Che “genere” canti? Musica corale e varia umanità

di Maria Sara Cetraro

Tempo di Natale (da poco passato), tempo di concerti… e, per me, che da undici anni canto in un coro giovanile, questo è senza dubbio uno dei periodi più intensi ed emozionanti dell’anno.

Solo pochi mesi fa ho cominciato a riflettere su questa mia attività da un punto di vista particolare, talmente evidente da risultare a volte scontato, per quanto costituisca l’essenza stessa di un coro come il mio, definito “misto”: ho pensato al canto d’insieme come metafora perfetta del dialogo armonioso tra i generi.

In effetti, analizzando le componenti principali di una formazione corale e le loro caratteristiche peculiari, la mia mente ha prodotto così tante associazioni di idee e riferimenti alla vita reale, da indurmi a considerare il coro come il microcosmo ideale nel quale poter esercitare le proprie capacità di ascolto e comunicazione per affrontare al meglio il complicato mondo delle relazioni.

A questo punto è necessario che io vi parli di come funziona un coro, o perlomeno il mio, che oltre ad essere una fucina di musica meravigliosa è anche un’irrecuperabile gabbia di matti.

Per cui, per quanto semiserio sarà il mio racconto, credo che tanti ritroveranno in esso elementi reali o quantomeno verosimili.

A sinistra del direttore siedono, composti e concentrati, i soprani, le prime donne con la voce più acuta, vanitose e un po’ secchione, regine del gossip corale. I loro gorgheggi suscitano ammirazione e compiacimento nel pubblico; d’altra parte, la melodia che intonano è quasi sempre la principale, quella che gli ascoltatori riconoscono e riescono a memorizzare meglio.

Subito dopo, “sbracati” sulle sedie, riposano i bassi, i maschi alfa con le voci più gravi, instancabili corteggiatori delle femminucce alla loro destra. Le loro battutine contrappuntano tutto il corso della prova, così come è proverbiale la loro abilità a scovare doppi sensi in ogni dove. Eppure la loro presenza all’interno del gruppo è indispensabile perché le loro voci rappresentano le fondamenta su cui si costruisce l’edificio di ogni esecuzione.

Corrispettivo maschile dei soprani sono gli angelici tenori, ai quali le ali spuntano soprattutto in prossimità degli acuti più ostici, quelli dove è necessario ricorrere al falsetto. Tipi tranquilli e discreti solo in apparenza, alla prima occasione scendono dalle nuvole e si lasciano trascinare nelle dinamiche goliardiche innescate dai bassi, se non altro per rivendicare la loro virile supremazia sulle colleghe dalle ugole d’oro.

E infine, i contralti, le ragazze che doppiano i bassi all’ottava superiore, facendo a gara con loro nei vocalizzi discendenti per dimostrare, anche vocalmente, che loro sono donne “con le palle”.

Trovandosi nel range intermedio, il loro ruolo è quello di tenere unite le parti, potenziando gli interventi dei bassi, intrecciandosi con quelli dei tenori, duettando una terza sotto con i soprani.

Se tra i bassi e i tenori il cameratismo ha il più delle volte scopi ludici, tra le ragazze la vera sorellanza si manifesta nel sostegno reciproco contro la disperazione scolastica, universitaria e lavorativa, le relazioni amorose complicate (nate anche all’interno dello stesso coro), le crisi di identità. Ma non tirate fuori l’argomento “divisa”, perché in quel caso ognuna difenderà la sua idea con le unghie e con i denti, ed inevitabilmente la decisione ultima sarà presa dal maestro, un uomo, che… cosa vuoi che ne capisca di tubini, calze 20 o 40 denari, tacchi alti o ballerine?!

Gli uomini, d’altra parte, sono il “braccio” del direttore: laddove c’è da provvedere agli spostamenti per i concerti, si trasformano in chauffeur; se ci sono da montare luci, microfoni e casse, mettono su la migliore squadra di manovalanza.

Voi mi direte, “beh, non hai fatto altro che tirare fuori stereotipi di genere e applicarli in maniera più o meno prevedibile a gente che fa musica insieme.” E in effetti sì, le dinamiche relazionali all’interno di un coro, in molti casi, non fanno che riprodurre luoghi comuni ben radicati nell’immaginario collettivo. Eppure c’è una discriminante: noi facciamo musica INSIEME. E questo spenderci per imparare ed eseguire al meglio brani difficili e bellissimi fa di noi il più grande frullatore di stereotipi, capace di restituire la Bellezza di ciò che è completo senza annullare ciò che è diverso.

L’esempio più calzante lo ritrovo nella polifonia rinascimentale, la cui caratteristica è proprio quella di comporre i fraseggi lasciando emergere di volta in volta i singoli settori nell’intreccio armonico, per poi far sì che ognuno, quando sente arrivare un’altra melodia, esca di scena sfumando e continuando a dare il proprio contributo di sottofondo affinché l’impalcatura non crolli.

Il singolo cantore, allora, nell’emettere i propri suoni, deve prestare ascolto a ciò che stanno cantando i compagni, per incastrarsi perfettamente tra le pieghe del tempo musicale, mantenendo un volume di voce tale da non sovrastare le altre né soccombere nel flusso più o meno incalzante di note.

È un lavoro certosino, che richiede disciplina e umiltà, ma anche disponibilità ad osare, a spostare il limite sempre più in là. Tutto questo nel rispetto reciproco, perché cantare significa scoprirsi, sia nel senso di acquisire maggiore consapevolezza di sé, sia nel senso di mettersi a nudo, lasciando che anche gli altri ci conoscano per come siamo realmente.

Nel rapporto tra i generi, questi aspetti acquistano ancora più importanza, proprio perché nella comunicazione quotidiana le situazioni di conflitto spesso vengono alimentate dalla mancanza di un linguaggio comune, dall’incapacità di superare pregiudizi e stereotipi in vista di un obiettivo, di un progetto più grande.

Nella coralità io ho trovato questo linguaggio comune, proprio perché, a differenza di uno strumento musicale, la voce rappresenta e manifesta l’essenza più profonda di una persona che, nella specificità del suo timbro e della sua tessitura, include e “amplifica” anche la sua identità sessuale e di genere.

Ogni volta è un miracolo. Tutta questa gente, tutte le preoccupazioni, tutti gli odi e i desideri, tutti i turbamenti, […] tutta questa vita in cui ci trasciniamo fatta di grida, lacrime, risate, lotte, rotture, speranze deluse e possibilità inaspettate: tutto questo scompare di colpo quando i coristi si mettono a cantare. Il corso della vita è sommerso dal canto, d’improvviso c’è una sensazione di fratellanza, di profonda solidarietà, persino d’amore, e le brutture quotidiane si stemperano in una comunione perfetta. Anche i visi dei coristi sono trasfigurati. […] Vedo degli esseri umani votati al canto.

Ogni volta è la stessa storia, mi viene da piangere, ho un nodo alla gola e faccio di tutto per controllarmi, ma quando è troppo è troppo; a stento riesco a trattenermi dal singhiozzare, e quando c’è un canone, guardo per terra perché l’emozione è troppa tutta in una volta: è troppo bello, solidale, troppo meravigliosamente condiviso. lo non sono più me stessa, sono parte di un tutto sublime al quale appartengono anche gli altri, e in quei momenti mi chiedo sempre perché questa non possa essere la regola quotidiana, invece di un momento eccezionale del coro.

Quando il coro s’interrompe tutti quanti, con i volti illuminati, applaudono i coristi raggianti. È così bello. In fondo, mi chiedo se il vero movimento dei mondo non sia proprio il canto.

(L’eleganza del riccio, Muriel Burbery)

Così, il mio dono è un brano stupendo del compositore inglese Thomas Tallis (1505-1585), dal titolo Spem in Alium. Forse faticherete un po’ a riconoscere le canoniche quattro voci, perché in realtà, qui, di parti ce ne sono ben quaranta!

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