«Dio benedica i baci rubati, furenti e stonati. Gli sguardi codardi, le fughe, le attese e i “ti odio” bugiardi. Le mani che frugano, cercano, trovano, perdono…»

Pubblicato nel marzo del 2016, La Morte Fidanzata, primo volume della saga Vodka&Inferno, edito da Milena Edizioni, ha subito fatto parlare di sé. Con ragione, a mio modesto parere.

Questo romanzo mi è piaciuto, e anche molto. In esso sono trattate molte tematiche che – alcune in modo più evidente, altre meno – sono sulla stessa lunghezza d’onda di quelle care a Bossy. Avrei potuto parlarne io, ma perché non fare di più, e lasciare che sia la stessa autrice, Penelope Delle Colonne, a raccontare?

In questa intervista si parlerà di donne, di donne scrittrici, di genere, di orientamento sessuale; cosa ne pensa Penelope di tutto ciò? Quali sono le sue idee? Scopriamolo insieme.

 

N: Ciao, Penelope. Prima di tutto ti ringrazio ancora per aver accettato di farti intervistare da me, per Bossy. Parto subito con le domande, se per te va bene.
Con il primo libro della tua saga hai raggiunto un certo successo, e hai decisamente fatto parlare di te. Sicuramente sei diventata un modello per molte ragazze giovani che hanno in comune con te la passione per la scrittura. Parlo in particolare di “ragazze giovani” perché, a causa del comune stereotipo, le donne vengono ritenute capaci solo di scrivere romanzetti rosa di poco spessore, nonostante la storia abbia dimostrato il contrario. Questa mentalità sicuramente influenza la mente delle più giovani, abbassando la loro autostima. Cosa ne pensi di tutto questo, e cosa diresti alla donne, giovani ma anche più grandi, che si sentono bloccate nell’esporre su carta le loro storie?

P: Baci di luna e grazie a te per questa opportunità. Mary Shelley fu costretta a pubblicare sotto pseudonimo maschile e, non lo nego, ho pensato spesso anche io di seguire le sue orme. Purtroppo oggi giorno è infattibile con la pretesa crescente del pubblico di conoscere anche il colore delle mutande dell’autore. Non mi sento di crocifiggere i romanzi rosa, sono gusti… e se vendono molto qualcuno li leggerà, giusto? A chi si approccia a un “genere” di nicchia come il mio dico solo di insistere e di non farsi chiudere in etichette scontate. Dico di insistere, vince chi resta.

 

N: Come donna che ha avuto successo, probabilmente non sarai immune ai commenti sessisti da parte di uomini e di altre donne. Ne hai ricevuti alcuni? Se sì, ti va di fare qualche esempio? Cosa pensi dell’idea per la quale se è una donna a far successo, probabilmente è perché ha fatto favori sessuali a qualcuno? Perché, secondo te, sono spesso le donne le prime a fare questo genere di commenti? E, più in generale, cosa ne pensi dello slutshaming?

P: Ho subito e subisco più cyberbullismo che accuse sessiste vere e proprie. Certo sono convinta che se fossi stata un uomo non avrei subito quanto subisco. Mia convinzione. Dicono che sono ricca, molto ricca. Dicono che ho scopato con l’editore per pubblicare e che conosco politici e giornalisti. Io lascio correre, inciamperanno.

 

N: Momento “traccia libera”. Donne e letteratura. Cosa ti evoca?

P: Un giardino. Emily e Virginia che giocano a tennis poco lontane. Mary che beve il tè insieme a Isabella e Elsa. Penelope che spia da sopra al muro arrampicandosi a fatica su una pila di libri barcollanti cercando di captare odori, suoni, musiche.

 

N: Nel tuo romanzo, La Morte Fidanzata, vi sono svariati personaggi femminili, dai caratteri più disparati. Ti sei ispirata a qualcuno in particolare? Cosa avevi in mente per queste tue figlie di carta quando le hai fatte vivere nero su bianco? Hai fatto fatica, per esempio, a svincolarti da qualche stereotipo, anche solo letterario, sul genere femminile?

P: I personaggi femminili sono più difficili da descrivere di quelli maschili, per me. Ho sempre paura di renderli stereotipati, di non far esplodere il loro carattere e non dimentichiamo che Vodka&Inferno è una saga ambientata nel 1894 dove le donne passavano la vita tra figli, mariti imposti e mura di casa.

 

N: Chi è il tuo modello femminile, per la scrittura e non?

P: Emily Dickinson, Mary Shelley, Elsa Morante, Isabella Santacroce, Virginia Woolf, Emily Brontë.

 

N: Cambiamo un po’ argomento. Nel tuo romanzo le tematiche LGBT sono decisamente presenti. Come mai? Pensi che scrivere di amori differenti a quello etero possa aiutare le persone a smettere di essere discriminanti?

P: In verità non è stato un atto voluto, programmato. Non ho scritto di amori LGBT per partito preso. Semplicemente alcuni miei figli di carta volevano stare insieme a dispetto della sessualità, della morale, della “normalità” imposta. E chi sono io per imporre limiti  all’amore? L’amore è amore in ogni forma e dimensione.

 

N: Senza fare spoiler: nel tuo romanzo vi è anche un ribaltamento dell’identità e dell’espressione di genere. Pensi che la dicotomia binaria “uomo/donna” sia limitante? Si può dire che tu abbia trattato anche di generi non binari, dando loro una voce?

P: Le anime non hanno sesso.

 

N: A proposito di generi, so che tu non ami che il tuo romanzo venga etichettato, appunto, con un “genere”. Può essere considerato un riflesso dei tuoi personaggi e delle tue idee?

P: Esattamente. Faccio fatica a dichiararmi “donna” o a dichiararmi in qualche altro modo. Nemmeno riesco a definirmi scrittrice. I miei figli di carta, i miei personaggi, sono tutti più o meno bisessuali o, per meglio dire, pansessuali. Non hanno una sessualità definita anche se credono di averla.

N: Parlando di generi letterari; nelle librerie è spesso presente la sezione “Letteratura LGBT”. Ritieni che catalogare i romanzi in questo modo faccia bene alla comunità LGBT stessa, poiché le dà una rilevanza, o si tratta di un’ennesima discriminazione?

P: No, non amo le categorie e i generi. Già i generi cosiddetti “canonici” mi stanno stretti figuriamoci quelli che distinguono letteratura Lgbt da letteratura “classica” o come direbbero in molti “normale”.

 

N: Decima domanda, siamo alla fine. Vorrei che mi parlassi un po’ delle tue idee riguardo la parità, nel senso più ampio del termine. Pensi che sia già raggiunta, oppure no? Se sì, perché? Se no, perché? E, ancora, se no, quanto ci vorrà per raggiungerla, e cosa è necessario fare?

P: Bisogna prima di tutto considerarsi anime e non maschi o/e femmine. Le anime non hanno sesso, non hanno limitazioni sociali e culturali. Le anime sono libere e libera dovrebbe essere l’umanità.

L’intervista è finita, ringrazio infinitamente Penelope per il suo tempo. Le auguro il meglio, sia per la sua carriera, sia per la sua vita.

Trovate QUI  più informazioni riguardo La Morte Fidanzata.

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