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In memoria delle nostre partigiane
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In memoria
delle nostre partigiane

Barbara Gargaglione

Nell’aprile del 1945, i movimenti antifascisti e di resistenza italiani emanarono ordini di insurrezione generale a tutti i loro gruppi; il 25 aprile Benito Mussolini fuggì da Milano e la città fu liberata dagli occupanti tedeschi e fascisti. Circa un anno dopo, il governo provvisorio di Alcide De Gasperi stabilì con un decreto che il 25 aprile dovesse essere “festa nazionale”.
Le donne della resistenza italiana rappresentarono una componente fondamentale per il movimento partigiano; in tutte le città le donne lottarono per riconquistare la libertà e la giustizia. Vi furono donne impegnate nella propaganda antifascista, donne che raccoglievano fondi e fornivano assistenza ai bisognosi, donne che lottavano per l’emancipazione e per i propri diritti e donne impegnate in prima linea nelle operazioni militari.
Oggi vogliamo parlare di tutte queste donne.

 

LE DONNE DELLA RESISTENZA
I ruoli ricoperti dalle donne nella Resistenza furono molteplici e indispensabili: oltre ad occuparsi dei rifornimenti di cibo, indumenti e medicinali, fondarono squadre per assistere i feriti e gli ammalati. Partecipavano alle riunioni al pari degli uomini e come loro avevano diritto di portare il proprio contributo politico e organizzativo. I loro compiti erano rischiosi quanto quelli degli uomini e, al pari di questi, venivano torturate e giustiziate se venivano trovate in possesso di informazioni riservate o di merci di contrabbando, che però spesso riuscivano a portare a destinazione grazie a metodi astuti.
Durante la Seconda Guerra Mondiale ebbero un ruolo decisivo per l’economia e la produttività della società italiana: con gli uomini chiamati al fronte, il loro lavoro di operaie e contadine fu esemplare anche e soprattutto per le manifestazioni antifasciste, per le insurrezioni e per i sabotaggi contro gli occupanti nazisti.
Per loro fu un fenomeno collettivo e non certo un’espressione di classe. La coscienza antifascista maturò lentamente all’interno dei nuclei famigliari, memori delle violenze e dei danni causati dai soldati.
L’insofferenza e l’avversione delle donne nei confronti del regime si diffuse perché questo tentò di escluderle da qualsiasi contesto extra-familiare e di relegarle al ruolo di moglie e madre per il bene dello Stato.

Messaggere insospettabili
Le giovani donne venivano arruolate dai partigiani per le “staffette” perché si pensava che non sarebbero state perquisite e che avrebbero destato meno sospetti se avessero dichiarato di avere importanti compiti da svolgere per la famiglia.
Le staffette garantivano le comunicazioni e la consegna di merci compromettenti tra i partigiani e le loro famiglie, o tra una brigata e l’altra. Spesso le staffette avevano anche ruolo di infermiere della brigata e tenevano i contatti con medici e farmacisti di fiducia. Generalmente le staffette giravano disarmate proprio perché dovevano passare inosservate, ma questo rendeva il loro compito ancora più pericoloso.

Combattenti coraggiose
Furono molte le donne che imbracciarono le armi per combattere a fianco dei loro cari e per difendere i propri diritti. In alcuni casi per il loro valore venivano anche scelte come capi squadra e dirigevano intere brigate.
Inizialmente alcuni partigiani non si fidavano a lasciare armi in mano alle donne, ma quando la necessità ebbe il sopravvento si dovettero ricredere.
In alcune brigate piemontesi, come la Eusebio Giambone o la Nedo, si costituirono veri e propri battaglioni di sole donne.
Tante furono quelle che persero la vita in azione o che furono catturate e condannate al campo di concentramento o alla morte.

Politiche scaltre
Nel momento del bisogno le donne ricoprirono anche cariche istituzionali.
Erano donne istruite, colte e intelligenti e presto divennero punti di riferimento per tutti i movimenti antifascisti italiani. A loro si deve la fondazione dei Gruppi di Difesa delle Donne, organizzazioni che avevano come obiettivo quello di coinvolgere il maggior numero di donne in attività resistenziali.
Questi gruppi si diffusero soprattutto al centro-nord e accolsero gruppi già esistenti e donne di qualsiasi estrazione sociale e condizione socio-economica. Inizialmente il loro ruolo doveva essere di tipo assistenziale e propagandistico, ma ben presto si trasformò in una vera lotta armata, con tanto di proteste e comizi in piazza.

 

 

UN CONTRIBUTO ESSENZIALE
Per decenni il ruolo delle donne nel movimento di liberazione nazionale fu etichettato come un sostegno blando e non è mai stato adeguatamente riconosciuto. Questo ingiusto ruolo secondario dava di fatto per scontata la lotta antifascista come esclusivamente maschile.
La storiografia dimostra un ampio divario tra le donne che parteciparono attivamente alla lotta contro il fascismo e quelle che ottennero un riconoscimento per le azioni svolte.
Secondo i dati dell’ANPI, le combattenti che presero parte ai Gruppi di Difesa furono 70mila. Di queste, 35mila operarono come combattenti sul campo e 20mila svolsero attività di supporto. Quasi 5mila furono arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti; quasi 3mila furono uccise in combattimento e quasi altrettante furono deportate nei campi di concentramento.
Di queste, solo 19 ottennero la medaglia d’oro al valore militare.
Le altre sono state dimenticate. Finita la guerra sono tornate alle loro vite e sono rimaste anonime.
Per rendere giustizia alla memoria di queste donne coraggiose e di tutte le loro compagne senza nome e senza storia, riportiamo di seguito i nomi e le imprese di quelle che sono state decorate.

Irma Bandiera – Bolognese, di famiglia benestante, combattente partigiana nella brigata Gianni Garibaldi. Catturata dai fascisti mentre trasportava armi, fu torturata e fucilata. Il suo corpo fu esposto sulla strada di casa sua perché tutti lo vedessero. Aveva 29 anni. La sua lapide si trova al Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna.

Ines Bedeschi – Di origini emiliane, militò nel CUMER come staffetta. A poche settimane dalla liberazione, venne catturata dai nazifascisti durante una missione. Venne poi torturata ma non confessò. Fu quindi fucilata sul posto e il suo corpo gettato nel Po all’altezza di Colorno. Aveva 34 anni. A Conselice, suo paese natale, si trova una lapide commemorativa.

Gina Borellini – Nacque in provincia di Modena in una famiglia di agricoltori. Dopo la fucilazione del marito si unì alla brigata Remo come staffetta. Nel 1945, durante uno scontro a fuoco, venne ferita e perse una gamba. Dopo la guerra, militò tra le fila del Partito Comunista Italiano. Fu una delle fondatrici dell’Unione Donne Italiane. Morì nel 2007 all’età di 88 anni.

Livia Bianchi – Di origini venete, vedova e madre sola, si ricongiunse alla famiglia in Piemonte, dove entrò a far parte del gruppo Umberto Quaino come staffetta e combattente. Nel 1945 venne catturata insieme ai suoi compagni durante i rastrellamenti anti-partigiani. Le fu offerta la grazia in quanto donna, ma rifiutò per dignità e venne fucilata. Aveva 26 anni. Le sono state intestate vie in alcuni comuni d’Italia.

Carla Capponi – Tra le più famose partigiane italiane, di famiglia borghese, nel 1943 entrò a far parte del Partito Comunista Italiano e partecipò alle rappresaglie contro i tedeschi nel gruppo Carlo Pisacane. Prese parte all’attacco di via Rasella che si concluse con l’eccidio alle Fosse Ardeatine. Scampata alla cattura, divenne vicecomandante dell’unità partigiana di cui faceva parte. Morì nel 2000 all’età di 82 anni. Le sue ceneri sono state disperse nel Tevere secondo la sua volontà.

Cecilia Deganutti – Di origini friulane, durante la guerra fu infermiera della Croce Rossa Italiana. Militò nelle brigate Osoppo-Friuli in qualità di spia. Venne catturata dai tedeschi a Udine, prima trasferita a Trieste dove le SS la torturano e poi rinchiusa nel campo di concentramento Risiera di San Sabba, dove poche settimane prima della liberazione venne uccisa e cremata. Aveva 31 anni.

Paola Del Din – Militante di origini venete, entrò a far parte della Brigata Osoppo insieme al fratello. Prese parte a numerose missioni come staffetta e spia. Per portare a termine al meglio i suoi compiti, frequentò un corso per paracadutisti. Dopo la liberazione si laureò in lettere e diventò insegnante. Oggi ha 94 anni.

Anna Maria Enriques Agnoletti – Figlia di padre ebreo e madre cattolica, la sua vita venne sconvolta dopo la promulgazione delle leggi razziali. Partecipò ad un’organizzazione di spionaggio via radio con lo scopo di passare informazioni agli Alleati. Nel 1944, vittima di un’azione di controspionaggio fascista, venne arrestata e fucilata nei pressi di Sesto Fiorentino. Una lapide in suo ricordo è stata posata sul presunto luogo dell’uccisione, nel bosco di Cercina nei pressi del torrente Terzolle. Aveva 37 anni.

Gabriella Degli Esposti – Nata e vissuta in provincia di Bologna, di famiglia contadina, nel 1943 trasformò casa sua in una base della Quarta Zona. Partecipò a numerosi sabotaggi ai danni dei fascisti e organizzò i primi Gruppi di Difesa delle Donne. Nel 1944 venne catturata durante i rastrellamenti nel modenese. Nonostante fosse visibilmente incinta, venne picchiata e seviziata. Dopo la fucilazione il suo corpo fu trovato senza occhi, il ventre squarciato e i seni mutilati. Aveva 32 anni. L’orrore della sua morte fece nascere una brigata in suo nome, forse l’unica composta esclusivamente da donne.

Norma Pratelli Parenti – Di origini toscane, si unì alla resistenza nei pressi di Grosseto, nel gruppo Amiata. Raccolse denaro, indumenti e medicinali per i partigiani, ospitò i latitanti e partecipò di persona a diverse azioni di guerra. Fu tradita proprio da uno degli uomini che ospitava a casa della madre e fu denunciata. La sera stessa dell’arresto fu seviziata e fucilata. Il suo corpo fu trovato il giorno dopo. Aveva 23 anni.

Maria Assunta Lorenzoni – Figlia di un professore marchigiano che insegnò a Firenze, durante la guerra operò come infermiera. Dopo l’armistizio entrò a far parte della brigata V, nella quale organizzò l’espatrio di cittadini ebrei e perseguitati politici. Venne catturata dai tedeschi durante la battaglia per la liberazione di Firenze e successivamente uccisa da una raffica di mitra mentre tentò la fuga. Aveva 26 anni.

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Ancilla Marighetto – Attiva in Trentino, al confine con la provincia di Belluno, fece parte del battaglione Giorgio Gherlenda nel ruolo di staffetta. Nel 1945 il suo gruppo venne sorpreso sulle Alpi nei pressi di Lamon dai nazifascisti e Ancilla tentò la fuga nella neve. Fu però catturata e interrogata sul posto. Al suo silenzio fu uccisa con un colpo alla testa. Il suo corpo ora riposa nel paese natale, Castello Tesino. Aveva 18 anni.

Clorinda Menguzzato – Infermiera e staffetta in Trentino. Come Ancilla Marighetto nacque a Castello Tesino e si unì alla brigata Gherlenda. Catturata durante un rastrellamento, fu torturata dai cani dei nazifascisti e violentata dagli ufficiali. Venne fucilata perché si rifiutò di tradire i compagni rivelando la posizione della loro base. Aveva 20 anni.

Irma Marchiani – Nata a Firenze, trascorse l’infanzia a La Spezia. Per motivi di salute si trasferì nel modenese e qui entrò in contatto con la resistenza. Fu prima staffetta, poi combattente e infine vicecomandante del battaglione Matteotti. Venne catturata durante la battaglia di Montefiorino, ma riuscì a sfuggire alla deportazione. Venne di nuovo catturata e fucilata nel 1944 all’età di 33 anni.

Rita Rosani – Triestina, di origini ebree, fu vittima con la famiglia delle leggi razziali. Si unì alle attività clandestine di alcuni gruppi partigiani veneti. Fondò la banda Aquila, che militò nel veronese e sulle Prealpi. Nel 1944 il suo gruppo fu accerchiato e fucilato. Aveva 24 anni.

Modesta Rossi – Contadina toscana, nel 1943 entrò a far parte della Banda Renzino insieme al marito. Venne imprigionata in casa sua con i figli da nazifascisti rastrellatori alla ricerca di informazioni sul marito e su altri partigiani latitanti. Al rifiuto, fu costretta ad assistere all’uccisione dei figli, compreso il neonato di tredici mesi. Fu poi uccisa a sua volta con molteplici pugnalate e il suo corpo fu dato alle fiamme in una capanna. Aveva 30 anni.

Virginia Tonelli – Nata in una famiglia povera, iniziò a lavorare da giovanissima come infermiera. Nel 1933 emigrò in Francia ma, dopo l’armistizio, rientrò in Italia per svolgere attività di propaganda contro l’occupazione tedesca. Venne arrestata mentre trasportava documenti da Udine a Trieste. In prigione fu torturata nel tentativo di estorcerle informazioni, ma non cedette. Venne quindi condotta alla Risiera di San Sabba, dove morì bruciata viva. I suoi resti non furono mai ritrovati. Aveva 41 anni.

Vera Vassalle – Partigiana viareggina, addestrata dai servizi segreti americani a Taranto per operare come radiotelegrafista in Versilia, ma la sua missione fallì. Si spostò quindi a Milano, dove riuscì a ottenere nuovi piani di trasmissione grazie ai quali i partigiani acquisirono rifornimenti di armi e viveri. Continuò la sua missione fino alla liberazione. Dopo la guerra diventò insegnante. Morì nel 1985 all’età di 65 anni.

Iris Versari – La sua casa in Emilia Romagna fu la base di un gruppo partigiano. L’abitazione fu incendiata dai nazisti, ma Iris riuscì a scappare. Si unì ad un’altra banda, che però fu accerchiata. Ferita ad una gamba non si diede alla fuga, ma rimase a combattere. Alla fine, per non essere presa, si uccise. Il suo corpo fu appeso prima a Castrocaro Terme e poi a Forlì. Aveva 22 anni.

Fonti: Wikipedia e ANPI

Leggi i commenti (2)
  • Ho letto con piacere l’articolo il quale mi è stato utile per capire meglio il ruolo femminile durante la Resistenza Italiana che nei libri di storia viene citato in piccola parte solo per il loro ruolo di lavoratrice in aiuto degli uomini al fronte, ma sorprendentemente sono felice di sapere che non si occuparono solo di quello. Hanno compiuto delle opere coraggiosissime per le quali le stimerò per la vita e penserò a loro quando il prossimo 25 Aprile mi troverò a festeggiare la Liberazione.
    Non ho potuto fare a meno di notare, però, che tra le 19 donne che hanno ricevuto la medaglia, i cui nomi sono indicati nell’articolo, tre sono state seviziate, violentate e mutilate. La loro fine è stata più violenta, più brutale e più lunga degli uomini partigiani o comunque degli uomini di quei tempi.
    Io mi chiedo: perché?; e posso solo rispondermi con: perché sono donne. Perché nessun si sarebbe mai permesso di seviziare e violentare un uomo che avesse compiuto le stesse azioni delle donne, perché per gli uomini si tratta di orgoglio, di dignità. Le donne invece sono degli oggetti nelle mani degli uomini i quali possono permettersi di farci qualsiasi cosa, anche divertirsi un ultima volta prima di farle finite. E pensare che eravamo nel ’45.. ora siamo nel 2017 e non è poi così diverso, il che fa ancora più rabbrividire.

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