La questione di genere negli anime non è che lo specchio di una società giapponese rigida e maschilista, incastrata in un modello confuciano tradizionale.

In quest’ottica, la presenza di eroine e protagoniste interessanti è quasi un miracolo, eppure i primi passi vengono mossi in questa direzione proprio negli anni ‘80 in un panorama altrimenti desolante.

 Fino ad allora, le eroine negli anime dei super-robot sembreranno incastrate nelle uniformi di genere: le divise sono sistematicamente rosa e lo sono anche i loro accessori, mentre tra gli emblemi indovinate cosa prevale? Il cuore.

La questione femminile nell’anime super robotico classico non ha una risoluzione.
Ce lo dice Jacopo Nacci nel capitolo nove di Guida ai Super Robot, dopo aver analizzato l’animazione robotica giapponese dal 1972 al 1980.

In questo tipo di anime vige la retorica dell’eroe ribelle e autoritario e dell’eroina remissiva. Lo possiamo vedere in Gackeen quando Takeru si oppone al potenziamento del robot di Mai: la zittisce lanciandole la carta dell’asso di cuori a tapparle la bocca, dopo 37 episodi durante i quali lei salva la Terra e lui è perso e ossessionato dalle questioni paterne.
Il personaggio nasconde il proprio maschilismo dietro alla scusa di volerla proteggere quando Mai, con mezzi migliori, potrebbe farlo benissimo da sola.
Si tratta di vera apprensione, rigida gerarchia dei ruoli o di sessismo?
Questo non è un caso isolato, negli anime dei super-robot, quando una ragazza chiede di pilotare un mezzo più potente e adeguato, i personaggi maschili si rifiutano o la dissuadono nascondendosi dietro la scusa del pericolo.

Nonostante tutto, Mai rappresenta comunque un tipo di eroina – almeno – recalcitrante in un panorama di figure femminili sempre ubbidienti.
L’ubbidienza è un problema? Forse.

Al contrario dei personaggi femminili secondari, che si caratterizzano come accudenti al limite del patologico, le eroine sono forti, risolute, coraggiose, assolutamente perfette e pronte ad affrontare il proprio destino senza lamentarsi mai. Diversamente dagli eroi, che spesso si rivelano restii e riluttanti verso la missione e impiegano molto tempo ad accettarne la responsabilità e il fardello. Sembra un bene, vero? Invece no: in questo modo le eroine fanno tutto quello che si richiede ad un eroe, sono perfette fin da subito e restano mancanti di una vera e propria evoluzione nel tempo – come invece accade alla controparte maschile.
Mentre le eroine mostrano abnegazione e maturità fin dall’adolescenza, gli eroi manifestano una certa riluttanza verso la missione, solo in un secondo momento maturano e agiscono per il bene del gruppo e in difesa della comunità.

Questa impostazione narrativa non giova neanche agli eroi, che infatti finiscono per essere giustificati e sviliti in quanto geneticamente immaturi – al contrario delle donne mature per grazia divina – ragionamento sbagliato sotto molti punti di vista.

I robot-donna sono dotate di tette-razzo, ma oltre questo c’è di più.

Prendiamo in considerazione tre robot-eroine di Go Nagai (il più noto e prolifico autore giapponese vivente): Afrodite, Dianan e Venus.
Afrodite è un prototipo nato per usi civili e alimentato ad energia fotoatomica, non è adatta al combattimento e finisce sempre fatta a pezzi. Lo stesso vale per Dianan, anche se possiede maggiori capacità offensive.
Entrambi i robot sono guidati da Sayaka, che combatte al fianco di Mazinga Z.
Nonostante tutina, casco e moto rigorosamente rosa, in battaglia il suo coraggio è indiscutibile. Sayaka combatte e finisce ogni volta in pezzi solo perché i suoi mezzi non sono potenti neanche la metà di quelli dell’eroe.

Venus Alfa, invece, è pilotata da Jun: il suo robot vola, è dotato di missili e raggi laser e la sua resistenza è superiore ai robot di Sayaka, ma finisce comunque sempre in pezzi – letteralmente. Quindi l’anime super-robotico è costellato da eroine che scendono in battaglia e che vengono distrutte in loop, per rimarcarne l’insita debolezza. Spetta solo e soltanto all’eroe vincere ogni combattimento e salvare dai cattivi la debole e malconcia eroina.

Jun, anche se rispetta tutti gli stereotipi del genere, risulta comunque un’eccezione rara: orfana di madre giapponese e di padre dall’etnia scura ma non identificata, si contraddistingue per i suoi lineamenti misti e inusuali.
I suoi tratti le causeranno forti discriminazioni, portandola ad affrontare un’infanzia infelice e a sviluppare una notevole insicurezza. Adottata dal Dottor Kabuto, diventerà pilota di robot e sarà ammirata per il suo coraggio in battaglia e contesa perché bellissima, anche se le sarà sempre rifiutato un potenziamento di Venus. Su di lei è incentrato un intero episodio, dedicato alla discriminazione e alla tolleranza, temi raramente affrontati negli anime del genere.

 

Alle antagoniste va meglio? Sì, essere donne è più facile dal lato oscuro della forza.

Il problema di genere è nettamente inferiore tra le fila nemiche.
In quanto cattive, ricadono comunque nello stereotipo delle donne mature e sensuali, con il rossetto rosso e gli abiti sexy, ma vengono maggiormente considerate in battaglia e si trovano spesso in posizione di comando.
Negli anime di super-robot si passa da una gerarchia nemica completamente maschile, ad una mista: infatti inizia a comparire un personaggio femminile per ogni triade demoniaca o militare, fino a marcare uno standard.
Tra le fila nemiche, le donne sono ritenute generalmente degne dai colleghi uomini, spesso subentrano durante una situazione di crisi, o dopo la morte o la degradazione di un superiore, avvicendandosi al vertice e guidando interi plotoni di uomini.

Tra eroine (troppo) perfette destinate a fallire, personaggi secondari accudenti e nemiche sensuali, non possiamo che giungere alla stessa conclusione di Nacci: non c’è una risoluzione decente alla questione femminile nell’anime super robotico classico.
Per fortuna poi il mondo andrà avanti e farà capolino un’eroina vestita alla marinara, pronta a lottare in nome della Luna.

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