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Femminismo separatista?
No, femminismo intersezionale

Commenti (1)
  1. giuliano rivieri ha detto:

    Il femminismo è di per se separatista. Perchè ogni “ismo” è separatista. Quello della parità è un inganno linguistico innanzitutto. Se si aspira alla “parità” ci si può semplicemente definire egualitari o paritari o qualsiasi termine che possa già in se racchiudere la meta agognata. Sempre partendo dal fatto che la parità assoluta, in “uscita”, è una utopia che rischia di trasformarsi in distopia. Perchè richiederebbe un tale livellamento delle persone, una forzatura da parte del potere politico, che condurrebbe necessariamente ad una società oppressiva. Perchè siamo diversi e misure uguali per persone diverse rischiano di produrre quella discriminazione che si vorrebbe abbattere. Ecco perchè il femminismo, che incorpora in se una parte dell’umanità (appunto il sesso femminile) è un ossimoro se lo si vuole intendere come mirante alla parità… Perchè già nel termine, come ho detto, rappresenta o si fa portavoce delle istanze di una parte. E infatti il tribalismo, in “noi” e “loro” è dietro l’angolo ed è una tentazione irresistibile. Possiamo provare ad ipotizzare o desiderare una società più paritaria, ma il discorso a questo punto dovrebbe investire non solo il rapporto maschi/femmine (semplicistico) ma l’intera struttura economica-sociale delle nostre società. Perchè altrimenti ci troveremmo sempre ad avere differenze tra le persone (poco importa se i ricchi sono maschi o femmine. Saranno sempre una minoranza della popolazione…). Ma consideriamo che probabilmente una società stratificata e gerarchizzata è ineliminabile. Quanto alla “intersezionalità” questa è semplicemente un tentativo di superare l’interclassismo e indifferentismo femminista che considera un gruppo (le donne) come qualcosa di omogeneo. Ok…abbiamo scoperto l’acqua calda. Ovvero che ognuno, anche all’interno del gruppo femminile…ha caratteristiche peculiari che la rendono non completamente intercambiabile con un membro qualsiasi del suo gruppo. Scopriamo che ci sono donne con handicap, donne borghesi e proletarie, nere o bianche e mille altri sottogruppi. Alla fine scopriamo che ognuno ha un suo punto di partenza unico e irripetibile. E quindi dobbiamo fare attenzione a questo aspetto. Però…ed è questo il punto, ci manteniamo sempre nel discorso della necessità di trovare delle distinzioni all’interno del gruppo femminile. Considerando magari omogeneo il gruppo “opposto” maschile… Salvo scoprire che quelle differenze (ma va…?) ci sono anche nel mondo dei maschi. E dividere il mondo in 2 categorie è quantomai sciocco. Perchè la regina Vittoria era appunto regina mentre l’ultimo degli schiavi statunitensi (maschio) certamente non contava quanto lei… E quindi…scoperta dell’acqua calda. Ogni tentativo di ricostruzione storica, o di analisi della società che dovesse basarsi sulla divisione dell’umanità in 2 gruppi è semplicistica è inefficace. Alla fine la conseguenza ineluttabile dell’ “intersezionalismo” è che ognuno di noi non è deducibile certamente dal sesso di appartenenza. Lo si può fare entro certi limiti…ma la teoria del “patriarcato” ha fatto il suo tempo. Ed il femminismo pure. Intersezionale o meno.

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