Presentato nella sezione Panorama alla 67esima edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, Mein wunderbares West-Berlin (n.d.t. La mia meravigliosa Berlino Ovest) racconta l’esperienza gay nella parte occidentale della capitale tedesca partendo dalla metà degli anni ’40 per arrivare sino al periodo della caduta del muro e oltre. Jochen Kick, regista noto per i suoi documentari perlopiù indipendenti a sfondo sociologico e per il suo attivismo LGBT+, racconta attraverso numerose testimonianze la storia di una delle città più colorate e tolleranti d’Europa.

Fine del secondo conflitto mondiale, una metropoli e un Paese in rovina. Una società distrutta, le conquiste liberali della Repubblica di Weimar annientate nella memoria storica, gli sforzi del Comitato Scientifico-Umanitario fondato da Magnus Hirschfeld – noto anche con l’acronimo WHK, può essere essenzialmente considerato come il primo vero gruppo di liberazione omosessuale – persi pericolosamente nel nulla. Divenuta pressoché impossibile la lotta al Paragrafo 175, un articolo del codice tedesco, in vigore nella Germania Ovest fino al 1994, il quale considerava criminali i rapporti omosessuali.

Poco dopo l’ascesa al potere di Adolf Hitler, il Partito Nazionalsocialista obbligò alla chiusura la maggior parte dei locali gay e nel 1935 inasprì ulteriormente la legge in maniera tale che qualsiasi atto ritenuto osceno potesse essere perseguito penalmente dai tribunali. La Gestapo disponeva inoltre della facoltà di deportare nei lager i cosiddetti sospetti senza alcuna giustificazione di tipo legale: il triangolo rosa per gli omosessuali nei campi di concentramento diventò il simbolo della stigmatizzazione e della sofferenza di circa 15000 omosessuali, un vero e proprio omicidio organizzato contro gay e lesbiche.

Col passare degli anni la situazione non migliorò affatto ed è proprio questa la Storia meno nota. In un documento ufficiale del 1962 si poteva ancora leggere: «Dove la fornicazione di persone dello stesso sesso è accettata e diffusa in larga scala, lì il risultato è la degenerazione del popolo e il crollo delle sue forze morali». Non se ne parlava, racconta Klaus Schumann, un sarto di Schöneberg che faceva parte della nicchia di uomini omosessuali della Berlino Ovest che nel 1978 fecero coming out nel titolo Wir sind schwul (n.d.t. Siamo gay). I giovani degli anni ’50 e ’60 non dovevano solo far fronte al disprezzo e all’ostracismo sociale prevalente, dovevano soprattutto affrontare la minaccia di un crimine.

Fu così che cominciò a nascere una sottocultura gay dietro spioncini e porte serrate. In fondo Berlino era, congiuntamente a Hannover, l’unica città della Repubblica Federale in cui ballare insieme non fosse proibito agli uomini. In locali famosi come l’Eldorado si potevano persino ammirare le performance di drag queen, racconta l’artista René Koch. Questo grado di libertà attirò giovani gay da tutto il Paese a Berlino Ovest – «studenti, obiettori di coscienza e cercatori di fortuna di ogni tipo».

Gli anni ’70 videro il fiorire di numerosi movimenti arcobaleno, il 1969 fu la data del primo vero scossone al Paragrafo 175, seppur ancora troppo lieve: lo Spiegel titolerà «Omosessuali: Liberati – ma fuorilegge». L’Azione Omosessuale Berlino Ovest (HAW) prese in mano le redini della lotta, contro il divieto d’insegnamento a docenti gay, per esempio, e divenne casa e luogo di scambio per tantissime persone finora rimaste in the closet. Uno degli appartenenti al gruppo, Gerhard Hoffmann, racconta dell’apertura del suo Cafè Anderes Ufer (n.d.t. Caffè dell’Altra Sponda) e di come il bar fosse «il primo locale gay a tirare su le veneziane […] dove si poteva osservare da fuori ciò che accadeva all’interno: moderno, aperto a tutti, con arte, eventi, avanguardia». David Bowie, giusto per citare un nome altisonante, il quale risiedeva nei pressi del caffè, divenne cliente fisso.

Agli anni della libertà seguirono gli anni ’80, quelli della presa di coscienza delle conseguenze che seguivano a un certo tipo di libertà sessuale. Il giornalista e autore Dirk Ludigs testimonia: «tutta questa cosa dell’AIDS era una sorta di rumore di sottofondo per noi. Respingevo ciò che tanti altri avevano respinto». Se da un lato la crisi dell’AIDS fu una profonda e innegabile tragedia, dall’altro portò una maggiore visibilità complessiva al mondo gay. Improvvisamente, tanti avevano perso un caro a causa della malattia, prominenti figure furono bersaglio di outing.

Mein wunderbares West-Berlin lascia la scena alla Storia: attivisti, artisti, fondatori di musei, registi, stilisti e DJ. Il film ha uno sguardo tutto personale arricchito anche da tantissimo materiale d’archivio. Presenta un panorama affascinante, a tratti oscuro ma anche sorprendentemente divertente. E sopratutto non dimentica un dettaglio fondamentale: finora nessuna vittima del Paragrafo 175 della Repubblica Federale Tedesca è stato prosciolto o ha ricevuto un qualsivoglia compenso per danni.

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