Per mobbing si intende l’insieme di pratiche vessatorie e discriminatorie volte alla persecuzione di un lavoratore da parte dei suoi colleghi o datori di lavoro.

Questo fenomeno è in larga diffusione, e per tentare di arginarlo è importante innanzitutto riconoscerlo.

Quando si può parlare di mobbing?

Il termine deriva dal verbo inglese to mob che indica, in etologia, l’attacco che alcune specie di animali utilizzano per spaventare e allontanare alcuni membri del proprio stesso branco, minacciandone così la sopravvivenza.

Trasposto sull’ambito lavorativo corrisponde al reato per cui alcuni lavoratori si trovano spesso costretti alle dimissioni. In un certo senso, il mobbing può essere considerato il corrispettivo del bullismo in età adulta e in un ambiente professionale.
Proprio come gli atti di bullismo a scuola, il mobbing si basa su una costante e duratura pressione ai danni di particolari soggetti e include una lunga serie di vessazioni di diversa natura: dalle violenze fisiche alle minacce, dall’ostracismo alle angherie, dalle persecuzioni alle umiliazioni; insomma, come altri reati relazionali anche il mobbing ha molte facce e nessun caso è uguale all’altro.

Perché ci sia mobbing è necessario che i comportamenti di denigrazione, offesa e persecuzione si protraggano per un certo periodo, pari ad almeno sei mesi, e che non si tratti perciò di episodi isolati. Il mobber, ovvero il persecutore, deve aver leso la dignità e l’integrità della vittima (mobbed) in più di una occasione.

Oltre alla durata, altri fattori determinanti nel reato sono la ripetitività degli atti persecutori e  l’intento persecutorio nei confronti di un determinato lavoratore.

Quali tipi di mobbing esistono?

Poiché il mobbing comprende numerosi comportamenti, anche i danni da esso prodotti sono molteplici. Si registrano casi di percosse e molestie fisiche, con conseguenze sulla salute e l’integrità fisica della vittima; ma, per lo più, si verificano episodi di offese verbali, insulti, ingiurie e umiliazioni morali del lavoratore.

Gli effetti delle continue diffamazioni non si limitano all’offesa immediata della vittima, ma contribuiscono alla diffusione, tra gli altri colleghi, di un’immagine fortemente negativa del soggetto. Si arriva quindi all’esclusione e all’emarginazione assoluta del mobbed, che si ritrova a dover affrontare da solo le persecuzioni quotidiane.

Non mancano poi i dispetti e le scortesie gratuiti, i tentativi di sabotaggio, le azioni volte a svilire il lavoro altrui mediante forme di rivalità e concorrenza disonesta.

Questo clima di profonda ostilità va spesso a deperimento del rendimento lavorativo della vittima, che finisce anche con il vedere ridotta la sua efficienza e professionalità.
Come se non bastasse, i danni psicologici di queste persecuzioni ricadono non solo sulla sfera pubblica, ma anche in quella privata, con conseguenze sulla serenità personale, coniugale e familiare del mobbed.

Sebbene esistano varie forme di mobbing, queste possono essere ricondotte a due tipi fondamentali: vi è un mobbing orizzontale, perpetrato cioè tra colleghi alla pari, e un mobbing verticale che, nella stragrande maggioranza di casi, vede nel mobber un datore di lavoro o, più in generale, un superiore.

Questa forma è anche chiamata bossing, per sottolineare che è proprio il capo (boss) il prepotente (bossy). Assai più raro è invece il mobbing ‘dal basso’, ovvero quello perpetrato da un subordinato a un lavoratore gerarchicamente superiore (low mobbing).

Esiste, infine, una forma di mobbing silenziosa, basata sull’omertà di chi, pur al corrente della situazione all’interno del proprio posto di lavoro, decide di non denunciare l’accaduto, fingendo che nulla stia accadendo al proprio collega vessato. Si parla in questo caso di sight mobbing, per sottolineare il fatto che il reato sia stato per l’appunto visto da terze persone.

Cosa si può fare per combatterlo?

In Italia, le denunce per mobbing sono in aumento. Da un lato questo dato indica che i cittadini sono più consapevoli del loro diritto a lavorare senza che altri inducano loro forme di terrore psicologico, dall’altro che il fenomeno è ancora dilagante. In un momento critico come quello che stiamo attraversando, in cui la disoccupazione affligge una percentuale rilevante della popolazione, alcuni lavoratori si ritrovano a dover accettare condizioni di lavoro ai limiti dell’umano e tendono a denunciare casi di mobbing solo dopo aver trovato un nuovo impiego.

Nell’ordinamento italiano, il mobbing non è riconosciuto come un reato penale, pertanto la procedura legale prevede un risarcimento della vittima proporzionale ai danni subiti.
Al di qua e al di là della via legale vi è però la via etica, fondata sul riconoscere nel proprio collega il depositario dei nostri stessi diritti.

Il rispetto per la dignità della persona è alla base di qualunque tipo di rapporto tra individui, compreso, ovviamente, quello lavorativo.

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