Chi, quando, come, dove e in quali condizioni siamo?

Fondamentale nella prospettiva femminista intersezionale è comprendere quanto ogni individuo si trovi al centro di categorizzazioni e di insiemi diversi di appartenenze. Questo significa che nessuno può essere ridotto a semplice esponente di questo o di quel gruppo e che la sua identità va ben oltre le etichette che le sono assegnate. Per capirci: io sono una femminista, ma questo non esaurisce affatto la mia individualità e non è sufficiente a descrivermi, perché sono anche molto altro rispetto all’essere femminista.

Esiste un approccio che consente di non sminuire o ridurre l’identità della persona. Si può cioè rispettare e, anzi, valorizzare l’unicità dell’individuo, senza escluderlo dalle categorie a cui egli appartiene.

Questo approccio si chiama politica del posizionamento e consiste nel collocare l’essere umano in uno spazio ben preciso, individuato dalle caratterizzazioni specifiche del soggetto: è un po’ come identificare la persona che stiamo ascoltando, conoscerla più a fondo e metterla a fuoco. Questa operazione serve a darci l’idea di chi abbiamo davanti, e ci permette di comprendere meglio le sue azioni, i suoi pensieri, i suoi discorsi.  

Localizzare una riflessione non significa circoscriverne la portata, e quindi ammettere che un certo ragionamento valga solo in determinate condizioni, ma accentuarne il senso, ancorarla a una realtà più concreta, arricchendone così il significato. Il posizionamento non mette in discussione la validità oggettiva di una tesi, ma ci fornisce dei contenuti ulteriori per aiutarci a comprenderla meglio: di conseguenza, il pensiero “posizionato” non è solo contestualizzato ma anche approfondito. Per dirla con le parole di Adrienne Rich, femminista a cui si deve tantissimo a proposito della politica del posizionamento:

«Io ho bisogno di sapere come un luogo sulla carta geografica possa avere un posto nella storia entro il quale come donna, ebrea, lesbica e femminista io mi formo e cerco di creare.»

Se si presenta come “donna, ebrea, lesbica e femminista” non è per soddisfare una nostra curiosità personale, ma per darci gli strumenti necessari per poter capire il suo modo di pensare e di essere. Se si vuole comprendere la prospettiva di qualcuno, bisogna mettersi nel suo punto di vista, osservare il mondo dalla sua posizione e nelle sue stesse condizioni.  La politica del posizionamento è una sorta di GPS che serve a localizzare gli altri e noi stessi, a inserirli in un contesto determinato: in questo modo evitiamo che le loro idee fluttuino nel vuoto, e che ci appaiano come delle frasi provenienti da oracoli lontani o da saggi senza nome.

Ecco un esempio, fatto dalla stessa autrice, che può spiegarci meglio questo approccio: nell’orizzonte femminista (esempio a caso!) è arrivato il momento che si parli di un asservimento specifico della donna e che si abbandonino gli approcci basati sulla generalizzazione e sulla banalizzazione. Per il femminismo questo è stato un passaggio decisivo e difficilissimo: per anni esso si era spesso servito di concettualizzazioni di principio, idee universali per donne e uomini quasi eterei, fluttuanti, astratti…

«Non voglio scrivere qui, ora, quella frase che comincia con “le donne hanno sempre…”. Abbiamo iniziato il discorso proprio respingendo frasi che cominciano con “le donne sono state sempre e ovunque asservite all’uomo” oppure “le donne hanno sempre avuto l’istinto materno”. Se abbiamo capito qualcosa in questi anni sul femminismo del XX secolo, è che quel “sempre” cancella tutto quello che veramente abbiamo bisogno di sapere: quando, dove e in quali condizioni può essere vera quella frase?»

Non serve puntualizzare, ma per sicurezza lo dico lo stesso, che questo metodo è applicabile ai contesti più disparati e non si limita all’ambito femminista e alle questioni di genere. Però, al femminismo va riconosciuto il merito di averlo portato alla luce: l’idea di intersezionalità, da cui la politica del posizionamento prende le mosse, nasce proprio dall’esigenza di coniugare, per denunciarli, diversi tipi di discriminazione di cui lo stesso soggetto può essere vittima, senza ridurne uno all’altro, o senza dover scegliere quale sia la discriminante fondamentale.

Le donne afroamericane ci hanno mostrato quanto un certo femminismo del passato non parlasse di loro o, almeno, non abbastanza: è emersa così l’esigenza di un approccio più inclusivo ma, allo stesso tempo, non disincarnato e puramente teorico. Le donne, come gli uomini, non sono tutte uguali e il femminismo deve dar conto delle loro differenze: se correttamente valorizzate, le differenze non allontanano le persone, al massimo danno prova della loro unicità e irriducibilità.

Nel 1938, Virginia Woolf scriveva nel suo saggio contro la guerra, intitolato Le tre Ghinee: «come donna non ho una patria, come donna la mia patria è il mondo intero». Questo capolavoro di femminismo pacifista, nonché uno dei testi madre del pensiero della differenza di genere, oggi non è più all’avanguardia rispetto all’orientamento che l’attuale femminismo ha assunto. Adrienne Rich sostiene, al contrario, che:

«Come donna ho una patria; come donna non posso liberarmi di quella patria»

Il femminismo, come tutti i movimenti storici, ha bisogno di un radicamento politico, geografico, sociale, culturale e persino economico. Non si può prescindere dalla realtà da cui una riflessione nasce e si sviluppa: le idee seguono il loro corso, sono degli eventi da affrontare in maniera critica e non dei fenomeni inspiegabili, dati una volta per tutte.

Il posizionamento del soggetto serve proprio a dar conto di tutte queste variabili in gioco e a non sminuirne un dato aspetto a vantaggio di un altro. Dovrei forse decidere se sono più donna o più italiana? Devo essere discriminata di più in quanto donna o in quanto italiana?

Per una parità davvero universale si deve dar voce a chi finora non ne ha avuta e non parlare al suo posto. Occorre mettere le persone in condizione di esprimere loro stesse, perché l’unicità di ogni essere umano fa sì che ogni individuo sia insostituibile e non riducibile ad altro. Dovremmo prendere coscienza della nostra identità e cercare di esaltarla nel rispetto dell’alterità che ugualmente ci appartiene.

Abbiamo perciò la responsabilità di pensare all’altro e per l’altro ma anche, soprattutto, di renderlo libero di pensare qualcosa di sé e di ciò che lo circonda, e di pronunciarsi a riguardo. In questo modo possiamo contribuire a costruire un femminismo sempre più all’avanguardia rispetto al tema dell’inclusione e della lotta alle discriminazioni, oltre che una società più giusta.

Prestare attenzione alle differenze aiuta a rintracciare quel fondo di umanità alla base di ogni principio di sorellanza e di fratellanza e, nel frattempo, ad approfondire la coscienza di sé e dell’altro. Posizioniamoci allora in un punto favorevole al dialogo e all’interazione con chi, pur essendo simile a noi, è diverso, ricordandoci che anche noi siamo diversi per qualcuno, compresi noi stessi.

La differenza non appartiene a questo o a quel soggetto, esiste solo nel loro reciproco rapportarsi.

 

 

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