In The Danish Girl, film uscito nel 2015, la pittrice Gerda Wegener, mentre ritrae un suo cliente, visibilmente imbarazzato sotto il suo sguardo, afferma che «Per un uomo è difficile essere osservato da una donna; le donne vi sono abituate, ovviamente».

In effetti, quella dello sguardo maschile su un corpo femminile sembrerebbe quasi una costante se si pensa alle dinamiche di una storia dell’arte in cui le artiste donne sono una netta minoranza, in una posizione d’ombra a causa di una storiografia che per molto tempo le ha trascurate, o meglio, ha scelto di dimenticarle.
Ma cosa c’entra l’affermazione di Gerda con Manet, vi starete chiedendo: ci arriviamo per gradi.
Prima, una premessa necessaria:
Quello dello sguardo maschile oggettivante è anche il concetto da cui parte Alberto Mario Banti per spiegare il mutamento che avvenne in Europa qualche secolo fa, fra il XVIII e il XIX per essere più precisi, a favore di una crescente asimmetria di genere, nel suo ultimo libro dal titolo Eros e Virtù: aristocratiche e borghesi da Watteau a Manet.
Se nel Settecento le nobildonne godevano di molte libertà, sessuali, intellettuali e politiche, la Rivoluzione francese scatena in opposizione un durissimo attacco contro queste libertà, direttamente collegato a quello politico contro i nobili e i sovrani. Il mondo che ne viene fuori mette le donne ‘al loro posto’: sono ‘angeli del focolare’, chiuse nella loro prigione domestica. È un mondo costruito non tanto senza le donne, ma piuttosto contro le donne.
Libertè, egalitè, fraternitè , ma solo se sei un individuo di sesso maschile, insomma.
La società borghese ottocentesca è dunque una società di uomini, moralmente severa, ma tuttavia  tendente ad abbandonarsi a fantasie di dominio sessuale, come mostra la pittura di nudo interamente concentrata sui corpi di donne giovani e attraenti, giustificati perché “coperti” dal mito o dalla distanza geografica: allontanarle dalla realtà, nello spazio e nel tempo, rendeva possibile soddisfare il proprio voyerismo, le proprie fantasie, senza rinnegare i costumi moraleggianti del secolo.
Guardare, e compiacersi nel farlo, senza sentirsi in colpa.

Figlio di questa cultura borghese, ma ad essa completamente avverso, è Edouard Manet (1832-1883), su cui adesso finalmente possiamo porre la nostra attenzione.
In lui Banti vede un uomo sovversivo nei confronti di questo preoccupante modo di immaginare i rapporti di genere.
Molti quadri dell’artista francese, considerato il padre degli impressionisti, furono accolti negativamente sia dal pubblico che dalla critica, facendo gridare allo scandalo; fra questi, Colazione sull’erba e Olympia.
Apparentemente più innocuo è invece Il Balcone, che, centrale nell’analisi svolta, dà il nome alla seconda parte del libro.

Edouard Manet, Il balcone, 1868-69, olio su tela, Parigi, Musée d’Orsay

L’enigmaticità che queste tele si portano dietro ha fatto sì che, nel momento in cui ci si accosta nel tentativo di descriverle, tutto ciò che viene fuori non sia altro che un’analisi di tipo stilistico.
Qualsiasi libro di storia dell’arte, presentando queste opere, guarderà alla tecnica innovativa, al colore, alla composizione e via dicendo;  ma che cosa vi è rappresentato? È possibile liquidarle come esercizi stilistici? Cosa c’era nelle intenzioni dell’artista? Solo la pura volontà di sconvolgere?
Per quanto riguarda Il Balcone, Banti guida il nostro sguardo sull’abbigliamento delle figure.

«Ciò che la lingua della moda ci dice, è che uomini e donne sono diversi, profondamente diversi gli uni dalle altre.»

Se fino al Settecento la moda manteneva, seppur nelle sue declinazioni di genere, una base omogenea, uno sfarzo comune, tanto negli abiti quanto nelle parrucche, a partire da fine secolo questa prende direzioni diverse; gli uomini portano i capelli corti e i loro abiti non sono tanto differenti da quelli che indossano adesso: le loro routine richiedono abiti pratici, devono spostarsi, lavorare, parlare di politica, ritrovarsi in club, caffè ed altri luoghi riservati agli uomini. Le signore borghesi, invece, indossano capi d’abbigliamento impegnativi, pesanti, difficili da portare: quegli abiti, con le loro “impalcature”, sono il simbolo di uno status che gli uomini della famiglia hanno consentito loro di mantenere.

«Esse sono serve alle quali è stato affidato l’incarico di mettere in evidenza la capacità di spendere del loro padrone

Le donne affacciate dal Balcone di Manet, sono, poi, rigorosamente coperte: il corpo va nascosto.
A tale regola è possibile sfuggire solo nelle sere in cui si tengono dei balli, momenti importanti dell’alta società.
«Qui la sintassi vestiaria impone una direzione degli sguardi che va da occhi maschili verso corpi femminili. E la direzione degli sguardi rimarca il fondamentale squilibrio nei rapporti di genere che regola la società ottocentesca, con gli uomini che si abbandonano a pensieri desideranti di cui le donne sono l’oggetto
Stessi pensieri desideranti sono quelli che trovano manifestazione, come dicevamo, nei dipinti di nudo ottocentesco, che strabordano: figure allegoriche, donne orientali, garantivano un effetto straniante in modo da evitare che l’erotizzazione del corpo femminile diventasse troppo sconvolgente. La regola più importante da seguire, che è quella che Manet infrange, era quella di non collocare il nudo nella contemporaneità occidentale.
Olympia altro non è che una prostituta ottocentesca, probabilmente una modella del pittore.

Edouard Manet, Olympia, 1863, olio su tela, Parigi, Musée d’Orsay.

È una donna del suo tempo, rappresentata con sincerità, che appare sicura di sé e padrona del suo corpo; per ottenere questo effetto, l’artista ha infranto un’altra regola: quella secondo la quale una figura femminile nuda non può sostenere lo sguardo dello spettatore. La sua mano, inoltre, posta sul pube per coprirlo, più che pudore sembra trasmettere sicurezza: si sposterà per svelare ciò che vi è sotto solo se sarà lei a volerlo.
Un nudo simile doveva apparire sicuramente meno rassicurante (e più scomodo) di una Venere astratta, di una bagnante che distoglie lo sguardo, o di una donna esotica che neanche si accorge di esser osservata.

Stessi concetti, ma portati ad un livello provocatorio ancora superiore, sono riscontrabili nella Colazione sull’erba.

Edouard Manet, Colazione sull’erba, 1863, olio su tela, Parigi, Musée d’Orsay

La donna ancora una volta osserva il fruitore con grande naturalezza, come se il trovarsi lì, nuda, accanto ad uomini invece completamente vestiti, non necessiti di alcuna spiegazione.
Si tratta ancora una volta di una prostituta? Non abbiamo elementi che appoggino a sufficienza questa lettura: gli uomini stanno discutendo e la scena è impostata in modo tale che né sembra essersi appena consumato un atto sessuale, né tantomeno si suggerisce l’idea che ciò stia per accadere.
Cosa sta succedendo, quindi?
L’autore avanza la sua ipotesi, ovvero che Manet, con quest’opera, volesse dire agli spettatori-uomini che guardano: « Beh, che cosa vi sconvolge tanto? Anche quando conversate con una bella donna, non la vedete forse così? Non è per questo che vi piacciono tanto le Veneri e le odalische? È questo ciò che i vostri occhi cercano».
Il Manet  femminista di Banti, dunque, starebbe parlando direttamente all’ipocrisia dell’uomo borghese, e più in generale, ai codici culturali e ai costumi da cui essi vengono fuori, che vogliono una donna pudìca e virginea, relegata alla sfera domestica, ma che al contempo aggirano questi codici per soddisfare un eros oggettivante condotto attraverso il potere dello sguardo.

Ovviamente quella dello storico Banti è una ipotesi e non l’unica o quella necessariamente più corretta; si tratta tuttavia di una tesi ben articolata, esposta con logica e chiarezza, che ha il merito di aver provato a leggere un pezzetto della storia dell’arte attraverso una prospettiva di genere.
Di studi di questo tipo, ne abbiamo molto bisogno.

«Solo se si ammette che la disuguaglianza di genere non è il lontano residuo di tempi antichi, ma bensì un elemento essenziale di concezioni che fondano l’occidente contemporaneo, si può capire perché oggi, all’alba del XXI secolo , la mèta di una vera parità appaia ancora così lontana dall’esser veramente raggiunta.»

 

Fonte: Alberto Mario Banti, Eros e Virtù: aristocratiche e borghesi da Watteau a Manet, Bari, 2016.
 

 

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