“Signore e pochi rimanenti signori.”

 

Seth Meyers inizia il suo monologo di apertura dei 75° Golden Globes andando dritto al punto, o, come dicono gli americani, by hitting the nail on the head. E se dicessi che non ero anche solo un pochino preoccupata alla prospettiva della cerimonia mentirei, perché c’erano due modi in cui le cose sarebbero potute andare la nottata di domenica (nottata per noi da questa parte dell’Atlantico). Tutti quanti a camminare in punta di piedi attorno all’elefante nella stanza, o affrontarlo di petto. Per fortuna hanno scelto la seconda opzione.

L’anno che si è appena concluso è stato per il mondo di Hollywood un anno topico, un anno di carte scoperte, un anno di silenzi spezzati— Harvey Weinstein, Kevin Spacey, il #MeToo, la copertina del Time dedicata alle donne che hanno alzato le loro voci per dire che anche tra le villone di Los Angeles il potere viene abusato troppo facilmente. Sarebbe stato impossibile per la stagione dei premi non rispecchiare il grande terremoto che ha scosso la scritta bianca sul Monte Lee. Sarebbe anche stato un po’ come voler infilare la testa sotto la sabbia a mo’ di struzzo, e ormai non è più possibile farlo. Quindi, con questo articolo Bossy vi racconta tutti i modi in cui i Golden Globes hanno gettato le basi di un modello che sicuramente vedremo riproposto fino agli Oscar di marzo. Perché time’s up.

I vestiti neri sul red carpet

Da Saoirse Ronan a Angelina Jolie a Nicole Kidman, il red carpet è stato invaso da vestiti (e smoking) neri, per un motivo ben preciso. Indossare il nero ha fatto parte dell’iniziativa Time’s Up, “il tempo è scaduto”, che ha l’obbiettivo di spostare la conversazione— non più what are you wearing, “chi stai indossando”, ma why are you wearing black, “perché stai indossando il nero”. Un modo per parlare degli argomenti importanti, molestie sessuali, diseguaglianza e abusi di potere, anche durante le interviste pre-cerimonia, come hanno fatto Reese Witherspoon e Eva Longoria, tra i tanti e le tante.

E non erano solo le celebrità effettivamente presenti sul red carpet a portare avanti il colore nero. Anche i volti del mondo dello spettacolo che sono rimasti a casa hanno fatto sentire il loro supporto via social, twittando o instagrammando foto di loro con indosso felpe e pigiami, sempre neri.

 

Plus one attivisti

Gli inviti per gli eventi della award season arrivano sempre con un plus one, un più uno. In passato, attori e attrici hanno portato con loro famigliari e amici, oltre che ovviamente a mariti o mogli o fidanzati o fidanzate. Quest’anno, hanno portato qualcun altro. Attiviste che hanno lottato incessantemente in questi ultimi mesi per mandare avanti la causa della parità, come per esempio l’ospite di Michelle Williams, Tarana Burke, la fondatrice del movimento #MeToo. Un altro esempio dello sforzo fatto da Hollywood di mandare avanti la conversazione per tutta la durata della cerimonia, e possibilmente di tutta la stagione.

 

Il monologo

Seth Meyers avrebbe potuto tranquillamente imbastire tutto il suo discorso d’apertura su Donald Trump, creare tante risate facili, e portarsi a casa la serata. Invece ha scelto la via dell’onestà brutale, e quindi via a battute su Harvey Weinstein (“the elephant not in the room“) e Kevin Spacey (“Call Me By Your Name is a beautiful coming of age story about gay love, and coming of age is also when Kevin Spacey lost interest“). Alla fine del discorso ha anche chiesto “l’aiuto dal pubblico” per lanciare frecciatine al fatto che ad Hollywood le attrici debbano sempre essere giovani, o che ci siano stati pochissimi ruoli per attori di origine asiatica.

Insomma, poco guardare all’esterno (se non per una battuta alle spese di Seth Rogen, “vi ricordate di quando era lui a creare problemi con la Corea del Nord? Bei tempi“) e molta auto-critica, che non fa mai male.

 

La stoccata ai registi

Natalie Portman, già premio Oscar e maestra indiscussa di eleganza, le battute le fa un po’ più delicate ma non meno graffianti. Quando è salita sul palco a presentare la categoria di Miglior Regista, ha introdotto i nomi dei candidati così: “And here are the all male nominees,” ed ecco i nominati, tutti uomini. In effetti, il fatto che Greta Gerwig sia stata snobbata per il suo lavoro a Lady Bird ha fatto un bel po’ parlare nei giorni precedenti alla cerimonia, così come il fatto più generale che le donne siano premiate drasticamente di meno per il ruolo di regista.

 

Il primo miglior attore drammatico di colore

Fa strano doversi mettere a dire, ormai nel 2018, che “il primo uomo o la prima donna di colore hanno fatto questo e quello”. Verrebbe da pensare che sia un po’ tardi, che ormai questi primati avrebbero dovuto essere passati da un po’. E invece. La cerimonia di domenica ha portato nelle mani di Sterling K. Brown la statuetta per Miglior Attore in una serie drammatica, vinta per il suo ruolo di Randall in “This Is Us”. È il primo uomo afro-americano a vincerla, in settantacinque anni di cerimonia. Dà da pensare.

 

Le vittorie televisive per la causa

The Handmaid’s Tale e Big Little Lies hanno sbancato il botteghino, e le donne che hanno contribuito a renderle il successo che sono state hanno riconosciuto la loro stessa potenza creativa dal palco. “The power of women, wow,” ha detto Nicole Kidman, vincitrice del Globe per Miglior Attrice in una miniserie o film televisivo, parlando di come sia stato il supporto e l’intesa tra lei e le altre protagoniste, Reese Witherspoon, Laura Dern (anche lei vincitrice, come Miglior Attrice non protagonista), Shailene Woodley e Zoe Kravitz a rendere Big Little Lies il fenomeno che effettivamente è stato.

Nessuna sorpresa anche per il trionfo di The Handmaid’s Tale, di certo una delle rivelazioni dell’anno e una storia che non poteva non essere raccontata ora e adesso. Elisabeth Moss, che interpreta la protagonista Offred, con in mano la sua statuetta di Miglior Attrice in una serie televisiva drammatica ha citato un passo di Margaret Atwood, concludendo con “non viviamo più negli spazi bianchi a margine, non viviamo più nei buchi tra altre storie, siamo noi la storia, la scriviamo noi”.

 

Oprah for 2020

La regina assoluta della serata è stata hands down Oprah Winfrey, che ha vinto il Golden Globe “Cecil B. DeMille” alla carriera. Un’altra volta, la prima donna afro-americana a ricevere questo onore. Il suo discorso, accolto da una standing ovation, è stato l’apoteosi di tutte le manifestazioni di solidarietà, di tutti i vestiti neri, di tutti gli hashtag che hanno preso d’assalto il web in questi mesi. “Voglio dire a tutte le ragazzine che ci stanno guardando da casa che c’è un nuovo giorno all’orizzonte, un giorno in cui nessuno dovrà più dire #MeToo!”

Un momento commovente e topico, che ha già scoperchiato il vaso delle teorie su una possibile candidatura di Oprah alle elezioni presidenziali del 2020 (complice anche una battuta durante l’apertura di Seth Meyers). Voci dicono che ci stia davvero pensando. Oprah for president.

 

 

Come durante ogni cerimonia di premiazione, ci sono stati vincitori e perdenti, preferiti che hanno trionfato e altri che sono rimasti delusi. Io aspettavo tanto la vittoria di Timothée Chalamet come Miglior Attore per Call Me By Your Name, e così non è stato. Ma mi consolo con This Is Me” da The Greatest Showman premiata in quanto Miglior Canzone, e con la consapevolezza che il tempo è davvero scaduto. E finalmente anche Hollywood se n’è accorta.

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