Vorrei tornare indietro nel tempo con la DeLorean, a Londra e alla me stessa del 2009. Non avevo mai preso l’underground in tutta la mia vita, banalmente perché così a sud non esiste. Avevo diciannove anni e l’unico gap ad ossessionarmi era ripetuto come un mantra dalla voce registrata.
Invece ora è quello della TV e del Cinema: un gender gap pari all’Oceano Atlantico, se gli oceani fossero un mezzo di misura scientificamente riconosciuto. Vi fanno venire in mente qualcosa di vasto e sconfinato? Bene, scordatevi quel piccolo spazio tra voi e la metro, servirebbe un megafono molto più potente per avvisarvi di questo vuoto.
Le donne nell’industria cinematografica e televisiva sono poche, invisibili, mute o stereotipate. Possibilmente nude.

mind the gender gap È questa la conclusione di Gender Bias Without Borders, lo studio della University of Southern California commissionato dall’agenzia delle Nazioni Unite per la parità di genere. Film da tutto il mondo sono stati sottoposti a diversi gender-test: dal numero di scene di nudo a quello di battute, se e quando protagoniste e comprimarie ne hanno. Nel 70% dei film analizzati sono gli uomini a parlare e le donne sono solo un bel pezzo di scenografia. Sono le protagoniste solo nel 23% dei film, ma ovviamente non in quelli d’azione. Solo drammi, comiche molestie, stereotipi e cuori infranti per noi, grazie!

«Potrebbe andar peggio! Potrebbe… piovere!», diceva Marty Feldman (Igor) in Frankenstein Junior.

Il cinema continua a essere un mondo maschile davanti e dietro la macchina da presa. Non va meglio alle donne che lavorano nell’audiovisivo ma che non vedete sullo schermo. Solo il 7% delle pellicole sono dirette da donne e solo il 16% dei film europei ad alto budget (negli ultimi dieci anni) è stato affidato a registe. Quindi non dovrebbe stupirci sapere che nei novant’anni di storia dei premi Oscar, solo una volta una donna ha vinto l’ambita statuetta per la regia. Il Festival de Cannes di quest’anno però ci ha sorpreso premiando Sofia Coppola con la Palma D’Oro alla miglior regia, per il suo film L’inganno (The Beguiled). Si tratta del secondo riconoscimento assegnato ad una regista donna in settant’anni di storia del Festival (il primo risale al 1961 per la regia di Yuliya Solnsteva).

In Italia? Solo il 15% di opere prime e seconde è diretto da donne; su 10 registi che lavorano, solo 2 non sono uomini. Eppure secondo l’EWA (European Women’s Audiovisual network) il 44% degli iscritti alle scuole di formazione è donna.
Il problema si pone soprattutto dopo gli studi: secondo i dati, le donne hanno più difficoltà a collocarsi e, se trovano lavoro, guadagnano molto meno dei colleghi. Il gender pay gap – la diseguaglianza nella retribuzione tra uomini e donne – è un problema nel mondo del lavoro in generale e quello dell’audiovisivo non fa eccezione.
Anche la ricerca DEA dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Cnr, ha affrontato il tema della parità di genere nel settore audiovisivo. I risultati del rapporto Gap&Ciak sono sconfortanti: l’88% dei film a finanziamento pubblico italiano, il 79% dei film prodotti dalla Rai e il 90.8% dei film che arrivano nelle sale cinematografiche sono diretti da uomini. Solo il 9,2% sono i film diretti da donne che arrivano a essere proiettati nelle sale.
Il mio primo giorno di set mi è stato detto che il cinema è un ambiente gerarchico e maschilista, e sono costretta a dire che è vero. Per questo è importante parlare non solo delle discriminazioni, ma anche di alcune delle iniziative che vogliono cambiare le cose.
Fabrique du Cinema l’8 marzo di quest’anno ha sollevato il problema della discriminazione di genere nel mondo dell’audiovisivo lanciando la campagna Caro divario per sensibilizzare la comunità del cinema italiano e per proporre una strategia di cambiamento.
Anche io, come molte colleghe, ho scritto il mio Caro divario per testimoniare le discriminazioni che ho subìto sul set solo per il fatto di essere donna.

#Carodivario ti scrivo… di quella volta (e non solo quella) che sul set erano tutti uomini. Delle battute sull’isterismo e sugli assorbenti. Di tutte le volte che, se sei sul set, sei sicuramente la truccatrice altrimenti che ce stai a fare? Del cat-calling, e della gerarchia che vale solo se sei un uomo, mentre se sei una donna si sentono tutti in diritto di dirti come fare il tuo lavoro. Ah… e ovviamente, se sei arrivata dove sei arrivata, l’hai sicuramente data a qualcuno. 

 

Finché l’industria cinematografica continuerà a offrire una narrazione e una rappresentazione del mondo da un punto di vista maschile, bianco e cisgender, resteremo una società maschilista e patriarcale che discrimina nella vita così come nella fiction.

La Televisione non si discosta molto dal desolante panorama generale. Alcuni dati dell’Osservatorio di Pavia e dell’OERG sulle rappresentanze di genere nel 2011, rivelano che al centro delle notizie in TV ci sarebbero soprattutto gli uomini: il 71% contro il 29% di donne. Di tutte le persone che parlano o di cui si parla, che vengono intervistate o chiamate a dare un’opinione da esperti nei nostri telegiornali, le donne sono meno di un terzo. I ruoli più autorevoli e prestigiosi sono appannaggio maschile, mentre le donne sono al centro della notizia solo l’8% delle volte e soprattutto come vittime (tre volte più degli uomini). L’unico dato positivo che ci riguarda, sembra essere il numero elevato di conduttrici.
Delle donne alla televisione interessano soprattutto i corpi. In Media, corpi e sessualità Saveria Capecchi e Elisabetta Ruspini scrivono che sono tre le caratteristiche principali che un corpo da televisione deve avere: la bellezza, la giovinezza e il sex-appeal. Elementi che ne permettono l’erotizzazione e che sono imposti quasi esclusivamente alle figure femminili, relegate a ruoli subalterni a quelli maschili.

«Perché non reagiamo? Perché non ci presentiamo nella nostra verità? Perché accettiamo questa umiliazione continua? Perché non ci occupiamo dei nostri diritti? Di che cosa abbiamo paura?»

Con queste parole si conclude il documentario Il corpo delle donne di Lorella Zanardo, dopo averci mostrato una carrellata delle scene più umilianti e sessiste della TV italiana.

Però, come diceva Brandon Lee (Eric) ne Il Corvo, «Non può piovere per sempre».

Ed è per questa ragione che Laura Carassai mi ha contattata per parlarmi del progetto Equilibrista e di cosa stanno facendo le donne per le donne nell’ambiente televisivo. Laura ha lavorato in TV per La7, Fox Channel Italia, Canale 5 e attualmente lavora in Rai.

Intervista

– Ciao Laura, parlaci del vostro progetto e di come è nato.
Equilibrista è un progetto del coordinamento donne della Fistel Cisl Lazio, nasce da una riflessione sulla violenza subita dalle donne in Italia, sia in ambito familiare che professionale e dalla mia conoscenza personale di un gruppo di ragazze del centro antiviolenza RISING; con loro abbiamo iniziato una collaborazione mirata a offrire sostegno alle donne che subiscono discriminazioni di genere, molestie sessuali e mobbing di genere.
Purtroppo il panorama che emerge dagli studi in merito è piuttosto sconcertante; l’Istat nel suo ultimo rapporto sulle molestie subite dalle donne in ambito lavorativo*, ci dice che più del 50%, tra i 14 e i 65 anni, è stata molestata o ricattata sessualmente.

– La vostra strategia è formare e informare, ma in che altri modi pensate di fornire un aiuto concreto?
La nostra strategia è quella di contribuire a creare un cambiamento culturale che renda la disparità di genere sempre meno presente; oggi oltre a fornire ascolto e supporto alle donne sulle problematiche di genere, le guidiamo nell’eventuale azione da intraprendere in azienda: possiamo farle seguire da un avvocato messo a disposizione dalla federazione (Fistel Cisl Lazio) per esempio. Stiamo anche cercando di esportare il nostro modello di punto d’ascolto agli altri territori attraverso video, pubblicazioni, l’aiuto dei social e incontri vis-à-vis: a fine mese lo presenteremo al Congresso Nazionale Fistel in Sardegna.
Miriamo a fare rete, a creare un circolo virtuoso di collaborazione tra donne, c’è ancora molta strada da fare per poter parlare di una reale parità di genere.

– Ricevete del supporto anche dai colleghi?
Devo dire di sì, i nostri colleghi sindacalisti e il segretario generale Alessandro Faraoni, che ci ha sostenuto in ogni fase, sono stati molto ben disposti. Uno dei nostri obbiettivi sin dall’inizio era quello di coinvolgere gli uomini, è d’altronde l’unico modo per cercare di creare un vero cambiamento di mentalità. A questo scopo abbiamo prodotto un pieghevole informativo con un piccolo compendio di comportamenti sessisti sul luogo di lavoro, proprio per far riflettere sul sessismo più sottile che spesso neanche si nota; speriamo aiuti gli uomini a riconoscere certe storture e possibilmente a modificare alcune dinamiche.

– Quali sono i problemi che affronta una donna che lavora nell’audiovisivo?
Guarda, in realtà credo sia un ambiente più aperto di altri, forse il problema che noto di più è la difficoltà a riconoscere l’autorità quando ne è investita una donna. Quando lavoro con registi uomini anche notoriamente “terribili”, difficili, che urlano contro tutti ecc., nessuno si sogna di metterli in discussione, quando invece la regista è donna, anche se civile ed educata, si fanno sempre battutine, esce sempre la frase sessista, anche da parte delle donne, purtroppo. Credo che ognuna di noi debba fare il doppio della fatica per essere presa sul serio, per vedersi riconoscere quello che agli uomini viene dato di default.

– Le donne dell’audiovisivo sono donne invisibili: con quale altro super potere vorresti scambiare l’invisibilità?
Sai il professor X negli X-Men? Può “sentire” la vita degli altri solo guardandoli, io vorrei che questo potere ce l’avesse chi non è empatico, penso aiuterebbe molto la società (problemi di genere compresi).

– Definisci il mondo della TV italiana in tre parole.
Sessista, cattolico, eteronormativo.

– Dimmi il nome di tre donne che lavorano in TV e meriterebbero più visibilità.
Michela Murgia, Paola Cortellesi, Sabina Guzzanti.

Ringrazio Laura per la chiacchierata e spero che il suo progetto abbia più risonanza possibile. Equilibrista è un buon esempio di femminismo: non è una guerra contro nessuno, è il bisogno di formare e informare per raggiungere la parità di genere e riconoscere le discriminazioni.

Mi piace molto la figura dell’equilibrista – la sento un’immagine affine – ma in futuro spero di poter camminare almeno su una trave e non su un filo, e non per attraversare un gap grande quanto un oceano.

Equilibrista gap di genere

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