L’11 febbraio del 1963 Sylvia Plath si sveglia all’alba. È una gelida mattina londinese e il tempo sembra cristallizzato all’interno della suo appartamento di Fitzory Road, lo stesso in cui aveva abitato il celebre poeta inglese Yeats. Sylvia è una trentenne fresca di separazione dal marito Ted Hughes, una donna che esce da un periodo tormentato, al quale deve la stesura del suo unico romanzo: La campana di vetro. Un’opera fortemente autobiografica e un ultimo, disperato messaggio dell’autrice, prima di perdersi definitivamente nelle acque torbide della depressione. Sylvia prepara le ultime fette di pane e due bicchieri di latte per i suoi bambini, li depone sul tavolo con scrupolosa abitudinarietà. Il seguito è un fatto noto alla cronaca: la Plath sigilla le finestre dalla cucina, poi infila la testa nel forno e apre il gas.

A 55 anni di distanza, di Sylvia Plath è stato fatto un piccolo cult pop: compare in svariate serie tv adolescenziali, è la poetessa preferita di Lisa Simpson, viene citata nelle canzoni rock.

Sylvia Plath fa parte di un immaginario collettivo, è la poetessa di Boston della famosa foto sulla spiaggia, bionda e sorridente nel suo costume bianco. La sua produzione poetica è massiccia, quanto complicata e oscura. Perché leggere Sylvia Plath vuol dire entrare nell’enigma di un animo lacerato e sensibile, visibile negli squarci di versi grondanti sofferenza.

 

L’opera della Plath va considerata nel suo insieme: non è una produzione disgregata, frammentata; bensì un unico e costante fluido di energia. Nel mezzo ci sono luminosi sprazzi di gioia, di dolore, di umana pietà, attimi di sconforto e miserabile squallore.

La campana di vetro sceglie la forma autobiografica, seppur in forma romanzata: perché Esther, la graffiante voce che udiamo dalla campana di vetro, è l’alterego di Sylvia. Ne possiede i sogni, le emozioni, i desideri, persino le aspettative frustrate, nonché la stessa persistente sensazione di infelicità. Esther è una diciannovenne “depressa, apatica e piena di belle fantasie infrante“. Grazie a una borsa di studio si ritrova a fare praticantato in una rivista femminile di New York, esattamente come la Plath ai suoi inizi di carriera.

“Era la mia prima grande occasione e io cosa facevo?Stavo a guardare, lasciando che mi sfuggisse tra le dita come acqua.”

È il 1953 e una giovanissima Esther-Sylvia  vive un autentico scollamento rispetto alle coetanee, in primis l’amica Doreen. Esther è consapevole di trovarsi una posizione da privilegiata, di cui dovrebbe godere, eppure non  riesce. Non si diverte alle feste, gli approcci degli uomini la attirano e la terrorizzano al tempo stesso. È inchiodata al suo perfezionismo cieco: vorrebbe scrivere, pubblicare e proseguire la carriera accademica, ma il suo instancabile perfezionismo la costringe a un’insoddisfacente immobilità.

L’esperienza della grande città la disgusta, la visione delle masse è come quella di “file e file di piccole teste assorte” che non pensano a nulla. Nei locali raffinati di New York, a bordo di cabriolet tirate a lucido, nei salotti patinati delle modelle, Esther ha l’impressione di bocche che si muovono a vuoto, da cui lei non può percepire alcun suono. La nuova società di massa è una società di manichini che lavorano per la produzione in serie, in cui ognuno gioca il suo ruolo già preconfezionato. Sylvia Plath raffigura magistralmente non solo l’ipocrisia dell’upperclass americana, ma anche la sua misoginia.  Il mito della verginità, della sottomissione al marito, le limitazioni di carriera imposte alle donne sono un sottile filo conduttore. Esther si muove sul filo degli obblighi e delle costrizioni, sul modello che gli altri si aspettano che lei adempia.

La Plath ai tempi del suo praticantato a “Mademoiselle”, 1953.

Sylvia Plath metaforizza la situazione di Esther nell’immagine di un albero di fico dal quale la giovane non sa scegliere.

Un frutto rappresenta la vita domestica di madre e moglie, un altro la carriera come giornalista, un altro ancora la poetessa. Con onestà disarmante Esther ammette di non voler cogliere alcun frutto. Esther è una giovane donna che non vuole scegliere e conformarsi, e questo non è ammissibile. I fichi avvizziscono e marciscono sotto i suoi piedi, lasciandola sprofondare nel vortice della sua fragilità. Il grido di aiuto di Esther è inascoltato, la sua discesa nella malattia mentale incompresa e stigmatizzata.

“Il pensiero che mi sarei potuta ammazzare prese spassionatamente forma nella mia mente, come un albero o un fiore”

Il romanzo è pervaso da un martellante richiamo alla morte – il caso dei Rosenberg, condannati alla sedia elettrica. Non soltanto morte come esecuzione capitale: morte in quanto individuo alienato della società di massa, morte desiderata e temuta, morte concretizzata nel suicidio della sua amica Joan. Una volta tornata a casa, Esther comincia un lungo processo, che costituisce il cuore nero del romanzo e il vero lascito testamentario della Plath. Gli innumerevoli maledestri tentativi di suicidio tengono il lettore  sulle spine. La malattia mentale, così incompresa nella rigida società degli anni ’50, non può che condurre alla terribile esperienza dell’elettroshock.

A 55 anni di distanza, non c’è modo migliore di ricordare la breve e intensa vita di Sylvia Plath che rileggere il suo unico romanzo. La Campana di vetro ha il pregio di schiaffeggiarci con la verità del quotidiano. Con uno stile veloce e incisivo, ci mette davanti a una condizione esistenziale: l’immobilità forzata, il terrore del giudizio altrui, la nostra vita votata al successo. Chi non ce la fa, chi rimane indietro rispetto a questo vasto flusso di persone che corrono verso i loro obiettivi, soffoca nell’aria rarefatta della campana. È il racconto di una giovane donna che non trova consolazione, la cui unica esigenza è forse quella parola pronunciata dalla dottoressa Malon a fine romanzo: tenerezza.

 La campana di vetro è un romanzo che mette di fronte all’intima debolezza di ogni essere umano e forse, proprio per questo, ci fa sentire meno soli nelle nostre fragilità.

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