A volte le cose vanno al contrario di come ci si aspetta. E allora un litigio violento fra due uomini che si amano può tornare ad essere amore intenso e pacificato. Basta ricominciare a tenere il proprio Cuore Aperto verso l’Altro”.

Presentano così i Greta Narvik il nuovo video Cuore Aperto, girato in bianco e nero da Michele Piazza di Tofu Films e diviso in due parti: nella prima l’azione si svolge in reverse, aumentando la carica espressiva dei due attori Sandro Busolo e Alessandro Bergamini; nella seconda la realtà ricomincia a scorrere in avanti, giungendo ad un gesto d’amore di palpitante bellezza.

Nati nel 2013, a Verona, i Greta Narvik mescolano elettro-pop, cantautorato, post-rock e trip-hop in un sound dai molteplici dettagli, in bilico fra un’anima elettrica e una elettronica.

Greta Narvik è un personaggio di fantasia che rappresenta tutta la band: Greta è stato scelto perché il progetto ha una voce femminile, mentre Narvik è una città norvegese che evoca l’atmosfera nordica dei fiordi e dell’aurora boreale.

A fare da collante la voce cristallina di Sara Fortini, che interpreta liriche fortemente introspettive, ispirandosi al cantautorato al femminile italiano e mescolando vita vissuta e visioni emozionali di grande intensità, mentre Matteo Piomboni (chitarra elettrica, chitarra acustica), Michele Simeoni (basso, synth bass, synth) e Pietro Pizzoli (batteria, drum machine) creano tessiture ritmico-armoniche di forte suggestione.

Cuore Aperto è il primo estratto da Roma, un disco di dieci canzoni che formano un diario nel quale si intrecciano domande, dubbi, pensieri e risposte. La ricerca di una definizione di se stessi, l’esperienza del viaggio, la difficoltà ad esprimere il proprio mondo interiore sono i temi più frequenti.

Cuore Aperto è il primo singolo estratto da Roma, il vostro ultimo lavoro in studio. C’è una storia vera che si cela dietro a questo brano e lo ha ispirato?

[Sara] Sì, si può dire di sì. Cuore Aperto nasce in viaggio, il testo e la musica sono stati scritti all’estero e poi arrangiati in Italia. Questa canzone è il risultato di un allontanamento dalle consuetudini e di un avvicinamento a se stessi.
Quando si è lontani da casa e soli, sembra più facile riscoprirsi e soprattutto conoscersi con occhi diversi, magari i propri. A volte si scoprono cose nuove e spesso si confermano vecchie abitudini e cliché di cui vorremmo liberarci, ma che ormai fanno parte di noi. La difficoltà più grande in questo caso è accettare quello che siamo, senza compromessi e senza nasconderci, perché arriverà la persona che saprà amarci per quello che siamo.
Ecco, un “cuore aperto” rappresenta anche la predisposizione a comprendere il dolore causato da una non totale accettazione di se stessi.

Il video che lo accompagna racconta una storia d’amore a lieto fine, tra due uomini: si passa dal violento litigio tra i due protagonisti, al loro ricongiungimento appassionato. Scegliere come protagonista una coppia omosessuale significa provare ad andare oltre allo stereotipo di coppia etero che di norma viene proposta salvo quando non si trattino tematiche connesse alla comunità LGBT?

[Pietro] In realtà non c’è un lieto fine: il video racconta di uno sviluppo utopico delle relazioni umane. La parte del litigio violento è in reverse perché vuole idealizzare un’azione che non si sviluppa mai nella realtà del racconto. È solo l’amore che agisce tra due individui. La scelta di far rappresentare questa vicenda a due attori uomini nasce dal fatto che la violenza di un uomo su una donna avrebbe comportato una lettura troppo guidata e scontata, soprattutto nell’attuale periodo storico, costellato di informazioni in questo senso e padre del termine stesso “femminicidio”.

Fiducia e amore sono temi ricorrenti nel disco, concetti chiave che accompagnano l’ascoltatore tra le tracce, un percorso di introspezioni e consapevolezza che da soli sia difficile crescere.
In un momento storico di profonda sfiducia, di paura e diffidenza diffuse, in cui la tecnologia più che avvicinare separa e ci educa a ostentare e falsificare ciò che siamo, quanto è importante non smette di parlare, di incoraggiare a mettersi in gioco, a nudo, a valorizzare la semplicità delle piccole cose e della centralità dei sentimenti?

[Sara] Non è importante, è fondamentale. È sicuramente la comunicazione, il dialogo attraverso l’arte in tutte le sue forme, una delle risorse più importanti affinché si crei una sensibilizzazione attiva verso i temi del vissuto quotidiano. Quello che noi proviamo a fare è muovere delle emozioni attraverso la nostra musica, in modo che chi ci ascolta possa sentire qualcosa di nuovo, un sentimento, un parere, un’idea. La chiave è non smettere di credere e quindi non smettere di creare qualcosa che possa regalare anche la più piccola emozione.

La vostra musica è una sovrapposizione di generi e atmosfere, i musicisti che avete coinvolto nella produzione del disco provengono da background diversi tra loro, il vostro nome e il titolo del precedente ep rimandano ai Paesi scandinavi, da sempre vostra fonte di ispirazione. Ho come l’idea che la contaminazione culturale sia alla base della vostra produzione…

[Michele] Sì, siamo quattro persone e musicisti con formazione e gusti spesso molto distanti, ma proprio questa “contaminazione” è uno dei tratti caratteristici della nostra musica. Nel processo creativo ognuno mette la propria parte finché il risultato finale non ci soddisfa pienamente. Le varie contaminazioni provengono da ogni parte e da ogni forma d’arte (scrittura, fotografia, cinema, etc.), a noi piace prenderci il ruolo di alchimisti e cercare di fondere al meglio tutti questi ingredienti, alla ricerca infinita della “canzone perfetta” che mai troveremo ma verso la quale tenderemo sempre, almeno finché avremo qualcosa da dire.

Cosa vi ha spinto a formare la band? Quali sono gli artisti italiani a voi contemporanei che apprezzate e stimate e quali invece, nel tempo, vi hanno formato ed influenzato?

[Matteo] Il progetto è nato per una vera esigenza: il dover esprimere a tutti i costi dei concetti ben precisi.
Non abbiamo mai pensato di inserirci in un contesto o in un genere musicale specifico. Spesso però ci etichettano come band indie-alternative. Per noi indie può voler dire tutto e nulla, al giorno d’oggi vengono etichettati come indie sia gruppi come i TheGiornalisti che i The Zen Circus, è un macro-insieme troppo ampio per non inserirci. Essere etichettati come “alternativi” invece può farci parecchio piacere, se per alternativi significa andare in opposizione ai vari “tunz tunz” che sono tornati di moda.
La nostra parte “elettronica”, portata all’interno del gruppo da Michele, è un’elettronica ponderata, con strumenti suonati che riportano alle tanto amate sonorità scandinave (Sigur Ros, Of Monsters and Men, etc).
Dagli artisti italiani che ci hanno formato nel tempo si possono dedurre le nostre radici: Afterhours, Marlene Kuntz, Carmen Consoli, Edda ma anche cantautori del recente passato, da De Andrè a Battisti senza dimenticare Tenco e Ciampi.
Ognuno di noi quattro apprezza e ascolta musicisti assolutamente diversi tra loro, passiamo da Cristina Donà a Levante, da Bugo a Motta. Un unico denominatore però ci accomuna tutti, cioè la stima per chi ha qualcosa da dire e lo fa tramite la musica e l’arte in generale.

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