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Hollywood dorata di sessismo: problemi e atteggiamenti da cambiare all’indomani degli Oscar

Hollywood dorata di sessismo: problemi e atteggiamenti da cambiare all’indomani degli Oscar

Articolo di Benedetta Geddo

È ora di confessarsi. Di dire una cosa che ho tenuto nascosta per molto tempo. Io amo il cinema.
Lo so, sorpresa sorpresona. Non se lo sarebbe mai aspettato nessuno. E invece.

Va bene, forse l’inizio ironico lo lasciamo a qualcun altro. Ma battute infelici a parte, io amo davvero il cinema. In tutte le sue accezioni e sfumature (tranne quelle sfumature, ecco). Amo il film in sé per sé, il lavoro di recitazione e di narrazione, ma amo anche tutto quello che c’è dietro, dalla regia alla fotografia alla colonna sonora, e non solo. Amo quello che c’è attorno al cinema, ossia gli eventi, i red carpet, i gossip. Mi piace seguire il lavoro di un film che mi interessa dalla pre alla post-produzione, mi piace parlarne, mi piace entusiasmarmi, e mi piace scrivere di cinema. Chiaramente non sono una critica da Cahiers du Cinéma, ma ho dato i miei bravi esami all’università e ogni mese Best Movie trova la strada verso la mia buca delle lettere, quindi insomma. Qualcosina la so. E la settima arte è la mia grande, grande passione. Talmente grande che mi piacerebbe quasi diventasse un lavoro, in un futuro ancora abbastanza oscuro e troppo poco pianificato.

Fin qui, tutto bene, ma che c’entra con Bossy, direte voi. C’entra, c’entra. C’entra perché la notte degli Oscar, the biggest night of the year, è appena passata (LEONARDO WE’RE FLYING), e io l’ho passata sveglia come sempre (con il mio kit da battaglia: pigiama, caffè e popcorn) per seguire la diretta, per vedere quel mondo dorato e pensare che io su quelle scarpe lì non riuscirei mai a fare più di due passi, figuriamoci tutto il red carpet. E ogni tanto, mentre sono sul mio divano con il pigiama di Captain America a dire «sì ma io quel vestito di Elie Saab mica l’avrei mai messo, dai», ogni tanto mi arrabbio pure. Ogni anno per la stessa storia. Quindi questo articolo c’entra con Bossy, c’entra perché io amo tutto quello che è cinema, è vero. Ma Hollywood forse non tanto.

Hollywood ha un problema. E no, non è fare remake su remake della stessa saga, o episodi su episodi di uno stesso franchise, invece di dare spazio a nuove storie o a nuovi talenti. O meglio, è anche quello, perché a ben pensarci Hollywood di problemi ne ha fin sopra la testa della sua statuetta dorata. Ha il problema di tendere un po’ troppo a non guardare alla diversity, di ricadere sempre sul whitewashing, come si è visto dal recente #OscarsSoWhite. E ha il problema di essere ancora profondamente misogino, misogino fin nelle ossa, nonostante ci siano dei barlumi di speranza sparsi in giro. Pochi. Perché la performance di Lady Gaga questa notte in supporto delle vittime di violenza non basta. Non è abbastanza.

Ecco, è per questo che Hollywood mi fa arrabbiare. Di più, mi fa indemoniare. E visto che entrambi sono problemi abbastanza consistenti, e che a trattarli tutti e due al posto di un articolo verrebbe fuori un papiro, mi limiterò a scegliere qui quello su cui ho più competenza per parlare ― donne e Hollywood, come siamo messi?

Non bene. Non bene come dovremmo essere messi o come sembra che stiamo messi, perché è vero che negli ultimi anni alcune cose sono cambiate, si sono smosse e hanno fatto scalpore, ma alla fine ritorniamo sempre negli stessi schemi di fondo: personaggi femminili e maschili sono trattati in modo diverso, così come attrici e attori. Per provare a spiegarmi bene, ho raggruppato un po’ di esempi vari in quattro «categorie» (se così si può dire, perché fa tanto lezione universitaria e io non vorrei proprio mettermi in cattedra, solo fare un show and tell), da cui proverò a trarre delle conclusioni basandomi sulla mia (limitata finché volete) esperienza di spettatrice, appassionata e studentessa. Mi piacerebbe anche si creasse una sorta di dibattito, di scambio di idee su quanto queste issues siano presenti, quanto siano visibili, e cosa si potrebbe fare per diminuirle. Quindi andiamo.

In pole position, due esempi presi da dentro il film, che parlano di personaggi e della loro immagine. Prima fra tutte, la narrativa. Ora, esplorare tutti i tipi di percorsi narrativi che un personaggio può intraprendere mi sembra un lavoro immenso, quindi mi limiterò a uno dei miei preferiti, ossia il redemption arc. Un personaggio compare all’inizio della storia come terribile e cattivo, chiaramente con il cartello «sono io l’antagonista!» in testa, salvo poi rivelarsi tormentato, distrutto dal mondo e in cerca di redenzione. Redenzione che gli viene data dal protagonista, riportandolo dal lato dei buoni (vivo o morto non importa, l’arco narrativo si chiude lo stesso). Forse non il più originale del mondo, ma da sempre uno dei miei preferiti, forse perché i villain complessi mi affascinano o forse perché tendo sempre a credere che ci sia un fondo incrollabile di bontà al fondo del genere umano (nel caso di certi individui, molto molto molto a fondo). Ecco, se si prende questo tipo di storia e la si applica ai film che vediamo, quante sono le donne che intraprendono un redemption arc? In genere poche. Quanti gli uomini? In genere molti. Mentre cercavo in giro degli esempi (come Severus Piton, o Rocky, o metà dei personaggi maschili di Game Of Thrones, tanto per dirne un paio), ho davvero dovuto faticare per trovare una donna. La domanda è, che significato possiamo trarne? «Pensiamo agli uomini come antieroi, capaci di occupare una zona moralmente grigia affascinante e intensa; come capaci di cadere, e rialzarsi, e cadere ancora, ma essere sempre degni d’amore, perché se sono stati spezzati dal mondo, allora dobbiamo loro la nostra compassione. Ma alle donne non è concesso di essere spezzate dal mondo; o se lo siamo, allora e l’essere spezzate che ci rende cattive. Donne tradite diventano furie vendicatrici, inumane e mostruose: una volta che siamo passate al lato oscuro, diventiamo avversarie da sconfiggere, non anime perdute in cerca di espiazione. Che è esattamente quello che succede quando si lascia che questo sessismo buonista ci inculchi nella testa l’idea che le donne sono le guardiane morali dell’umanità, mentre gli uomini i suoi naturali rinnegati: perché se la bontà femminile è sempre e solo una qualità atavica, qualcosa con cui siamo nate, allora una volta perduta anche noi siamo necessariamente perdute per sempre, come un arto che non possiamo farci ricrescere. Mentre la bontà maschile, dal momento che è una qualità acquisita, qualcosa di donato dal buon cuore di una donna, di guadagnato con una buona azione o di imparato dopo un grande sforzo, può essere tranquillamente persa e riconquistata molte volte senza essere sminuita, come un gioiello da impegnare e poi riscattare.», scrive Foz Meadows sul suo blog a proposito di Orphan Black. Ed è tendenzialmente vero. Batman sprofonda nel buio più buio della sua anima per poi risalirne, perché the dark knight rises, ma le donne? Le donne cominciano solo adesso ad avere delle storie simili (la prima che mi viene in mente è senza dubbio Jessica Jones), ma per la maggior parte cadono ancora nella dicotomia luce e buio, salvifica o mortifera. Una palla al piede che i personaggi maschili si sono già lasciati alle spalle da un bel po’.

 Senza contare il problema che c’è ancora con il concetto di «donne forti». Ne avevamo già parlato in quest’articolo qui, riguardo alla protagonista del nuovo episodio di Star Wars, Rey, ma molto spesso ancora le donne forti sono o copie di personaggi maschili (senza quindi niente che le identifichi come donne, salvo l’avere il seno e vestiti attillati), o sono forti solo in apparenza, solo per soddisfare lo sguardo femminile (leggasi tutte quelle che dicono battute sullo stile «Cosa sei, una ragazza?», e devono immancabilmente avere una scena in cui sono mezze nude. Carol Marcus in Into Darkness, insomma). Sono quei tipo di personaggi che io chiamo «fake strong», e che alla fine non portano da nessuna parte. Sapete di quali personaggi femminili abbiamo bisogno? Di quelli che strong lo sono per davvero. Rey. Peggy Carter. Jessica Jones. Mako Mori, stupenda e vera protagonista della storia di Pacific Rim. L’Imperatrice Furiosa e le Spose da Mad Max: Fury Road (che ha fatto man bassa di Oscar tecnici come se non ci fosse un domani, tra l’altro), di nuovo vere protagoniste del film. Perché finché alle donne verrà riservata una sola categoria di ruoli, allora continueremo ad avere il problema di cui si parlava a inizio articolo.

Sempre su questa linea cade anche il mio secondo esempio narrativo, ossia quello dei costumi. Più precisamente, dei costumi nei film d’azione. Senza perdersi in mille esempi diversi (perché mille ce ne sono), vi propongo subito il confronto che mi sembra più efficace: la Vedova Nera e la Ghiandaia Imitatrice, Natasha Romanoff dal Marvel Cinematic Universe e Katniss Everdeen dalla saga di Hunger Games. La differenza tra gli outfit d’azione è lampante, ed è chiaro (almeno per me) che il costume da Ghiandaia Imitatrice è molto più pratico che non la tuta mezza aperta di Natasha. Eppure sono molti di più i vestiti come il suo che non come quello di Katniss. Perché? Perché la sessualizzazione di un’eroina d’azione attira, perché ancora molte major pensano che ad andare a vedere una certa categoria di film siano solo gli uomini. O forse che per tenersi stretto il pubblico amante dei supereroi/dell’azione ci sia bisogno di fargli vedere che sì, questa è effettivamente una donna, vedete quelle due cose rotonde sul suo petto? Già. Donna, definitivamente donna. Non so cosa mi irriti di più, ad essere sincera: l’essere considerata stupida o non l’essere considerata affatto.

Lo stesso discorso lo si può fare per i poster. Quando uscirono i cartelloni promozionali per The Winter Soldier, secondo film del franchise di Captain America, per molti dei personaggi principali (tra cui Captain America stesso, Natasha, Bucky Barnes aka Winter Soldier e Nick Fury) vennero creati anche dei poster singoli, come spesso succede, in cui i personaggi maschili erano raffigurati a mezzo busto, in pose serie, gravi, a sottolineare la tensione della trama del film (un esempio su tutti: Steve), mentre Natasha era l’unica a figura intera, in una posizione assolutamente innaturale e con una dose di Photoshop francamente imbarazzante. Ne venne fuori un mezzo polverone, su Internet, e a ragione. Natasha ha lo stesso spessore narrativo delle sue controparti maschili, in The Winter Soldier come in tutti gli altri film del MCU, perché solo lei deve venire oggettificata e ridotta al suo corpo? Per fortuna, ancora una volta ci viene in aiuto Katniss (in una posa che ricorda molto quella di Steve, tra l’altro), ma di nuovo il suo è un caso raro. Qualcuno si ricorda ancora di quando Keira Knightley protestò moltissimo perché le era stato aumentato il seno con Photoshop sui cartelloni di King Arthur? Io sì, ed è una cosa che deve smettere, perché non fa altro che rinforzare l’idea che i personaggi femminili siano di serie B rispetto a quelli maschili, che non siano importanti come loro, che siano lì solo per fare da eye candy. Quando proprio non è vero.

Non che fuori dal film le cose siano poi molto meglio. Restando nell’ambito di vestiti e aspetto fisico, lascio che Cate Blanchett, Scarlett Johansson e Anne Hathaway vi spieghino loro come stiamo le cose. Alle interviste e agli eventi, alle donne viene chiesto che dieta hanno seguito, agli uomini come il loro personaggio si senta e si rapporti col mondo. Sui red carpet, agli uomini viene chiesto dei loro progetti futuri, alle donne quale stilista stiano indossando e che anelli abbiano addosso (io questa cosa della mani-cam non l’ho mai capita e non la capirò mai). Non c’è molto da aggiungere. Evidence speaks for itself.

E in ultimo, una delle questioni che più mi preme. Le enormi differenze tra casting calls e età permesse. Per esempio, per il seguito di Guardians of the Galaxy è girata questa casting call, che si può riassumere con «Uomini, venite come siete (e per voi ci sono due opportunità). Donne, meglio che siate fighe (e per voi c’è un solo ruolo possibile)». Non c’è da stupirsi poi se mancano tipi di corpi diversi dal solito standard occidentale sul silver screen, se questi sono i requisiti richiesti per fare la comparsa in un grande blockbuster. Non è una cosa piccola, una cosa senza importanza: è da qui che comincia il cambiamento, o meglio, da qui che dovrebbe cominciare.

Un’altra cosa che dovrebbe cambiare? La differenza di età tra protagonista maschile e femminile, soprattutto se coinvolti in una relazione amorosa. Inutile girarci attorno, Hollywood ha un’enorme pecca sotto questo punto di vista, se si considera che le attrici oltre i trentacinque cominciano ad essere considerate solo per i ruoli di madri e zie mentre gli attori vanno avanti a oltranza a fare la romantic lead. Un esempio? La carriera di Emma Stone qui sotto (e qui trovate anche quelle di Scarlett Johansson e Jennifer Lawrence):

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Ma sono sicurissima che questo non contribuisca minimamente all’assurda idea che le donne debbano sembrare eternamente giovani mentre agli uomini è permesso invecchiare senza problemi
. Not at all.

Ma ci sarebbero mille altri esempi da fare: su come una buona parte dei leading men di Hollywood non abbia mai lavorato con una regista donna (come recentemente analizzato da Cosmopolitan), o su come i contratti delle attrici vengano girati un po’ come vogliono le major e quindi un ruolo che non doveva essere per nulla romantico diventa romantico e basta (come successo a Evangeline Lilly nella trilogia dello Hobbit), o su come molte attrici dicano che lavorare su set prevalentemente femminili è una benedizione in confronto a quelli male-dominated (come ha detto Jessica Chastain a proposito del suo nuovo film, The Zoekeeper’s Wife). È soft-sexism, non particolarmente violento, non particolarmente eclatante, ma non per questo meno pericoloso: ci abitua alla sua presenza finché non ci abituiamo, finché non lo prendiamo per normalità e diciamo alle persone che cercano di farlo vedere che «ma alla fine non è così importante».

Invece importante lo è, perché Jennifer Lawrence che scrive sul problema della paga è solo la punta dell’iceberg. La misoginia a Hollywood è molto più profonda e più complessa, più sottile di una «semplice» (si fa per dire) questione di soldi. L’idea che le donne amino fare film, recitare nei film e vedere i film, tutti i tipi di film, sembra avere ancora molta strada da fare. Io, personalmente, sono qui pronta a farla, seguendo bandiere come quella della divina Cate Blanchett, ancora una volta, agli Oscar dell’ann’anno scorso. The world is round, people.

View Comments (4)
  • no, non condivido queste critiche, non con tutte. Nei film e nei telefilm di oggi ci sono personaggi femminili belli e complessi e sviluppati narrativamente quanto quelli maschili (e sì penso anche a Game of Thrones e a Penny Dreadful e a tanti altri film e serie tv).
    Credo che la differenza d’età sia un falso problema, e anche la “figaggine” attori maschi belli e fighi ce ne sono eccome ameno quanto le colleghe, l’importante è che attori e attrici siano credibili per il loro personaggio anche fisicamente ed esteticamente, e se per la trama o le atmosfere è necessario mostrare una cena di nudo va mostrata

    • Il mio articolo non era inteso come “non esistono ruoli complessi per le donne”, ma una denuncia del fatto che “non ce ne sono abbastanza”. Ed è vero e innegabile, e finché entrambi i sessi potranno avere un ventaglio uguale di ruoli tra cui scegliere (perché, come tutto, funziona anche per gli uomini) allora non ci sarà una vera e propria parità. Game Of Thrones e Penny Dreadful sono dei buoni esempi, ma finché nel Marvel Cinematic Universe Bruce Banner si considererà un mostro perché diventa verde e devasta città e Natasha Romanoff si considererà un mostro perché non può avere figli, allora ci sarà qualcosa su cui continuare a lavorare.
      Lo stesso discorso vale per la differenza d’età e la bellezza fisica. Non dico che certi criteri non si applichino anche agli attori uomini, ma è vero che un uomo può continuare ad avere ruoli da protagonista (anche amoroso) fino a un’età di tutto rispetto, ma che una donna dopo i trenta comincia a “passare” ai ruoli da mamma. Di nuovo, basta guardare quei tre grafici che ho citato nell’articolo, la disparità è abbastanza evidente. Ancora, molti attori non “tradizionalmente” belli hanno successo e fanno una lunga e brillante carriera (perché sono bravi, indubbiamente), mentre per attrici che NON sono “tradizionalmente” belle la strada è già un po’ più in salita, i ruoli un po’ meno ampi, il tempo sullo schermo un po’ meno numeroso.
      Di nuovo, stessa cosa per le scene di sesso: è vero che si vedono sempre più fondoschiena maschili oltre a quelli femminili, ma è anche vero che di solito sono sempre le donne a spogliarsi (mi hai citato Game Of Thrones: per esempio, lì la quantità di nudo maschile non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella ENORME di nudo femminile).
      Concordo su Fiona Gallagher, che hai citato nel commento sotto, ma ci vorrebbero cento, mille altri personaggi come Fiona per cento, mille altri attrici oltre a Emmy Rossum. Altre Annalise Keating per attrici oltre a Viola Davis. Non ce ne sono abbastanza, ecco tutto.

  • se cercate un personaggio femminile dall’arco narrativo complesso, positivo ma non privo di difetti, “cadute” e risalite, suggerisco Fiona Gallagher di Shameless ma non c’è solo lei

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