Verginità, ambiguità, opportunità.
Queste tre parole chiave potrebbero riassumere il senso delle vicende raccontate nel graphic novel “L’odore dei ragazzi affamati”, un western anomalo ad opera dei cartoonist veterani Loo Hui Phang – ai testi – e Frederik Peeters – ai disegni edito da Bao Publishing.
La prima è un’eclettica autrice che vanta grande esperienza come sceneggiatrice di fumetti, ma anche sortite anche dietro la cinepresa, come testimonia ad esempio il suo “Panorama”, presentato al Torino GLBT Film Festival Awards del 2008.
Il secondo è un nome celebre nel settore grazie soprattutto a “Pillole Blu”, uscito nel 2001, un delicato racconto praticamente autobiografico della convivenza con la compagna sieropositiva.

Il ragazzo sa come si disegna.

Tornando a “L’odore dei ragazzi affamati”, il mio difficile compito è a questo punto quello di consigliarvelo senza spoilerarvi nulla, visto che la storia riserva molte sorprese.
In breve: la vicenda si svolge in Texas dopo la Guerra di Secessione, dove un anomalo trio composto dal vecchio Stingley, il fotografo Oscar e il giovane galoppino Milton sta conducendo una campagna di esplorazione su ispirazione del Governo mirata a censire le peculiarità del territorio per convincere la gente a trasferirsi nelle nuove lande inesplorate.
Le belle tavole a colori di Peeters restituiscono nitidamente l’esperienza del Selvaggio West, valorizzate anche dal grande formato del volume, ma se pensate di trovarvi davanti a un racconto convenzionale presto dovrete ricredervi, perché gli autori si divertiranno a ribaltare – narrativamente, metaforicamente e visivamente – la vostra prospettiva con l’introduzione di elementi “di disturbo” rispetto a quella narrativa di genere che potreste aspettarvi da un Tex qualunque.

“Uè, ‘qualunque’ a chi???”

“Western surrealista” è la prima etichetta che mi viene in mente. E se parlando di western francofono non può non venire in mente subito il Blueberry del grande Moebius, quando si pensa al western spirituale il pensiero va ad Alejandro Jodorowsky e al suo El Topo. Coincidenza vuole che i due acclamati artisti abbiano collaborato nella celebre serie L’Incal, altro lavoro imprescindibile parlando di classici del fumetto. Mi piace pensare che in qualche modo l’immaginario intessuto da Moebius e Jodorowsky abbia fornito spunti efficaci alla Phang e a Peeters, chiudendo il cerchio.

Alla voce “Western spirituale”

Verginità, ambiguità, opportunità. Ho esordito con queste tre parole chiave, che possono essere utili per decodificare i molteplici livelli di lettura di questa storia.
La verginità è quella di un territorio inesplorato. È quella che racconta di aver perduto Oscar con malcelato compiacimento e un velo di nostalgia e di mistero. È quella che ha ancora Milton.
L’ambiguità si riflette negli sguardi degli indigeni che scrutano da lontano il terzetto. Nei motivi che hanno spinto il fotografo a lasciare Manhattan. Nelle reali intenzioni di Stingley. Negli strani eventi e personaggi che cominciano ad affastellarsi attorno al trio, con i quali Milton sembra avere più di una connessione.
L’opportunità è quella che offre la Frontiera: di ricostruire delle vite perdute come quelle dei tre protagonisti, chi perché non ha più molto tempo, chi perché sta scappando, chi perché non trova posto nella società attuale. Di ricostruire, insomma, una nuova comunità, inebriati dal vento dell’utopia.
È bene tenere a mente quando aprirete il volume che tutti gli episodi che accadono in quest’opera possono essere letti in chiave metaforica e in una scala progressiva che va da quella individuale – la sessualità, le convinzioni – a quella collettiva – l’ambiente, i valori che muovono l’esplorazione. Ne gioverà la comprensibilità del tutto.
Gli autori giocano consapevolmente con il ritmo, alternando azione e momenti lynchiani con dialoghi serrati (un plauso alla traduttrice Maria Teresa Segat, vincitrice del Translation Slam di Lucca Comics & Games) che riescono a tenere sempre vivo l’interesse del lettore anche nei passaggi di più difficile interpretazione.

Ma di che parla, allora “L’odore dei ragazzi affamati”? È l’ennesima tappa di una lunga tradizione del connubio tra fumetto e Selvaggio West, oppure una semplice risposta cartacea a “Brokeback Mountain”? La risposta, come in molti degli spunti posti da questo graphic novel, vi stupirà. E mi viene in mente un’ultima parola chiave: trascendenza.
Dall’identità sessuale, dalla società, dal reale.
Altro non aggiungo, per darvi modo di approcciarvi vergini alla lettura, farvi dubitare sulle ambiguità degli eventi e avere l’opportunità di leggere un grande fumetto.
Verginità, ambiguità, opportunità.
Tutto torna alla fine, visto?

Già la prima tavola metteva le cose in chiaro, in effetti…

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