Quando una mia amica insegnante mi ha proposto due ore di chiacchiere sulle cose di cui mi occupo (il ggender!) ammetto di essermi sentito del tutto impreparato. Non tanto sulle cose da dire, quanto sul come: che linguaggio usare, quale metodo, come approcciare un pubblico esigente e critico ma che arriva all’incontro spinto soprattutto dalla gioia di non fare lezione.

Ho preparato quindi le mie solite slide, cambiando le immagini con altre più adatte a un pubblico adolescenziale. La strategia è ormai consolidata: partendo da un’analisi delle relazioni, del modo in cui ci si rapporta in un mondo popolato da altri esseri umani, si arriva alle forze che regolano queste relazioni, e ai poteri che esercitiamo o che subiamo tramite queste relazioni. Costruita così la rete dei rapporti interpersonali, si mostra come tutto quello che compone la nostra identità di genere è molto spesso deciso prima e altrove attraverso modelli di “uomo” e “donna” mai seriamente messi in discussione, ma effettivamente scelti illudendosi di esercitare una piena autodeterminazione. Di lì il resto del discorso viene quasi da solo.

Non ero preparato, però, per quello che ho trovato. Ragazzi e ragazze pieni di attenzione ma tremendamente in difficoltà a parlare di sé; silenziosi, ma pronti a confrontarsi su qualsiasi argomento. Mentre parlavo tutti sembravano molto assorti, ma non saprei dire in che cosa. Ho notato il primo scossone quando ho fatto capire, alludendo alla mia compagna e ai miei figli, che sono un uomo etero. Tra i tanti pregiudizi che si producono in ragazzi e ragazze quando non gli si danno informazioni corrette, o proprio non si danno loro informazioni, c’è quello per cui chi si occupa di questi argomenti o è donna o è gay. Molti e molte credono che a un uomo etero i femminismi non interessano, non stanno bene, non gli competono, non li può capire, ne è estraneo: già, a proposito, questa roba è femminismo – secondo grosso pregiudizio “spontaneo” da abbattere.

I femminismi si occupano di tutti e tutte, delle relazioni come delle emozioni, delle libertà e dei piaceri, e di come tutte queste cose dovrebbero essere tutelate da una politica corretta. Perché sì – terza martellata a un pregiudizio – la politica è anche occuparsi di questo, non solo riempire i talk show serali di fuffa volutamente incomprensibile o ipocrita.

Ecco che non appena ho messo in atto quel classico slogan femminista, “il personale è politico”, è cominciato un dibattito fatto di esempi, storie personali, critiche ai media, questioni di moda e di insulti, linguaggi sessisti e pratiche discriminanti, rivolgendosi liberamente ad autorità, genitori, docenti. Il desiderio di parlare di questi argomenti, nelle scuole, è evidentemente enorme, ma le occasioni sono poche, ancora troppo poche. Qualsiasi etichetta più o meno spendibile si vuole dare a queste parole – educazione sessuale, educazione sentimentale, educazione alle relazioni… – rimane un dato di fatto: affrontare le questioni di genere è necessario. Perché a scuola non serve tanto aggiungere una nuova materia, ma cambiare una prospettiva, una visione del mondo – proprio quello che fanno gli studi di genere. Nella nostra scuola non si studiano i femminismi, né li si incontra nei programmi di storia o di italiano, e non ci si preoccupa di reinserire con la giusta misura le donne nelle discipline alle quali hanno dato contributi importantissimi. Non ci si preoccupa di una corretta visione dei rapporti tra generi né come oggetti di una storia o di una disciplina, né come soggetti protagonisti. Non ci sono momenti, luoghi o strumenti grazie ai quali i corpi, le relazioni e i sentimenti diventano oggetti e strumenti di conoscenza reciproca, e nei quali li si possa considerare in una prospettiva storica, criticare, analizzare. E i risultati di queste mancanze si vedono.

Ho lasciato, in quella scuola come in tutte nelle quali sono andato, strumenti per cominciare un percorso personale o collettivo: libri, link, argomenti, nomi, film, esempi, associazioni – non importa cosa, importa lasciare possibili appigli per sviluppare quel fortissimo desiderio di libera autodeterminazione che a scuola c’è, e che bisognerebbe non far appassire affinché contamini il resto della società.

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