di Maria Sara Cetraro

Nel fine settimana del 24-25 settembre si è svolta a Bologna la terza edizione di Educare alle Differenze, manifestazione che promuove l’incontro tra l’associazionismo femminile e LGBT e il mondo della scuola, con l’obiettivo di studiare e realizzare progetti educativi fondati sul rispetto e la valorizzazione della diversità.

Una mentalità ostinatamente inclusiva è alla base di questa iniziativa, coordinata da persone che, in tanti anni di attività hanno saputo “allenare” il loro sguardo a riconoscere l’unicità e preziosità di ogni persona, coltivando il sogno di costruire un sistema educativo (non limitato al contesto scolastico) fondato sul rispetto incondizionato, che sappia dare spazio all’identità e alle aspirazioni di ciascuno.

Ho rivolto qualche domanda a Monica Pasquino, in rappresentanza dello staff di Educare alle Differenze, animata dal desiderio di includere anche voi lettori di Bossy nella rete che questi amici e amiche stanno tessendo con tanto impegno.

Com’è andata questa terza edizione in trasferta a Bologna?
La terza edizione di Educare alle Differenze è stata per noi un grande successo, anche questa volta oltre le aspettative in termini di adesione, con quasi mille partecipanti provenienti da tutta Italia, e rispetto al livello dei contenuti emersi dai tavoli di lavoro e dalle assemblee plenarie.
Educare alle Differenze è una rete di oltre duecentocinquanta realtà dislocate su tutto il territorio nazionale; dopo due anni a Roma, ci è sembrato importante cambiare luogo e spostarci a Bologna, sede del Progetto Alice – associazione promotrice dell’evento insieme a Scosse (Roma) e Stonewall (Siracusa) – e città da sempre attenta e attiva su queste tematiche. Ci ha fatto particolarmente piacere essere ospitati alla Bolognina, storico quartiere popolare, nella Scuola Media “Testoni Fioravanti”, da anni impegnata in progetti d’intercultura e valorizzazione delle differenze.

Quali sono stati i “punti critici” più discussi durante l’assemblea plenaria e nelle singole aule?
L’attualità e l’urgenza delle tematiche affrontate rispetto ai continui casi di violenza sulle donne, omofobia, cyberbullismo, razzismo.
La latitanza della politica, se non per lodevoli iniziative a livello locale.
La necessità di costruire un lessico comune per parlare di educazione alle differenze. Ecco perché quest’anno, accanto ai workshop dedicati alle diverse fasce di età, abbiamo dato vita ai “laboratori di pensiero”.
La necessità di continuare a condividere le pratiche (e il pensiero) attraverso l’autoformazione.

La dimensione del racconto, tra storia e fantasia, e dell’immedesimazione negli altri sono due aspetti ricorrenti nei laboratori proposti. Quali altri criteri hanno guidato la scelta delle tematiche affrontate quest’anno?
In questa edizione, all’interno dei diversi tavoli di lavoro, abbiamo cercato di proporre il meglio emerso dalle passate edizioni dando a relatori e relatrici maggiore spazio non solo per raccontare le loro esperienze, ma per condividerle attraverso veri e propri workshop che mettessero in gioco i/le partecipanti. Per questo ogni intervento ha avuto una durata di due ore.

Nel comunicato stampa conclusivo ho letto dei tre passaggi-svolta introdotti quest’anno; potete spiegarci meglio come sono nate queste iniziative e cosa si propongono?
Il primo, emerso come un’esigenza molto sentita già lo scorso anno, è la costituzione formale di una rete nazionale di associazioni impegnate a valorizzare le differenze, dentro e fuori la scuola. Il lavoro sullo Statuto della rete è andato avanti nel corso di quest’anno e l’incontro di Bologna è stato un momento di confronto importante e costruttivo.
Il secondo è l’adesione e la partecipazione convinta della rete di Educare alle Differenze alla manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne, indetta dal Comitato promotore Io decido per il 26 novembre a Roma. Un passo importante come rete nel riaffermare con forza il ruolo centrale e insostituibile della scuola, e dell’educazione in ogni sua forma, nella prevenzione e nel contrasto della violenza di genere, attraverso la decostruzione degli stereotipi e dei modelli sessisti che sottendono a relazioni diseguali e violente tra i generi.
Il terzo è l’elaborazione di un Protocollo d’intenti, uscito dal tavolo di discussione sulla politica, da proporre agli esponenti degli Enti locali per impegnarli concretamente negli obiettivi della rete e nella promozione di progetti per la valorizzazione delle differenze, attraverso lo stanziamento di fondi e l’attuazione di politiche mirate.

Quali riscontri, sia positivi che negativi (intesi come ostacoli ancora difficili da superare), potete osservare nel mondo della scuola italiana e in altri contesti educativi dopo tre anni dall’inizio dell’esperienza di Educare alle Differenze?
L’attenzione su questi temi è in generale più diffusa e si moltiplicano le esperienze portate avanti nelle scuole e sui territori. L’iniziativa però resta quasi sempre nelle mani di insegnanti volenteros* che devono spesso scontrarsi con forti resistenze; lo spauracchio del gender è ancora molto presente e, anche se minoritaria, la propaganda da parte di gruppi di matrice cattolica e di estrema destra ha un peso significativo, specie tra le famiglie.
Resta la necessità di un riconoscimento ufficiale e di una diffusione capillare dell’educazione alle differenze come cornice trasversale di ogni attività e disciplina, e nella formazione degli/lle insegnanti nelle scuole di ogni ordine e grado a partire dalla primissima infanzia.

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