmi che dopo ero più sciolto? Come puoi dirmi che mi hai aiutato a risolvere dei problemi (che solo tu vedevi, tra l’altro), quando in realtà non hai fatto altro che crearne? “Non ho nessun rimpianto” fu il suo ultimo messaggio.

heart

Io lo odiavo e ancora lo odio con tutto il cuore. Abbandonai il circolo per sempre, con la benedizione di mio padre, della mia psicologa e dei miei amici, che mi confermarono che non potevo star bene in un ambiente tanto ghettizzato. A giugno decisi di scrivergli ancora. Volevo avere un ultimo confronto faccia a faccia, dirgli quanto lo disprezzavo e dirgli addio per sempre. Quando ormai mi ero messo l’animo in pace, lui mi rispose e ci demmo un appuntamento. Quel giorno andò male fin dall’inizio: mi ero ripromesso di non lasciarmi baciare, di scostarlo dandogli un “no” secco, invece lasciai che mi baciasse la guancia. Concludemmo che il nostro era stato un problema di comunicazione. Non mi soddisfaceva come verdetto, non mi rendeva giustizia, ma ero troppo scioccato per controbattere. Le mie ultime parole furono: “Sono contento di potermi tenere un bel ricordo della nostra relazione. Sappi comunque che ti vorrò sempre bene e ti stimerò sempre come persona.” “Grazie, Pietro. Anch’io nutro un profondo affetto nei tuoi confronti” mi rispose. Mai in vita mia fui più furioso con me stesso dopo aver pronunciato quelle parole. Ancora non capisco perché l’abbia fatto. Senso di solitudine? Meglio con lui che da solo, quindi meglio tenerselo buono? Oppure ancora ho paura di lui? Come potrei avere un bel ricordo di una storia tanto malata? Come potrei provare affetto e stima per la persona che mi ha violentato? Se solo potessi tornare indietro, gli direi cose ben diverse: “Chiederti di uscire è stato uno dei più grandi errori della mia vita. Ti disprezzo, mi fai schifo, e ti auguro di trovare qualcuno che ti tratti tanto male quanto tu hai trattato male me!”

Io a più di un anno dalla nostra rottura, sono ancora qui a odiarlo, a guardarmi intorno, cercando qualcuno che mi restituisca fiducia nell’amore. Ma in tutti gli uomini che incontro vedo la stessa superficialità, la stessa idea distorta di amore; addirittura ho incontrato persone che mi hanno proposto di andare a letto insieme, benché fossero già fidanzate. Che schifo. Essere gay fa schifo. Perché nessuno lo dice? Su Facebook, su Youtube… Tutti raccontano dei poveri ragazzi gay discriminati dagli omofobi, dei pestaggi, dei genitori che cacciano di casa i figli omosessuali… Ma perché nessuno racconta della discriminazione che c’è all’interno del mondo LGBT? Dei ghetti che gli omosessuali stanno creando? Dei carnai, della frivolezza, della merda che poco si addice a chi lotta per il diritto al matrimonio e all’adozione.
Perché nessuno racconta dei ragazzi gay discriminati dagli altri ragazzi gay, come me? Insieme a tutti i racconti di ragazze vittime di violenza, perché non può starci anche il mio? Perché io devo restare in disparte a piangere, a pensare che se questo è l’amore che spetta ai gay forse non vale neanche la pena continuare a vivere? Io voglio far sentire la mia voce. Parlare è l’unica cosa che posso fare. Allora griderò! Voglio trovare tutti quelli che, come me, si sentono soli, invisibili, incompresi, e voglio essere la loro voce. Cara redazione, vi consegno la mia storia.
Bossy vuole raccogliere le voci dei più deboli, no? Vorreste raccogliere anche la mia?
La nostra, cioè, di tutti coloro che si sono sentiti discriminati negli ambienti dove la discriminazione si dovrebbe invece combattere.
Vi prego di aiutarci.
Pietro

Disegni di Costanza De Luca
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