«Noi donne utilizziamo questo prodotto da decenni e pertanto, per quanto la cosa possa essere assurda, nessuno osa mettere in discussione quest’oggetto. Probabilmente perché i produttori hanno saputo giocare così abilmente sul tabù delle mestruazioni da farci passare la voglia di saperne di più.»

Questo è quanto afferma la giornalista francese Audrey Gloaguen nel suo documentario Tampon, notre ennemi intime andato in onda il 25 aprile scorso sul canale France 5, un mediometraggio la cui realizzazione è durata ben otto mesi e che mette in mostra in maniera dettagliata i pericoli di uno strumento di emancipazione femminile così comune da essere ormai ritenuto pressoché insignificante.

Margaux ha 23 anni ed è un’infermiera. Justine ha 26 anni ed è una psicanalista. Le loro storie personali sono accostate e raccontate perché unite da un disagio comune: l’essere state vittime della TSS, ovvero la sindrome da shock tossico. Entrambe in ottima salute, entrambe hanno rischiato la morte a causa di un minuscolo articolo igienico. Vomito, stanchezza, febbre improvvisa, ovvero i tipici sintomi di un’apparente gastroenterite. Un’eruzione cutanea che sembra essere causata da una semplice sovraesposizione solare. Non fosse che le attende il pronto soccorso e un team medico che vede i loro organi cessar improvvisamente di funzionare.

Quali sono le reali cause di queste amare circostanze? Il professore universitario Gérard Lima dell’Ospedale Civile di Lione spiega nel documentario che i motivi principali sono essenzialmente due: la composizione e il meccanismo d’azione del tampone. Lo shock in sé è provocato dall’esotossina del batterio Staphylococcus aureus, il quale risiede comunemente nel canale vaginale. L’esperto chiarisce che, bloccando il fluido mestruale con un assorbente interno, quest’ultimo resterà caldo e diverrà così un ottimo terreno di coltura microbico. In tal modo, in presenza di questo famoso batterio, quest’ultimo inizierà a produrre una tossina (la TSST-1) che comincerà a scorrere pericolosamente nelle vie sanguigne. In queste dinamiche sorge spontanea una questione: ovvero quali elementi presenti nella composizione degli assorbenti interni favoriscano l’insorgenza di tale complicazione.

Lo scopo del documentario è duplice: abbattere la crudele mancanza di informazione delle consumatrici finali sugli assorbenti interni e determinarne il grado di pericolosità. La realizzatrice sottolinea che, per altri prodotti d’igiene – come per esempio i bagnoschiuma – i produttori sono tenuti a elencare e rendere visibili tutti i componenti chimici presenti al loro interno, ma per i tamponi, un prodotto che viene incessantemente a contatto con un’area ultrasensibile, non è questo il caso. La realizzatrice di questo prodotto audiovisivo sostiene che «le donne devono poter utilizzare certi prodotti essendone pienamente consapevoli. Ognuno sceglie di consumare ciò che più desidera, ma è nostro compito mettere in guardia le persone».

Un’altra figura presentata nel documentario è Chris Bobel, professoressa associata di gender studies all’Università del Massachusetts di Boston. Suo scopo è aiutare le nuove generazioni a decodificare il cinismo dei produttori industriali in quest’ambito: la lezione filmata nella sua aula e riportata nel video comincia con due parole, ovvero stigmatizzazione mestruale. In una discussione aperta con le sue allieve parla di come una donna con le mestruazioni sia socialmente recepita come “immonda” e di quanto ciò provochi l’istinto di nascondere un processo altrimenti naturale. La soluzione ideale? L’assorbente interno, poiché sottrae alla vista tutto ciò. 

«Essere femminili significa essere contenute, essere disciplinate, essere sotto controllo. Per cui teniamo sotto controllo i nostri capelli, i nostri peli e persino lo spazio che prendiamo […]. Per questo motivo l’assorbente interno è uno strumento che permette alle donne mestruanti di piegarsi alle norme della femminilità, di essere pulite e sane. Difatti (nelle pubblicità n.d.r.) vediamo spesso delle donne felici, talvolta bionde, delle donne molto attive. Non vediamo mai del sangue, vediamo un liquido blu. Vediamo il prodotto prima dell’uso e mai dopo. Penso che gli industriali non facciano altro che utilizzare e sfruttare il tabù. In realtà lo perpetrano poiché rendono le mestruazioni pressoché invisibili e perché le donne col ciclo sono così desiderose di nascondere le mestruazioni da non essere né vigilanti né curiose nei confronti dei prodotti che utilizzano.»

Il documentario si conclude definendo senza mezzi termini il tampone come spazzatura chimica e con la comunicazione dei risultati dei testi di laboratorio condotti ai produttori di assorbenti interni. La loro risposta? La proposta di maggiore informazione da parte di Audrey Gloaguen non è necessaria. E Justine si chiede a quale prezzo.

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