Articolo di Giulia Tamborrino

Non voglio avere dei figli.
Questa frase suscita sempre grande scalpore negli ascoltatori, eppure questo non l’ha mai resa meno veritiera.
Non voglio procreare, mettere al mondo una creatura che abbia metà del mio patrimonio genetico. Non voglio tre figli, né due e nemmeno uno.
Penso che sia normale che i parenti non capiscano – pensano che a vent’anni io sia troppo giovane per capire la bellezza della maternità, le gioie di crescere un bambino – e che mi guardino come un’insensibile, un’immatura, un’egoista che vuole tutta la sua vita per sé.
Ho sempre considerato la maternità come un fatto privato – non è un caso che riguardi il mio grembo, il mio corpo e soprattutto la mia vita – eppure questo argomento suscita sempre un’attenzione collettiva talmente alta da inquietarmi: non è assurdo come la mia carriera accademica – un settore realmente pubblico e aperto a chiunque – sia surclassata dalla mia volontà o meno di diventare madre?
La maggioranza delle donne non mi capisce: le generazioni precedenti, le conoscenti, le parenti, le amiche, mia madre. Ci tengono a ribadirmi come tutto dipenda dal tempo, che una mattina mi sveglierò e l’istinto materno che non sento mi pervaderà in un lampo. Altre più giudiziose tentano di capirmi, ma è impossibile comprendere ciò che non si riesce a vedere e tangere, evidentemente.
Dalle persone più anziane posso persino aspettarmelo: che senso ha la vita di una donna senza un figlio? E senza un marito? Non esiste niente che gratifichi più una femmina del matrimonio e della famiglia. Quando sento frasi simili inghiottisco una pietra pesantissima pur di non rispondere a tono dicendo “un lavoro? Una brillante carriera? Una vita sociale? La libertà di viaggiare? Vivere in tranquillità senza la responsabilità di un altro essere umano?”.
Quello che non ho mai capito è il motivo per il quale non sia rivolta la stessa attenzione al caso contrario al mio: perché nessuno chiede per quale ragione si vogliano dei figli? Sono entrambe scelte importanti su cui bisogna riflettere, a quanto pare, eppure una è considerata naturale mentre l’altra da impuri e da deviati.
Vorrei smettere di apparire una malata mentale agli occhi della maggioranza solamente perché non credo di riuscire ad occuparmi di un’altra vita oltre alla mia: è davvero egoismo non volere costringere un bambino innocente a nascere in un mondo e in un contesto in cui non è desiderato e voluto a pieno?
(Anonimo)

 

Quando nasce, un bambino dovrebbe essere circondato dall’amore incondizionato di due genitori decisi a sacrificare qualunque cosa per lui.

La condizione ideale per la venuta al mondo di un nuovo essere umano dovrebbe essere l’amore. Eppure, come è ben noto, purtroppo non è così.
Quando una donna afferma di non sentirsi pronta alla gravidanza, o quando è decisa a non avere figli, viene giudicata come egoista, meschina, contro natura, come se un bambino raddrizzasse la vita di una persona rendendola degna di essere vissuta; come se l’esistenza di una donna possa essere completa solo dopo il parto.
Somiglia molto alla persecuzione subita negli scorsi secoli dalle persone omosessuali – termini come “contro natura” o “deviato” sono già stati ampiamente utilizzati – ma mentre i bigotti che attaccano ancora la comunità LGBT si sono dovuti arrendere ad una quasi accettazione collettiva dell’omosessualità, in questa “nuova” battaglia c’è ancora una speranza di redenzione: rifarsi all’argomento della “naturalità”.

Il sesso femminile di ogni specie animale è portato per natura a prendere una parte attiva nel processo di riproduzione: come è possibile dunque rifiutare un momento che è voluto da madre natura stessa?
Anche in questo caso, come in quello della discriminazione per l’orientamento sessuale, si porta al centro della discussione l’argomento della naturalità di certe situazioni senza considerare un elemento molto importante: il libero arbitrio dell’essere umano.
Per quanto il corpo femminile sia destinato a concludere una gravidanza, non è detto che il suo cervello sia conseguentemente portato a desiderare dei figli: nell’unicità che ci contraddistingue, ogni donna ha il diritto di decidere come gestire il proprio corpo.
Di contro, un uomo non riceve quasi mai lo stesso trattamento: “non vuole il disturbo della famiglia”, “preferisce la carriera”, “vuole far fruttare al meglio i suoi studi”, sembrano improvvisamente motivazioni valide. Non esistono molte persone che si fermano a criticare la sua ferma decisione di non volere dei bambini gridando all’egoista e al perverso.

Ancora oggi una donna non ha la libera scelta di poter scegliere come trattare il proprio corpo, che cambiamenti apportare al proprio stile di vita e come condurre la propria quotidianità senza venire additata come “ambigua” o “confusa”.
Sembra che ci siano argomenti per il quale il sottile schermo che divide il pubblico dal privato possa essere infranto e sorpassato, nonostante razionalmente risulti una cosa imbarazzante ed assolutamente invadente.
Sarebbe sufficiente accettare che l’essere dotate di un apparato riproduttore femminile non ci doni preconcetti confezionati, né voglie o inclinazioni decise da una famigerata natura che ci vuole catalogate in stereotipi.

Convincere l’opinione pubblica a fare un respiro profondo e riflettere prima di consigliare ad una donna – che affermi di preferire la carriera, o di non voler deturpare il proprio corpo, o di non sentirsi adatta a fare la mamma – di attendere il segnale dell’orologio biologico prima di prendere una decisione in merito, costituirebbe già un passo avanti che verrebbe apprezzato largamente dalla controparte.
In fondo, la parità riguarda anche il rispettare qualcuno che, pur somigliandoci molto e vivendo nelle nostre stesse condizioni, dimostra di avere necessità e desideri del tutto opposti ai nostri.

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