Vi è mai capitato di pensare che per natura le donne siano più invidiose, competitive, meschine, gelose, arriviste… degli uomini? Se sì, ho una brutta notizia per voi: siete appena caduti nello stereotipo che vede nelle donne delle creature incapaci di collaborare tra loro per il loro animo innatamente contorto e poco trasparente. Questo pregiudizio, che affonda le sue radici in tempi lontani, purtroppo è molto diffuso tra le persone, soprattutto in ambito lavorativo, ed ostacola fortemente l’emancipazione e il successo femminile. 

Prima di qualunque riflessione, è importante fare una precisazione preliminare: sono consapevole del fatto che sollevare una questione come questa e metterla in relazione a un problema di genere, provocherà delle reazioni da parte di chi  ̶  uomo o donna che sia  ̶  si sente osteggiato o non sufficientemente supportato dai suoi colleghi, compagni, coetanei, amici e familiari a prescindere dal sesso e non rileva, nel suo caso, alcun tipo di relazione tra il genere e l’indifferenza o l’ostilità altrui. Questa non è, né vuole essere, un’analisi antropologica dell’invidia o della rivalità in generale.

Se sono qui a parlarne è perché la concorrenza femminile troppo spesso ha ben poco di quel sano agonismo costruttivo ed utile a entrambe le parti in gara e, al contrario, somiglia molto di più ad una lotta quotidiana per la sopravvivenza.

Ammettiamolo: la solidarietà femminile è molto più diffusa quando si tratta di condividere insuccessi, difficoltà, forme di discriminazione o violenza; mentre diventa una perla rarissima in caso di ambiti traguardi o riconoscimenti, soddisfazioni personali e pubbliche, risultati lodevoli e vittorie meritate. Da cosa può dipendere questo atteggiamento? È solo un caso se è così comune nel genere femminile? Quali potrebbero essere le ragioni che condizionano il comportamento delle donne nei confronti delle altre donne?

 

Da dove nasce questo stereotipo?

Come nella stragrande maggioranza dei casi, questo stereotipo non nasce in un momento preciso della storia, ma nella storia si è tacitamente radicato e sviluppato, finché qualcuno non si è reso conto della sua esistenza. Fin dalla tenerissima età, molte bambine delle generazioni precedenti alle nostre (o di quelle attuali, in Paesi meno paritari del nostro), sono state abituate all’idea di dover lottare di più rispetto ai loro coetanei del genere maschile per ottenere gli stessi risultati.
Senza ripercorrere la lunga storia delle conquiste delle donne in ambito politico, sociale, economico, pubblico e privato, possiamo affermare che a parità di condizioni di partenza, le donne dovevano superare l’ostacolo, a volte irremovibile, del proprio sesso.
In primo luogo vi era uno scarto notevole tra gli uomini di successo e le donne di successo. Questo condizionava l’ambizione delle giovani donne, molto spesso ignare delle proprie possibilità: non avere esempi di qualcuna che ce l’aveva fatta poteva costituire un deterrente al provarci. Molte donne del passato si sono accontentate della posizione faticosamente raggiunta perché stanche di dover lottare o impossibilitate a farlo o, peggio ancora, perché inconsapevoli del fatto che il loro status potesse essere una tappa e non il traguardo ultimo della propria esistenza.

 

Perché è ancora tanto diffuso?

Ancora oggi non esistono molti termini per indicare delle posizioni lavorative al vertice declinate al femminile e, laddove qualcuno tenti di coniarle, viene tacciato di insensatezza e additato come persona talmente priva di alcun tipo di impegno sociale e civile da poter perdere tempo con battaglie inutili contro mulini a vento immaginari.

Attualmente, in Italia, le donne occupate sono ancora quasi il 20% in meno degli uomini e si registra un gender pay gap – ovvero un divario tra gli stipendi maschili e quelli femminili – di oltre 3mila euro l’anno: gli uomini percepiscono in media dei salari del 12,7% in più rispetto alle donne.
La situazione diventa ancora più chiara se si guarda direttamente agli inquadramenti professionali di livelli superiori: la percentuale di donne che occupa ruoli di leadership in azienda è pari al 27%.

È tanto azzardato tentare di rintracciare un legame tra il numero dei posti di lavoro disponibili – o meglio, accessibili – alle donne e la loro “eccessiva” competitività? È così insensato pensare che, se le opportunità di crescita professionale per le donne sono ancora così inferiori rispetto quelle maschili, è prevedibile che queste si ritrovino a sgomitare tra loro per ottenere ciò che resta?

In una società diseguale ed impari dal punto di vista del genere, le donne sono le prime avversarie delle donne.

Provateci voi ad esultare per la collega che ha ottenuto la promozione, quando tutto ciò significa anche che quella promozione voi non la otterrete mai. Finché ci sarà un mondo del lavoro così iniquo rispetto al genere, le donne dovranno faticare più degli uomini per collaborare insieme ed essere solidali tra loro.

 

Che fare per superarlo?

Tutto ciò, però, non deve costituire una giustificazione alla misoginia femminile, ma, al contrario, dovrebbe fungere da stimolo per avvicinare le donne tra loro. L’alternativa esiste, anche se richiede degli sforzi ulteriori: si può, e si deve, iniziare a considerare l’altra donna non come un’avversaria da annientare, ma come un’alleata con cui lottare insieme per gli stessi diritti. Bisogna rieducare il genere femminile al riconoscimento dei meriti altrui, alla capacità di collaborare con gli altri: troppo spesso noi donne ci sentiamo sole contro tutti e non parte di qualcosa.
Impegniamoci a considerare le nostre colleghe come delle compagne con cui affrontare la realtà lavorativa quotidiana, le nostre superiori come delle donne da imitare ed elogiare, le nostre dipendenti come persone da incoraggiare. Iniziamo a ripeterci l’un l’altra che:

Se ce l’ha fatta lei, ce la posso fare anche io.
Se ce l’ho fatta io, ce la puoi fare anche tu.

 

E gli uomini?

Un mondo del lavoro più equo ed eguale non è giusto solo per le donne. È giusto per tutti. I vantaggi tratti da una collaborazione e un’integrazione femminile non hanno nulla a che vedere con il genere: se in un’azienda le donne sono messe in condizione di lavorare meglio, ci guadagnano tutti.
Agli uomini spetta perciò il compito di aiutarci ad uscire da questa situazione di subalternità e monadismo, di insegnarci a lavorare in squadra e ad apprezzarci reciprocamente, senza il timore di essere meno di nessuno o nessuna. Agli uomini spetta il compito di lottare insieme alle donne, per le donne e per loro stessi; e, soprattutto, di non frenare l’ondata di parità che, ci auguriamo, investirà presto ogni ambiente e livello professionale.

Non si tratta di allearsi tra donne contro gli uomini, si tratta di unirci tutti, uomini e donne, contro la misoginia, il monopolio maschilista e le discriminazioni di genere che nuocciono all’umanità a cui tutti noi apparteniamo.

 

 

Fonti:

http://www.ilsole24ore.com/art/management/2017-04-05/donne-e-leadership-azienda-l-italia-arranca-fondo-classifica–115418.shtml?uuid=AEDVjoz

http://www.repubblica.it/economia/2017/09/03/news/gender_gap_jobpricing-174357928/

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-07-31/occupazione-record-le-donne-ma-l-italia-resta-penultimo-posto-europa-105356.shtml?uuid=AEE5nX6B

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