La Nazionale Italiana di Calcio a Cinque per ragazzi con sindrome di Down è Campione del Mondo

Francesco Leocata, Marco Fasanella, Luca Magagna, Davide Vignando, Cristian Palaia, Simone Di Giovanni, Carmelo Messina, Marco Sfreddo, Matteo Simoni, Riccardo Piggio, Amedeo Alessi e Luca Casciotti sono i giocatori della Nazionale Italiana di Calcio a Cinque per ragazzi con sindrome di Down che lo scorso 15 aprile, in Portogallo, hanno vinto i primi Mondiali che si sono svolti.
Roberto Signoretto, il loro allenatore, mi ha permesso di rubargli un po’ del suo tempo e ci ha spiegato cos’è la FISDIR, la Federazione della quale lui e i neo campioni del mondo fanno parte, e come lo sport sia un prezioso strumento di integrazione e inclusione per tutti coloro che vivono in condizione di svantaggio.

Roberto, ci racconti cos’è la FISDIR, di cosa si occupa e quali sono i suoi obiettivi?
La FISDIR è la Federazione Italiana degli Sport paraolimpici per atleti Intellettivi e Relazionali.
Dato che ormai viviamo in un’ottica finalmente contrassegnata dall’integrazione, abbiamo pensato fosse giusto aggiornarci. Così recentemente abbiamo cambiato nome togliendo la parola disabilità da quello precedente. (N.d.R.: originariamente l’acronimo FISDIR stava per Federazione Italiana Sport Disabilità Intellettiva Relazionale; Roberto si riferisce all’eliminazione della parola “disabilità” all’interno di questo acronimo)
Siamo la Federazione che si occupa di organizzare, coordinare, gestire e controllare tutto quello che concerne l’attività sportiva di persone in svantaggio o disagio intellettivo relazionale.
L’obiettivo è multiplo. Prima di tutto ci prefiggiamo di modificare la cultura sportiva in Italia e cerchiamo di far capire a tutti che chi ha delle problematiche può svolgere sia attività sportive di base di carattere ludico, sia di alto livello.
Il raggiungimento della vittoria dei ragazzi con la sindrome di Down ai Mondiali ha dimostrato come atleti che fino a poco tempo fa venivano identificati quali soggetti che mai avrebbero potuto raggiungere alti livelli possono al contrario conquistare grandi obiettivi.

Com’è nata la squadra?
Come FISDIR ci occupiamo a trecentosessanta gradi di tutte le discipline, non siamo come per esempio la FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio, N.d.R.), che si dedica solo al calcio. Noi ci occupiamo di qualsiasi attività sportiva venga praticata dai soggetti intellettivi relazionali, quindi calcio, nuoto, atletica, tennis da tavolo, etc.
Nonostante sia parte del Comitato Paraolimpico – che è il CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano, N.d.R.) della disabilità – il FISDIR non ha così tante energie per rispondere alla richiesta che viene fatta dal territorio: considera che ci sono un milione di persone in Italia che hanno disturbi intellettivo relazionale e noi abbiamo novemila tesserati.
Cerchiamo, nel nostro scopo istituzionale, di portare alla luce i massimi livelli di proposta delle nostre attività ed allo stesso tempo cerchiamo di avere grande attenzione per lo sport di base dal quale poi emergono i grandi campioni.
Negli anni scorsi abbiamo raggiunto diversi traguardi in atletica e nuoto: in queste discipline coi ragazzi con sindrome di Down siamo attualmente nei primi tre posti del ranking internazionale.
Col calcio abbiamo iniziato il nostro percorso nel 2008, facendo le prime esperienze e sperimentando. Abbiamo strutturato la Coppa delle Regioni, dove le rappresentative regionali si confrontano e pian pianino siamo riusciti a comporre quella che è l’odierna rappresentativa nazionale e che l’anno scorso, ai Trisome Games, ha vinto la Medaglia d’Oro.
I Trisome Games sono state le prime Olimpiadi per atleti con sindrome di Down, alle quali hanno partecipato trentacinque paesi da tutto il mondo per un totale di un migliaio di partecipanti.
È stata una grandissima manifestazione, la prima volta che veniva organizzato un evento di questo livello. Peraltro è stata fatta a Firenze, quindi abbiamo potuto portare tanti ragazzi, ma non abbiamo ottenuto grandi risultati perché eravamo in tanti: li abbiamo conquistati perché i nostri atleti hanno alle spalle una preparazione di anni.
Le rappresentative si formano durante le attività nazionali e regionali. Abbiamo staff tecnici che vi partecipano, visionano i ragazzi e li scelgono per comporre le squadre nazionali.
Funziona un po’ come per la nazionale dei normodotati, e come loro vanno a Coverciano, anche noi abbiamo momenti di formazione: manteniamo i contatti col club di appartenenza e organizziamo raduni durante le manifestazioni nazionali o in altre occasioni.

È tanti anni che alleni e segui i ragazzi che vivono in condizione di svantaggio. Quali sono le difficoltà hai constatato possono superare grazie allo sport, e quali sono le conquiste e i traguardi – piccoli o grandi – che riescono a conseguire?
Io ho iniziato circa trent’anni fa come volontario, avevo voglia di stare con loro e sapevo giocare a calcio. Così, mettendo insieme queste due cose, un po’ per gioco, un po’ per sfida, ho iniziato ad allenare. In seguito tutto questo è diventato una passione e sono entrato a far parte dello staff nazionale; oggi continuo a svolgere la mia attività per pura passione e, a fronte di un piccolo rimborso spese, non sono un dipendente della Federazione.
Le conquiste dei ragazzi sono molteplici e diverse rispetto al momento storico.
Quando ho iniziato, la problematica più grossa era far accettare la persona in condizioni di svantaggio in mezzo ai normodotati, dalla società.
Si andavano a cercare le persone disabili, si cercava di far svolgere loro un’attività che all’inizio era prettamente ludica e motoria e serviva primariamente a farle alzare dal divano.
Al tempo, infatti, ragazzi Down vivevano situazioni di obesità, problemi cardio-respiratori congeniti che non venivano curati: solo in seguito è stata fatta un’analisi su di loro, si è capito che lo sport faceva loro bene e si è iniziato ad accettarli nelle società e nei campi sportivi.
Fai conto che la prima volta, trent’anni fa, quando ho chiesto di organizzare una partita di calcio, i gestori del campo sportivo al quale mi ero rivolto mi hanno chiesto cosa sarebbe successo alla struttura, recriminando che con le carrozzine, i disabili, avrebbero rovinato l’erba. E questo è solo un esempio per farti capire quanto eravamo indietro culturalmente: oggi, i ragazzi che vivono in situazioni di svantaggio sono inseriti senza problemi nell’ambito sportivo e noi, come Federazione, stiamo cercando di proporre e stimolare le società sportive a fare sempre più attività sportiva e non semplicemente ludica.
Oggi la problematica più grossa è che le persone che hanno questi svantaggi non sono del tutto supportate dalle istituzioni; molto spesso poi, nelle famiglie, si vive una prima fase di presa di coscienza della presenza di una persona che ha delle problematiche, dopodiché bisogna comprendere come si può gestire la situazione – è già questa è una grossa difficoltà – e capire che la persona può non solo fare attività sportiva insieme a tutti gli altri, ma anche con un gruppo che ha le stesse sue problematicità, magari supportato da tecnici che hanno le qualifiche per farlo: questa consapevolezza è complessa da acquisire per una famiglia.
Un’altra problematica risiede nel fatto che i giovani, molto spesso, riescono a sostenere l’attività sportiva fino a un certo punto e, quando non la proseguono con i coetanei, si perdono per diversi motivi: perché non ci sono le strutture, perché non ci sono le indicazioni, perché gli stessi genitori fanno fatica a prenderli e guidarli verso attività che siano specifiche per le loro esigenze.
Devo essere sincero però, da quando ho iniziato ad allenare abbiamo fatto tantissimi passi avanti. Spero che il traguardo conseguito ai Mondiali faccia sì che da qui in poi si possa lavorare in modo diverso: noi non ci fermiamo, la vittoria è solo la ciliegina sulla torta. Del resto, so benissimo che i ragazzi e i loro tecnici utilizzano lo strumento sportivo per fare in modo che lo sport permetta loro di migliorarsi, indipendentemente dal fatto che facciano parte della rappresentativa nazionale o della società sportiva del paese. Questa lettura costruttiva dell’attività sportiva fa parte di un’impostazione culturale, ed è molto importante che si capisca quanto, oggi, lo strumento sportivo possa veramente aiutare chi vive in condizioni di svantaggio e si rimarchi quanto i nostri ragazzi siano sì arrivati sul tetto del mondo, ma prima di tutto siano riusciti a diventare delle persone autonome: questo è il traguardo più importante, usare lo sport per farli crescere come persone, ed è essenziale sottolinearlo.

Con quali modalità si lavora con i ragazzi?
Come con gli altri, è uguale.
Loro sono assolutamente uguali agli altri.
L’unica cosa differente è che bisogna imparare ad intrepretare i loro messaggi.
Tante volte mi trovo a confrontarmi con tecnici e familiari che mi chiedono come si fa, posso solo dire che bisogna guardare in faccia i ragazzi durante i momenti che si passano con loro e riuscire a comprendere i loro messaggi.
Ti faccio un esempio: un giorno ero agli allenamenti della primavera dell’Inter e c’era l’allenatore che avrà fatto ripetere quaranta, cinquanta volte lo stesso schema ai giocatori che, alla fine, per forza, dovevano impararlo. Questo si fa in ogni squadra.
E anche per noi è la stessa identica cosa, solo che agli allenamenti della primavera dell’Inter lo schema e le modalità di apprendimento le stabilisce il tecnico, per noi è un po’ diverso perché i nostri atleti hanno una capacità di attenzione limitata nel tempo, e tu devi essere capace di interpretare il loro messaggio, capire se quello che gli stai facendo fare può o non può essere produttivo e compreso. Di conseguenza, cambi tu la modalità di trasmissione della nozione che vuoi impartire, adattandola.
Pensa che siamo arrivati alla partita finale dei Mondiali dove, in panchina, ci siamo guardati in faccia e abbiamo constatato quanto fosse inutile dare indicazioni ai ragazzi perché già stavano facendo da soli quello che c’era da fare. Questo è stato vincere per noi il Mondiale: vedere che i nostri calciatori hanno superato loro stessi e sono riusciti a ottenere risultati che forse neanche noi ci saremmo aspettati di conseguire in così poco tempo.
Lo sport è uno strumento bellissimo per educare, purtroppo però non ha dei valori suoi assoluti, è uno strumento, e rispecchia precisamente i valori della società in cui viene praticato.
In Italia la visione del calcio è distorta e lo sono anche le motivazioni che si hanno per diventare un campione.
Noi, ripeto, cerchiamo di far capire a tutti che lo sport serve alla persona e che, nello specifico, giocare a calcio ci è stato utilissimo per fare in modo che Marco, che parla troppo perché è un iperattivo, riuscisse a capire che stare in un gruppo a volte significa stare zitti. E questa è una lezione che gli serve nella vita quotidiana. Questo per noi è utilizzare lo sport come uno strumento.

Non solo per voi, dovrebbe essere così per tutti.
Siamo lontani da questa modalità di gestione dello sport.
Noi ci proviamo e speriamo che questo traguardo appena conseguito dai ragazzi dia uno scossone e ci porti a dialogare con tante persone che, a loro volta, diffondendo come voi i nostri pensieri, possano avere un’eco che dia risalto ai nostri principi, aiutandoci così a cambiare la cultura e i valori delle persone.

Valeria Lucia Passoni
Valeria Lucia Passoni

Redattrice

Sagittario classe 1985, venticinque anni fuori, cinquantadue dentro. ‘Palermo-Milano solo andata’ nel cuore, una laurea in giurisprudenza in Bocconi, una specializzazione in professioni legali. Consuma dischi, divora libri e accumula biglietti di concerti, per non parlare delle tonnellate di cotone che lavora a maglia.

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