I Love Shower Love sono una band alt rock composta da quattro musicisti sparsi tra Milano e la Brianza, tutti attivi nel panorama indipendente ormai da vent’anni, coinvolti parallelamente in diversi progetti (Twerks, Nails & Castles, One Boy Band).

Common Useless Mistakes, il loro disco d’esordio interamente cantato in lingua inglese, è uscito il 2 ottobre scorso per l’etichetta Fil1933.

Tante sono le sfaccettature di generi musicali e di temi trattati.

Un album ricco sia dal punto di vista degli arrangiamenti, per la ricerca dei suoni e delle atmosfere che i quattro creano e fanno esplodere sul palco, ma anche dal punto di vista delle liriche, nelle quali si ritrova tutta la poliedricità dei quattro, Claudio, Marco, Stefano e Davide, quest’ultimo redattore ormai da anni di Bossy.

Il disco alterna momenti di disimpegno e leggerezza a testi che raccontano di esperienze personali; toccano tematiche attuali quali la gender equality, la questione dei rifugiati disturbi come l’autismo, e riflettono su argomenti che riguardano tutti, come il fallimento, la caduta e la risalita.

Ma di Common Useless Mistakes ci hanno parlato proprio loro.

 

 

Con la vostra band precedente la vostra produzione, nonostante le cover, è sempre stata in italiano: come cambia, nel passaggio dalla nostra lingua all’inglese, il modo di esprimersi e di riuscire a passare esattamente ciò che si vuole dire? Quali sono le difficoltà, se ne avete trovate?
Band: Per quanto riguarda i brani di questo disco, è abbastanza semplice fare un confronto immediato perché i testi sono nati in italiano e poi tradotti in inglese. Abbiamo mantenuto le stesse motivazioni che ci hanno spinto a scrivere il testo per rimanere fedeli all’ispirazione originaria di ciascun brano, ma alcuni concetti sui quali in italiano giravamo un po’ più attorno attraverso metafore o concetti teorici sono diventati più diretti in inglese, complice la “pragmaticità” grammaticale anglosassone. Pensiamo ad esempio al finale di Grey, che in italiano diceva qualcosa come “è una questione di etica” e in inglese è diventato “il tuo Dio non ci ha mai detto come amare e come morire”.

Grey, il singolo che ha anticipato l’uscita del disco, è un brano dedicato ai diritti civili, e il video che lo accompagna in modo leggero e festoso celebra tutte le forme di amore. Com’è nato questo pezzo? Qual è stato il momento in cui è scattata l’idea di scriverlo?
Davide (frontman): l’idea è nata quando mi sono ritrovato a partecipare insieme a vari movimenti LGBT+ alla protesta davanti al Palazzo della Regione Lombardia in occasione di un fantomatico “convegno sulla famiglia” che vedeva intervenire gente come Maroni e la Miriano.
La rabbia per il fatto che ci siano persone privilegiate che investano energie per impedire ad altre persone discriminate dei diritti sacrosanti sui quali non ci sarebbe nemmeno da sindacare mi ha portato a scrivere questa “lettera a un predicatore anonimo” in cui, fondamentalmente, immagino di dire in faccia a quella gente le cose che quel giorno non ho potuto dire: cioè che possono anche continuare a raccontare in giro le loro scemenze su famiglia tradizionale e presunti valori, ma di fatto hanno già perso, moralmente e storicamente.
Sul titolo, Grey, ho giocato su più livelli: rimanda al cielo grigio di quel giorno, ma ha anche l’accezione positiva del rifiutare una categorizzazione binaria e abbracciare invece il concetto di “spettro”: ogni manifestazione umana ha le sue sfumature, non è mai né bianca né nera, al massimo più o meno grigia. Questo richiede da parte degli individui molta empatia e reciproca comprensione, per poter sfuggire ai facili stereotipi. Certamente non intendevo quelle altre “sfumature di grigio”, anche se pure su quelle nel testo c’è una trollata (ride).
Per il video abbiamo optato per un approccio più gioioso, che bilanciasse la rabbia del testo: è una festa colorata di persone, senza etichette di sorta, che improvvisano qualcosa sulla musica, come a dire “di quello che pensate di come dobbiamo comportarci non ce ne frega nulla, finché ci rende felici”.

Il disco è un’alternanza di brani impegnati e disimpegnati. Avete mai pensato di prendere un’unica direzione, di – come si dice – “diventare una band impegnata”, e quindi focalizzarvi solo su determinati temi o, al contrario, di smettere di pensare alle liriche, dandoci meno peso e concentrando tutto il messaggio artistico sugli arrangiamenti, quindi sul lato strumentale?
Band: Storicamente siamo guidati dalla musica, i testi arrivano solo dopo, come chiusura del cerchio. Quindi la scelta di quanto rendere un testo più o meno impegnato non viene fatta davvero da noi, ma dalla musica alla quale è destinato. Certo è che se hai modo di provare a dire qualcosa di intelligente è un peccato sprecare quell’occasione. Oltre che di diritti civili, in questo disco abbiamo provato a parlare di migranti, di autismo, di depressione. Proprio Desert son è indicativa di questo processo: eravamo influenzati da certa nuova musica africana (Tinariwen, Bombino), così abbiamo provato a scrivere musicalmente qualcosa di simile; a quel punto, abbiamo pensato che introdurre strumentalmente il tema dell’Africa potesse essere un’occasione per denunciare l’intorpidimento empatico dell’Occidente rispetto al dramma dei profughi. Non sappiamo ovviamente se l’esperimento sia riuscito, ma certo è che ogni tentativo è stato frutto di una urgenza genuina e non di un calcolo a priori, come dovrebbero essere tutte le cause per cui scegliamo di combattere.

Quali sono le vostre maggiori influenze a livello compositivo e di scrittura?
Marco (basso): Le nostre influenze quando scriviamo i brani sono molto eterogenee: la base da cui siamo partiti è stato il Seattle Sound degli anni ’90, ma grazie ad esperienze musicali parallele e curiosità personali ognuno di noi ha poi intrapreso un percorso di ricerca che traspare sotto diverse forme nel suono della band. Stefano (batteria) è ad esempio più legato alla musica anni ’70 con band come Led Zeppelin e The Jam; Davide (voce e chitarra) al cantautorato anglosassone come Eddie Vedder e Nick Cave; Claudio (chitarra) si ispira a band come The Police e Talking Heads; mentre i miei capisaldi li ritrovo in gruppi come The Clash, Joy Division e The Smiths. Fra i nostri ascolti citiamo anche delle belle realtà più contemporanee come The National, Bon Iver, War On Drugs, Kurt Vile e Parquet Courts.

Il vostro percorso musicale è iniziato ormai vent’anni fa. Voi siete una band, ma ancor prima amici. Quanto conta e come influisce, in un gruppo, l’esistenza di un rapporto forte come il vostro ancor prima di quello professionale, che si instaura quando si mette in piedi un progetto?
Band: Sembra banale dirlo, ma non lo è: tutti i progetti devono nascere dalla passione. Se non ce la metti, è difficile… non dico conquistare qualcosa, ma anche solo trovare le forze per portarli avanti, perché tutte le cose belle richiedono impegno e fatica. Noi siamo cresciuti insieme come persone, prima che come musicisti, abbiamo scoperto la musica insieme (ne parla VCV, il brano che apre il disco) e ci siamo anche visti prendere strade differenti, come dicevamo prima in termini di gusto e direzioni da intraprendere, ma sempre nella comprensione reciproca. La confidenza che abbiamo ci consente di parlare senza filtri, perciò in tutte le scelte vige una vera democrazia basata sul dialogo, su qualsiasi aspetto e in massima trasparenza. Certo, la presenza di due gemelli ci espone anche a diversi conflitti, ma ne usciamo sempre vivi!

Resilienza e rinascita da ciò che ci si è lasciati alle spalle: due concetti che ritornano più volte nel disco. Che ruolo e che impatto può avere la musica nelle situazioni di difficoltà? E che ruolo ha nelle vostre vite al di là del vostro essere musicisti?
Band: La musica può fare tante cose e su più livelli: come ascoltatore, ti può coccolare se sei in un momento difficile, come quando l’autore sembra dirti “ti capisco, ci sono passato anch’io”. Oppure ti può smuovere, con un pezzo che ti dice “lascia stare le cose che ti ammorbano oggi, c’è un mondo di bellezza là fuori”. Come musicista, può avere per te un valore escapista (fuggo dai miei problemi per un po’, per riprendere fiato), oppure di sublimazione (ho tante cose dentro e ho bisogno di buttarle fuori e dirle tutte, così poi starò meglio). Certo, è sempre bene evitare l’autocommiserazione fine a se stessa del genere “sono triste e potrò scrivere canzoni solo se triste”. Io non lo penso, penso che ci sia un ampio ventaglio di emozioni che, se ben messe a fuoco, possono darci tante nuove idee per scrivere. Ad ogni modo: se dico che la musica ha salvato la vita un po’ a tutti noi sembrerà retorico, ma penso di dire la verità.

Playlist LoveShowerLove: vogliamo sapere da ognuno di voi un brano impegnato, un pezzo più spensierato, e il brano del vostro disco a cui siete più affezionati.
Stefano: The Man Who Sold The World, David Bowie / Holiday, Weezer / VCV;
Davide: Girl In Amber, Nick Cave & The Bad Seeds / Crash, Against Me! / The Silver Lining;
Claudio: Pot Kettle Black, Wilco / Next To You, The Police / Stolen Words;
Marco: Fake Empire, The National / Train In Vain, The Clash / An Invisible Orchestra.

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