Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Odio e amo. Per quale motivo io lo faccia, forse ti chiederai.
Non lo so, ma sento che accade e sono tormentato.

Se da un lato Catullo dedicava l’epigramma che avete appena letto (il carme 85) a Lesbia, battendo il piede su uno dei topoi più noti della letteratura di ogni tempo: ti amo e contemporaneamente ti odio; dall’altro, anche Cicerone si scagliava contro la stessa donna in una delle sue orazioni più celebri: la Pro Caelio.

Chi è Lesbia, e cosa ha osato fare (o cosa ha osato rappresentare) questa donna per suscitare così forti sentimenti in due tra i più celebri autori della letteratura latina?
In molti hanno rivisto – sebbene da Catullo cantata sotto pseudonimo – la medesima donna: Clodia.
Lesbia è in realtà Clodia (o più correttamente Claudia), matrona romana vissuta nel I secolo a.C., sorella di Clodio Pulcro e vedova del proconsole Quinto Cecilio Metello Celere. Donna molto nota nella cronaca del tempo, estremamente affascinante, colta e – citando lo stesso Cicerone – “sfrontata, senza freni, ricca e libidinosa a modo di una prostituta”.

Per rispondere nella maniera più puntuale possibile alla vostra curiosità sul perché mi senta in dovere di parlare di questa donna, è inevitabile un breve riepilogo del secolo in cui la stessa ha vissuto e della principale orazione ciceroniana in cui è tirata in ballo.
È questo un secolo di grandi cambiamenti. Cesare, Pompeo e Crasso hanno stretto non uno, ma ben due patti segretissimi (quei patti che porteranno al primo triumvirato) e Clodia, vivendo in quegli anni cruciali che porteranno alla fine della Repubblica e all’inizio del Principato, diviene lei stessa diretta esponente di quella società i cui costumi, secondo Cicerone, sono estremamente corrotti.
Celio, allievo ed amico di Cicerone, viene proprio da quest’ultimo difeso nell’accusa descritta nella Pro Caelio: corruzione elettorale, debiti, spese smodate, partecipazione alla congiura di Catilina, violenza ad un senatore e abuso di matrone di ritorno da cena. Ma non solo. Celio avrebbe fatto parte dei tumulti a Napoli, messo in pericolo la sicurezza degli ambasciatori di Alessandria a Pozzuoli e tentato di uccidere Dione, il capo di questa ambasceria. Un poco di buono, insomma. Apparentemente, ma non per Cicerone.
Perché si, Celio alla viene scagionato, tutte queste accuse finiscono nel dimenticatoio e la colpa ricade su una ed una sola donna. Proprio lei: Clodia.

Dimentichiamoci almeno in questa sede dell’innegabile bellezza della prosa ciceroniana e soffermiamoci su ciò che più ci interessa: il modo in cui il Nostro autore riuscì a plasmare la giuria a proprio piacimento, giocando d’astuzia e con le parole e con gli eventi, finché non trasformò la stessa accusa in una semplice barzelletta ed un caso esemplare di misoginia romana, in cui la soluzione macchinata dalla difesa è stata semplice maschilismo: è tutta colpa di una donna, soprattutto se si tratta di una matrona come Clodia.

da deviantArt.com

L’orazione fu tenuta il 4 aprile del 56 a.C., un giorno di festa poiché a Roma venivano ufficialmente aperti i Ludi Megalenses. Cicerone scherza sin dall’inizio su questo dato, chiedendo per quale strano motivo, mentre si tenevano i giochi pubblici, i giudici erano stati chiamati in tribunale omnibus forensibus negotiis intermissis – quando ogni altra attività forense è sospesa. È inutile – pensa probabilmente Cicerone – che siano tutti lì a perder tempo: la risposta alle colpe inflitte a Celio è cristallina.

Le prime accuse vengono velocemente messe da parte a causa di “errori di gioventù” commessi da Celio in giovane età, proprio come hanno fatto tanti altri grandi uomini in adolescenza, mentre Cicerone si sofferma sull’omicidio dell’ambasciatore di Alessandria, di cui accusa Tolomeo Aulete.
E Clodia, invece? Durante il processo Clodia faceva parte dell’accusa e aveva portato avanti la sua testimonianza inchiodando Celio come omicida: proprio a lei Celio aveva chiesto dell’oro per poter assoldare i sicari che avrebbero ucciso l’ambasciatore. Sarebbe poi stato necessario del veleno affinché Clodia, in quanto testimone, venisse uccisa.
A Cicerone resta poco da fare: per poter vincere il processo deve screditare tutte le parti in campo, compresa quella di Clodia. L’obiettivo del nostro autore fu quello di aizzare gli animi di tutti coloro che rivedevano in quella donna la crisi di ogni valore, trasformando di fatto l’accusatrice in imputata.

«Poniamo il caso che una donna non sposata (qui Cicerone si riferisce chiaramente a Clodia) abbia aperto casa propria ai desideri di tutti, si sia collocata apertamente in una vita da meretrice, sia solita banchettare con uomini a lei sconosciuti […]»

da deviantArt.com

Cicerone condanna così lo stile di vita di una non nupta mulier apertamente poligama che non segue il modus operandi delle matrone, rifiuta il mos maiorum e non si cura delle opinioni altrui. D’altronde, la descrizione che l’oratore ci riporta è piuttosto accurata e probabilmente veritiera. Clodia era una donna affascinante a cui lo stesso Cicerone avrebbe difficilmente resistito, capace di far cadere tra sue braccia chiunque lei desiderasse, oltre che estremamente colta ed intelligente. È probabile che nel suo salotto, oltre alle danze a cui era particolarmente devota, macchinasse anche intrighi politici.
L’accusa di Clodia non aveva quindi alcun fondamento se non l’odio nei confronti di un uomo che, da un certo momento in poi, secondo il racconto di Cicerone, l’aveva rifiutata. È anche un odio tipicamente femminile quello che inscena Cicerone. «Perché sei molesta verso colui che non ti vuole?» le chiede, conscio di aver toccato una nota troppo dolente per non avere in pugno tutta la giuria.

Dopo il processo, non abbiamo idea di cosa accadde a Clodia, la quale sopportò due gravi lutti: la morte dell’amico e amante Catullo nel 55 e la caduta del fratello in un’imboscata sulla Via Appia nel 52 a.C.
Un personaggio considerato sopra le righe, quello di Clodia. Scomodo per troppi. E nonostante il suo sia tra i pochi nomi di “matrone emancipate” dell’epoca che ci siano pervenuti, sicuramente non doveva essere l’unica. Quando Cicerone parla di “corruzione di costumi” nella Roma del I secolo a.C. indubbiamente vi inseriva quella libertà che, col tempo, le donne altolocate romane erano riuscite a conquistarsi.
Lo sappiamo bene: la libertà che è scomoda per qualcuno viene considerata eccesso. L’eccesso è negativo ed è giusto vada represso con ogni mezzo.

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