Brave – storie di ragazze coraggiose è una serie – realizzata da laeffe – di ritratti monografici di otto giovani donne italiane, talentuose e creative, che hanno realizzato i loro sogni, raggiunto traguardi importanti e che sono un esempio di coraggio, determinazione e fiducia in se stessi per tante altre donne che vogliono essere forti, realizzare le loro ispirazioni e vincere le sfide più difficili.

Tra le otto Brave c’è l’astrofisica e scrittrice di fantasy Licia Troisi.

Romana, classe 1980, il suo primo romanzo lo ha scritto a otto anni.
Dopo il liceo classico si è iscritta alla facoltà di Fisica: l’università è stato il periodo in cui ha conosciuto suo marito, nonché padre della loro bimba, e ha iniziato a leggere fumetti, soprattutto manga, approfondendo il mondo della fantasy.
A 24 anni, per Mondadori ha pubblicato il suo primo, Cronache del Mondo Emerso.
E mentre ha continuato a scrivere – attività che oggi svolge a tempo pieno – ha conseguito il dottorato in Astronomia.

Poliedrica e caparbia, da lei ci siamo fatti raccontare della sua attività di scrittrice, della sua passione per la scienza e dell’essere mamma.

Ho trovato fantastico e molto stimolante, in Brave, sentirti dire che sei circondata da donne forti, coraggiose e determinate, tanto che hai la percezione che queste siano la maggioranza.
Spesso, invece, si sente dire che le ragazze non riescono mai a mostrarsi con il vigore che sarebbe bello rivelassero e che vanno aiutate ad emergere.
Le tue storie sono costellate di personaggi femminili che riflettono queste caratteristiche. Come nascono?

Sono più che altro autobiografici; mi ispiro a esperienze della mia vita, ma risentono anche di influenze di altri personaggi letterari o in generale di finzione che ho amato. Ad esempio, il cammino di Nihal è stato un po’ quello che ho percorso io durante la mia adolescenza, ma al tempo stesso risente dell’influenza dei fumetti: ha delle caratteristiche di Caska, personaggio del manga Berserk, o di Xadhoom, personaggio del fumetto italiano PK. Quasi sempre sono forti fisicamente, ma hanno delle fragilità psicologiche, e anche questo deriva dalla mia biografia, perché credo di apparire come una persona forte e sicura, mentre ho una testa davvero molto complicata.

Qual è il personaggio in cui ti senti maggiormente riflessa? Qual è invece il personaggio di un libro che hai letto, recentemente o da giovanissima, in cui ti sei specchiata?
Il più autobiografico è Sofia de La Ragazza Drago: condivide con me l’insicurezza di fondo, e anche la paura di volare.
Invece, per quel che riguarda i personaggi altrui, mi è piaciuta moltissimo la protagonista di Limbo, di Melania Mazzucco. La sentivo molto vicina, fragile e forte al tempo stesso, sempre alla ricerca di se stessa. Avrei voluto scriverla io.

C’è discriminazione nel mondo della letteratura? Quali sono le difficoltà maggiori in cui ti sei imbattuta nella tua carriera di scrittrice di fantasy, donna e pure giovanissima, vista l’età a cui hai iniziato? Quali sono i consigli che daresti a una ragazza che vorrebbe intraprendere una carriera come la tua?
Devo dire che sono stata piuttosto fortunata, e nel mondo della scrittura non mi sono
mai sentita discriminata per il mio genere. Invece ho avuto problemi perché ero giovane; c’è chi ha detto che non avevo fatto sufficiente gavetta, e in ogni caso mi si guardava con un certo sospetto, ma mi sembrava più un pregiudizio dovuto al fatto che una outsider avesse successo in un ambiente che aveva già le sue regole e i suoi affiliati storici. Poi, certo, sei donna, e se devono insultarti ti dicono che sei andata a letto con l’editore, cosa che di un uomo, ovviamente, non direbbero mai.
Per quel che riguarda i consigli, a parte quelli ovvi (leggi un sacco), amare profondamente ciò che si fa, scrivere soprattutto perché se ne sente il bisogno e perché fa piacere. Il resto viene di conseguenza.

Hai tanti fan ed estimatori che ti vogliono bene, sei molto seguita. Ti è mai capitato di incappare negli haters o in critiche disturbanti? Come hai reagito?
Moltissimo, come dicevo prima, soprattutto all’inizio. Ero giovane e ho avuto successo all’improvviso, per cui hanno iniziato a fioccare le critiche. C’erano, forse ci sono ancora, blog dedicati a smontare pezzo pezzo quel che scrivevo per dimostrare che faceva schifo. All’epoca reagii male, sia perché erano gli albori della rete per come la conosciamo oggi e quindi certi fenomeni ancora non erano così diffusi, e poi perché ero giovane. Iniziai anche a rispondere a qualcuno, finché capii che non c’era nessun desiderio di confronto. Così da allora li ignoro. Adesso, più che altro, mi sembrano attestati di successo.

Cosa ti ha spinta ad iscriverti a Fisica?
Nel documentario ci racconti che su sessanta iscritti, solo dieci di voi erano donne: dalla quota blu eravate viste come degli alieni? Come mai ancora oggi tocca sentire che per le materie scientifiche sono più portati i ragazzi, che il loro cervello è maggiormente settato per questo tipo di studi, nonostante esistano tante scienziate famose e non, morte e ancora vive, e tante donne che portano avanti esempi eclatanti di una scienza che non ha confini di genere?

Ho iniziato a interessarmi sul serio alla fisica verso i quindici anni, e allora ho deciso che ne avrei fatto una carriera. Comunque, la scienza girava molto a casa mia, perché sia mio padre che mia madre hanno una formazione scientifica. Alle superiori mi piacevano molto matematica, chimica e latino. Fisica purtroppo la studiavamo male, e quindi sono un po’ autodidatta, da quel punto di vista.
Anche all’università non mi sono mai sentita un’aliena: certo eravamo poche, ma ci scherzavamo su, dicendo che c’erano tanti bei ragazzi con cui flirtare.
Sul perché giri ancora quest’idea che le donne non siano portate per le scienze dure, veramente non so che dire. Tra l’altro è una classica profezia che si autoavvera: ti dicono che la matematica e la fisica non sono roba per donne, le ragazze ci credono, e ci sono poche iscritte alle facoltà scientifiche. Ma è, appunto, un pregiudizio, senza alcun fondamento scientifico, per altro. La cosa terribile e che queste cose non le senti dire solo dal vecchietto al bar, ma da scienziati titolati.

Dovendo scegliere tra l’astrofisica e la scrittura? Qual è il tuo segreto per conciliare le tue attività con l’essere mamma?
In realtà una scelta l’ho già fatta, e da tre anni sono solo scrittrice. Il mio unico legame con l’astrofisica è la divulgazione, che cerco di fare il più possibile perché mi piace molto. Comunque, quando ancora facevo ricerca mi occupavo di evoluzione stellare, ossia delle varie fasi di vita di una stella. Studiavo in particolar modo degli oggetti chiamati ammassi globulari, che sono insiemi tondeggianti di centinaia di migliaia di stelle. Sono stata in grado di coniugare astrofisica e scrittura fino a quando mia figlia non è cresciuta; a quel punto mi riusciva davvero difficile fare la mamma e al tempo stesso avere due lavori, per di più entrambi piuttosto totalizzanti. Così alla fine ho scelto di scrivere e basta.

Il documentario di cui sei anche tu protagonista, Brave, e anche Storie della buonanotte per bambine ribelli sono due tra le diverse iniziative che stanno portando avanti esempi di donne coraggiose, forti, determinate. Quali sono le tre donne “famose” che vorresti fossero un esempio per tua figlia?
Tra i tanti che avrai modo di impartirle, qual è l’insegnamento più importante che vorresti imparasse da te?
Ammiro molto Samantha Cristoforetti, Margherita Hack e Rita Levi Montalcini; tutte e tre hanno seguito con determinazione i propri sogni, si sono impegnate e sono arrivate al top delle rispettive categorie.
Credo che l’insegnamento principale che vorrei passasse a Irene è proprio che l’impegno e la determinazione sono le cose più importanti nella vita. Certo, non tutto è sotto il nostro controllo, ma possiamo incidere moltissimo sulla direzione delle nostre vite. E poi, certo, che non bisogna mai farsi limitare dalle etichette che gli altri ci appiccicano addosso.

 

Illustrazione di Marika Fanin

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