Rubare capi vintage dall’armadio di mia madre è diventata un’ossessione, lei ormai si è piegata a questa mia abitudine e lascia correre, ma ogni volta che succede si ripete un copione: «Lo sai quanti anni ha questa gonna? Ha la tua età, significa che quando io avevo 27 anni come te, tu eri già nata…» (sottinteso «E tu ancora qua, scapestrata!»).
Ho 27 anni, un lavoro precario, sono single e per il momento l’idea che una vita possa crescere dentro di me non mi sfiora minimamente. Un domani chissà, con le giuste premesse e prospettive forse inizierà a ticchettare anche il mio orologio biologico.
O forse no.


L’utero è mio!
Da un po’ di tempo si è iniziato a parlare della tendenza a non volere figli, argomento che ha naturalmente suscitato una serie di reazioni confuse e non particolarmente appropriate; in Italia una donna su quattro decide di non avere figli pur essendo in età fertile e da anni il tasso di natalità è molto al di sotto delle medie europee.
Il protrarsi della crisi economica, le difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro, la tendenza a rimanere in casa dei genitori fino all’età adulta, la mancanza di aiuti statali, sono alcune delle cause più comuni per cui le donne italiane pronunciano la frase: «Vorrei una famiglia mia, ma di questi tempi non me la sento».
Eppure, considerando la vita ai tempi del FertilityDay, una donna senza figli è una donna incompleta perché culturalmente siamo ancora legati allo stereotipo della brava moglie e madre, fiera di far parte della società cucinando manicaretti e cambiando pannolini.
Lungi da me criticare le donne che scelgono di portare avanti la Missione Maternità – che sono comunque tantissime – anzi onore a loro perché è un percorso impegnativo quanto gratificante. E lungi da me anche ferire (come hanno fatto certe campagne pubblicitarie di nostra conoscenza) quelle donne che di figli non possono proprio averne per motivi di salute. A loro va il mio massimo rispetto.
Quelle che voglio criticare sono le persone che non capiscono che quella di non avere figli può non essere una conseguenza della situazione socio-economica o di problemi fisici; sì, perché, notizia flash, esistono donne di tutte le età, che lavorano, hanno un/una partner, sono in perfetta salute e semplicemente NON VOGLIONO PROCREARE!


Che donna sei?
Dato che il fenomeno in questione riguarda un numero considerevole di donne, la parte sociale del nostro cervello richiede una parola, un nome, per categorizzare chi decide di non avere figli. Sono stati coniati diversi termini, Soft Revolution ha raccolto i più ricorrenti in questo bellissimo articolo; quello che mi interessa spiegarvi è “lunàdigas”.
Lunàdigas è una parola sarda usata dai pastori per indicare le pecore che, pur essendo fertili, non si riproducono. Nicoletta Nesler e Marilisa Piga hanno scelto questa parola come titolo del loro docu-film che parla appunto di donne che non vogliono figli.

All’inizio della pellicola (che Bossy ha visto in anteprima al Festival Internazionale del Documentario “Visioni dal mondo, immagini dalla realtà”), le autrici parlano della scelta di questo titolo legata alla ricerca di una parola che, al pari di “madri”, indichi però le donne che non desiderano la maternità, al fine di dar loro un’identità e una dignità.

È stato impossibile restare confinate dietro la macchina da presa per raccontare un’esperienza anche nostra: abbiamo così scelto di comparire con il nostro corpo e le nostre storie personali.

Lunàdigas non è una parolaccia!
Nicoletta e Marilisa hanno cominciato a lavorare a questo progetto circa dieci anni fa, quando si sono rese conto che loro, donne senza figli, non erano più delle eccezioni, ma che in Italia era cresciuta una comunità – invisibile, però – di donne nelle stesse condizioni. Senza drammi apparenti. Coetanee, a volte più anziane, spesso più giovani. Celebri, in alcuni casi, ma più spesso no. Semplicemente donne.

Quello che emerge dalle tante testimonianze è che quella che dovrebbe essere una libera scelta è in realtà incompresa e soggetta a tutta una serie di congetture da pettegol* di paese: non sa scegliersi un uomo, non vuole relazioni stabili, è superficiale, fugge dalle sue responsabilità di donna, pensa solo alla carriera, è un’egoista, sarà lesbica…
Anche le autrici hanno avuto difficoltà nel realizzare questa sorta di apologia delle Lunàdigas, proprio perché il binomio donna-madre è talmente radicato dentro la nostra mentalità che sembra assurdo voler sfuggire al proprio “dovere biologico” al punto, spesso, da non trovare neanche il coraggio di parlare con i propri cari di questa scelta.

L’esigenza di metterci subito al lavoro si è scontrata da principio con l’accoglienza piuttosto tiepida delle prime donne coinvolte: le nostre certezze hanno vacillato, c’è voluto del tempo per acquisire, noi per prime, la giusta consapevolezza sulla condizione che volevamo raccontare.

L’istinto materno innato nella natura femminile è un’invenzione bella e buona, come se avere dei bambini fosse lo scopo finale della vita di una donna, la sola gioia nella sua, altrimenti, inutile esistenza, l’unica certezza di essere ricordate.
Non c’è bisogno di partorire per sentirsi una vera donna, non c’è bisogno di votarsi al sacrificio per essere felice. La maternità è una vocazione, alcune ci nascono, ad altre viene col tempo e altre non l’avranno mai e questo non giustifica nessun giudizio negativo o imposizione o divisione in donne di serie A e donne di serie B.

Per info: | Lunàdigas |

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