“We knew that glamour and ethics could coexist, we just needed to prove it”

Firth non è certo un cognome anonimo. Oggi però non parliamo di Colin, bensì di Livia Firth.
Perché?
Perché lei merita spazio.

Si potrebbe partire in tanti modi diversi a descrivere la figura di Livia: dalla sua carriera in ambito cinematografico, dal suo essere italiana, dal suo celebre matrimonio. Dal mio punto di vista però è principalmente un’attivista, o una “agitatrice di professione” come si definisce su Twitter. Proprio per questo ho voluto parlare di lei in aprile, il mese della Fashion Revolution Week.

Da diversi anni infatti Livia è impegnata in prima persona per portare una ventata di cambiamento nell’industria della moda, spingendo per una svolta etica che salvaguardi l’ambiente in cui viviamo e i lavoratori. Allo stato attuale delle cose, il modello di business predominante è quello del fast fashion, la cosiddetta “moda usa e getta” in cui i capi vengono prodotti sempre più velocemente e venduti a prezzi sempre più bassi con lo scopo di trasformare i clienti in consumatori compulsivi a cui vendere ben diciotto nuove collezioni ogni anno. Una politica basata su prezzi bassissimi è sostenibile economicamente per le aziende solo compiendo delle scelte non etiche da un punto di vista ambientale e umano. La produzione di capi di vestiario risulta infatti essere la seconda attività più inquinante a livello globale dopo l’industria estrattiva. Anche dal punto di vista sociale le cose non vanno meglio: la maggior parte dei lavoratori (80% dei quali sono donne) vive ai limiti dello sfruttamento, con salari bassissimi e condizioni di sicurezza precarie. Se volete avere un quadro più completo di questo scenario, qui appena accennato, vi rimandiamo a questo articolo che abbiamo scritto l’anno scorso proprio in occasione della Fashion Revolution Week 2017.

 

«Ogni giorno compiamo due azioni semplicissime: ci nutriamo e ci vestiamo.
Qualche anno fa mi sono resa conto che prestavo un sacco di attenzione a cosa mangiavo e da dove veniva il cibo che acquistavo, mentre non avevo mai fatto caso a queste cose per quanto riguarda la moda. Invece è importantissimo che ci facciamo anche questa domanda: “Chi ha fatto i miei vestiti?”.
Le persone si stanno pian piano rendendo conto che ci siamo auto-conferiti il diritto di pensare che sia democratico acquistare una maglietta a 5 dollari. Per chi è democratico tutto ciò? Certamente non per chi produce la maglietta. Se vogliamo consumare più velocemente, i lavoratori devono cucire più velocemente. Se vogliamo consumare a un prezzo minore, i lavoratori devono sottostare a una paga ancora minore. Non possiamo attribuire alla vita delle donne che producono i nostri vestiti un valore minore rispetto alla nostra vita. Siamo le stesse donne. Che viviamo a Londra o in Bangladesh, siamo la stessa cosa. Quindi perché la sua vita dovrebbe valere meno della mia?»

FONTE: https://www.youtube.com/watch?v=-vrUSEDhuYo

L’attivismo sotto i riflettori

L’attivismo di Livia è diventato anche un lavoro quando, nel 2009, ha fondato EcoAge, un’agenzia di consulenza manageriale e di marketing che collabora con le aziende di moda per rendere il loro operato più sostenibile. Tra le iniziative più importanti portate avanti da EcoAge c’è senza dubbio la Green Carpet Challenge, un insieme di linee guida e standard produttivi che i brand possono utilizzare per “attestare” la sostenibilità dei loro prodotti. L’iniziativa è stata abbracciata da molti dei brand di haute couture, che realizzano gli abiti indossati sui red carpet, e nel corso degli ultimi anni sono sempre di più le celebrities che hanno aderito all’iniziativa sfoggiando creazioni che coniugano estetica ed etica durante i più disparati eventi mondani. Tra le personalità di spicco che da tempo vi prendono parte ci sono Stella McCartney, Keira Knightley, Anna Wintour, Emma Watson, Victoria Beckham e molte altre. Lo scopo della Green Carpet Challenge è di “mettere la sostenibilità sotto i riflettori” nel senso letterale del termine. Quale occasione migliore per prendere una posizione etica forte se non sotto i riflettori degli eventi scintillanti dello show business?

In questi anni Livia ha usato la propria visibilità per portare queste tematiche al centro dell’attenzione, per aumentare l’esposizione mediatica della causa.
Le sue battaglie però non si fermano agli eventi glamour e alle riviste patinate. La moda è prima di tutto un’industria e portarvi un cambiamento significa in primo luogo confrontarsi con la sua logica economica. Anche su questo fronte, Livia ed EcoAge sono impegnati da diversi anni nel tentativo di dialogare con le aziende di fast fashion e promuovere soluzioni manageriali alternative. Emblematica in questo senso è la discussione avvenuta con Helena Helmmersson (H&M) al Copenaghen Fashion Summit 2014. Se ne può vedere un estratto in The True Cost, un consigliatissimo – è anche su Netflix, quindi non ci sono scuse – documentario del 2015 sull’industria del fast fashion di cui Livia è produttrice esecutiva. Durante questo dibattito si vede bene la difficoltà di fare passare un certo messaggio quando ci si scontra con la visione strettamente aziendale, basata sul principio della massimizzazione del profitto per gli azionisti.
È stato questo filmato la scintilla che mi ha fatta “innamorare” del modo di fare attivismo di Livia: non è da tutti stare di fronte a una platea e incalzare pubblicamente la rappresentante di uno dei più grandi colossi industriali sulla componente etica del suo modello di business. Modello che nel 2016 ha fatto fatturare H&M 22 miliardi di euro.
Non è una battaglia facile, ma la risolutezza con cui Livia la sta portando avanti è di grandissima ispirazione.

 

Da Hollywood ai social media

L’attivismo nel 2018 non può prescindere dai social media, specialmente se si parla dell’industria della moda. Blogger e influencer sono figure sempre più importanti per i brand, e via via che la relazione professionale tra social media e aziende si va espandendo e consolidando, queste ultime diventano sempre più “fast”. Le star di Youtube e Instagram non si fanno mai vedere due volte con lo stesso outfit – o addirittura con lo stesso capo di abbigliamento – come se indossare qualcosa più di una volta fosse il primo peccato capitale dello stile. L’uso che Livia fa dei suoi social è anche in questo senso “rivoluzionario”: spesso posta foto dei suoi outfit quando prende parte a eventi mondani mostrando come utilizza un capo più volte, o raccontando la storia dei suoi pezzi che spesso sono vintage o di seconda mano (o semplicemente sono parte del suo guardaroba da oltre vent’anni).

Tutto ciò per mostrare che un’alternativa al fast fashion non può partire solo dalle aziende, bensì anche dai consumatori: passare a uno stile di vita basato sul riciclo e riuso dei capi, sull’acquisto di pezzi di seconda mano, sul prendersi cura dei propri vestiti e sull’opporsi alla voracità dello shopping compulsivo sono alcune delle scelte più etiche che ognuno può compiere nel proprio quotidiano. Uno dei concetti su cui Livia insiste di più è l’importanza di diventare tutti cittadini attivi e consapevoli: rispondere a un modello produttivo non etico con una logica di consumo critico che tenga in considerazione le persone e l’ambiente.
Una delle sue citazioni più efficaci è «The world is not run by naked people», ovvero “Il mondo non è mandato avanti da persone nude”, a sottolineare come, dal momento che ognuno di noi si veste ogni giorno, tutti noi abbiamo la quotidiana responsabilità di pensare a che meccanismo finanziamo con i soldi spesi in vestiti. Da ciò deriva che ognuno di noi ha la possibilità di decidere se stare a questo gioco o se contribuire a supportare un’alternativa più giusta.

 

La Fashion Revolution Week 2018

Tornando a parlare di Fashion Revolution Week, quest’anno ricorre il quinto anniversario della strage di Rana Plaza, in cui persero la vita oltre mille lavoratori di una fabbrica di confezioni a Dacca (in Bangladesh). Alla luce di questo tragico evento e di tutta la strada che ancora c’è da fare affinché l’industria della moda si prenda pienamente le sue responsabilità, penso che Livia e le sue battaglie meritino molto spazio.

Chi merita ancora più spazio però sono le donne che ogni giorno cuciono i nostri vestiti, incollano le nostre scarpe, ricamano le nostre borse. Meritano di avere una vita degna di essere chiamata tale, con degli standard lavorativi e salariali umani, meritano di vivere in un ambiente salubre, meritano di non subire molestie, meritano di non rischiare che gli edifici fatiscenti in cui lavorano crollino loro addosso.
Nei giorni tra il 23 al 29 aprile vi invito a seguire l’invito di Livia ad essere cittadini attivi: informatevi, fate domande, fate scelte consapevoli. Ci saranno diversi eventi legati a questo tema in diverse città d’Italia, ma anche se non riusciste a parteciparvi potete dare il vostro contributo da casa vostra: basta pubblicare una foto sui social taggando l’azienda produttrice e chiederle “Chi ha fatto i mie vestiti?” usando l’hashtag #whomademyclothes. Perché dietro a ogni vestito ci sono decine di vite, e tutte meritano spazio.

#leimeritaspazio

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