Il mondo per come lo conosciamo si basa su rapporti di causa ed effetto, collegamenti e concatenazioni. A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, a ogni yin il suo yang, a ogni testa la sua croce, e al movimento femminista l’antifemminismo.

Di cosa si tratta? Molto semplicemente dell’atteggiamento di chi si oppone al femminismo e ai suoi sostenitori. Partendo dal presupposto che femminismo è sinonimo di parità in diverse accezioni, antifemminista è colui o colei che approva il divario sociale, politico ed economico tra i sessi.

A volte credo che in realtà desideriamo andare tutti nella stessa direzione di progresso e che si tratti di un mero malinteso linguistico, per cui è bene dare un nome il più possibilmente appropriato alle cose. C’è chi crede che le femministe siano un gruppo di donne arrabbiate e fortemente convinte della superiorità del genere femminile, una categoria di persone che disprezza senza particolari ragioni il genere maschile e le cui asserzioni si basano su delle ingiustizie sofferte dalla notte dei tempi e che utilizzano un’interpretazione personale e selettiva della storia, la quale non trova più riscontro nella realtà attuale.

Dlin-dlon, informazione di servizio: questo è sessismo.

In particolare, possiamo parlare di ginocentrismo se siamo in presenza di una concezione che mette al centro della discussione solo il soggetto donna e che, così facendo, rischia di creare squilibri “al contrario” e discriminazioni a sfavore degli uomini. È un po’ come quella sessione di esami mal gestita per cui uno studente universitario, nel cercare di ben preparare una singola materia, non riesce a studiare per le altre.

Possiamo poi parlare di misandria nel caso di un profondo sentimento di avversione nei confronti del genere maschile, il cui parallelo è la misoginia: discriminazione sessuale, denigrazione, violenza e oggettivazione sessuale nei confronti del sesso femminile (in un sistema bigender).

Un’altra corrente è quella del femminismo separatista – e il perché si faccia chiamare femminismo sinceramente mi sfugge – i cui aderenti credono che l’abbattimento del patriarcato e il cambiamento nella società possa avvenire soltanto concentrandosi sulle donne e sul loro potere. Alcuni femministi separatisti recriminano al femminismo uno stile troppo soft che, per quanto basato su buone intenzioni, non porterà alla metamorfosi collettiva per cui il movimento combatte.

E poi c’è il femminismo che piace a me: il femminismo intersezionale. Cosa si intende con il termine intersezionale?

L’espressione è stata creata dell’accademica e attivista Kimberlé Williams Crenshaw per identificare il sovrapporsi di varie identità e dinamiche sociali.

Forme di esclusione diverse – come il sessismo, il razzismo, la xenofobia, l’omofobia, la transfobia e chi più ne ha più ne metta – non si presentano come realtà separate nella vita di tutti i giorni, bensì come elementi interconnessi. È da questa presa di coscienza che il femminismo non è più solo la lotta della donna bianca per il suffragio femminile, ma diventa la battaglia di tutti verso una società più equa e inclusiva.

Femminismo per me è un esercizio di empatia, è entrare a contatto con verità ed esperienze lontane dalle nostre e trarre importanti lezioni di vita dalle diversità altrui. In fondo staremmo tutti meglio se ogni tanto provassimo a vestire i panni dell’altro e non soltanto a cercare di decretare i dettami di una moda che va stretta persino a noi stessi. Il femminismo della nostra ondata è un movimento che dice addio ai compartimenti stagni e che vuole abbracciare quante più circostanze possibili.

Quando leggo di persone convinte di non aver bisogno del femminismo mi chiedo come si possa essere così ciechi di fronte alle tante difficoltà che ogni giorno affrontiamo all’interno della nostra società. Mi chiedo come si possa affermare che la donna non sia più oppressa facendo riferimento esclusivamente ai Paesi occidentali più sviluppati.

E, per inciso: no, io non mi sento oppressa. Sono assolutamente grata per i passi avanti che siamo riusciti a fare e per le opportunità che l’essere nata alla fine del ventesimo secolo mi ha riservato, tuttavia non chiudo gli occhi davanti alle imperfezioni che tuttora caratterizzano il mondo in cui viviamo. Di strada ce n’è ancora tanta da fare.

Significa forse che non ho nulla di più importante a cui pensare, che desidero un mondo in cui le donne riescano finalmente a farla da padrone, o che desidero perpetrare un’ideologia discriminatoria nei confronti del sesso femminile stesso perché lo si rappresenta sempre e solo come vittima? Assolutamente no. Per me vuol dire virare verso una società più giusta nella quale il successo, i diritti e le conquiste di un individuo non siano determinate dal suo sesso o dalla sua etnia.

Liberarci di ruoli preimposti, conformi a idee stereotipiche di mascolinità e femminilità, gioverebbe alla collettività in quanto ci libereremmo di schemi sociali in cui tutti siamo intrappolati, nessuno escluso.

Sono una persona incollerita che se la prende con alcune categorie e ne difende altre senza un motivo ben specifico?

No, come direbbe il buon vecchio John Lennon, you may say I’m a dreamer. Ma in fin dei conti non è poi una cosa così speciale, è un sogno che dovremmo tutti condividere. E pian piano sta accadendo. I’m not the only one.

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