Tutto è ovviamente partito male con la storia della donna che nasce dalla costola dell’uomo e con quella faccenda della mela tra Eva e Adamo nell’Eden. Tuttavia, sarebbe interessante capire quali siano i passi cruciali di alcune delle più importanti scritture religiose che in questi venti secoli circa hanno influenzato a tal punto la cultura occidentale da portare a una quasi totale emarginazione della donna dal contesto socio-economico. Partiamo dunque dal “presunto colpevole”.

Il primo “maschilista” della tradizione cristiana sembrerebbe sia San Paolo; ellenico ed ebreo, era anch’egli figlio del suo tempo e, in quanto tale, molto probabilmente recitava spesso l’antica preghiera rabbinica «Benedetto sei tu, Signore nostro Dio, re dell’universo, che non mi hai fatto nascere pagano, schiavo o donna».

Oltre a ricordarcelo Virginia Woolf ne Le Tre Ghinee, quando raccontava del capo delle donne coperto dal velo che San Paolo ha posto su di loro, si può osservare da alcune delle sue lettere come il nativo di Tarso non fosse proprio in favore della parità dei sessi.
Come si suol dire, “dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi”:

«Voglio che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio.» (1Cor 11, 3)

«Le donne nelle assemblee tacciano, perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice la legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea.» (1Cor 14,34-35)

 «Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione.» (1Tim 2,9-14).

Certamente San Paolo non è stato il primo della storia a sancire quali fossero i gender roles: tuttavia, con quel “paio” di lettere, è riuscito comunque a gettare le basi di una tradizione che, nel corso dei secoli, ha procurato non pochi problemi alle donne in fatto di ruoli e diritti, sia in ambito religioso che non. I virgolettati sopra, infatti, potrebbero tranquillamente mimetizzarsi in un’ipotetica lista di dogmi della cultura patriarcale.

Inoltre è necessario ricordarsi che San Paolo ha ricoperto un ruolo di rilevante importanza nell’elaborazione della dottrina cristiana: mentre i Vangeli narrano prevalentemente le opere di Gesù, le lettere di San Paolo definiscono i pilastri dottrinali del valore salvifico della sua incarnazione, passione, morte e risurrezione. In parole povere, i suoi scritti costituiscono molti dei fondamenti su cui si basa la religione cristiana come la conosciamo oggi.

Ci sarebbe ancora un dibattito teologico aperto sul fatto che lo stesso San Paolo abbia, attraverso le sue innumerevoli lettere, “influenzato” i ruoli di uomini e donne all’interno della Chiesa. Infatti, nella religione Cattolica, per diventare sacerdote è necessario ricevere l’“Ordine Sacro”, ricevibile da qualsiasi battezzato di sesso maschile, celibe, che abbia compiuto venticinque anni. Le donne, dunque, non potendo ricevere il sacramento rimangono escluse dai compiti previsti dal sacerdozio, ossia amministrare la messa e dare l’Eucarestia, a meno che non abbiano un permesso speciale da parte del sacerdote stesso.

Mille anni dopo San Paolo, è Tommaso d’Aquino ad affermare cosa è giusto che la donna faccia o meno per la Chiesa; in uno dei passi cruciali dei suoi scritti, affermerebbe:

«Ora, il sesso virile è richiesto per ricevere l’ordine […]; perciò se su una donna venissero fatte tutte le cerimonie dell’ordinazione, essa non riceverebbe l’ordine. […] Non potendo dunque il sesso femminile esprimere alcuna eminenza di grado, essendo la donna in stato di sudditanza, è chiaro che essa non può ricevere il sacramento dell’ordine.»

Dunque anche in questo caso alla donna viene negato il sacerdozio; può pregare, ma deve farlo sommessamente poiché si trova in uno “stato di sudditanza” e pertanto deve indossare il tanto propugnato velo, perché, come afferma San Paolo sempre nella sua prima lettera ai Corinzi:

«Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra.»

A questo punto sarebbe opportuno invece interpretare, in base alle testimonianze evangeliche, come Gesù si rapportasse alla donna.
Innanzitutto, bisogna dire che Cristo oltre ai Dodici Apostoli si circondava molto spesso di
donne che, come si può leggere nei quattro Vangeli, lo “servivano”; il verbo servire, però, in questo caso è un “falso amico”: nella concezione dell’epoca, gli unici esseri che potevano stare vicino a Dio erano gli angeli, che avevano proprio il compito di servire il Signore. Ebbene alle donne è stato dato lo stesso compito degli angeli, un compito quindi superiore a quello degli stessi apostoli: esse servono Gesù e sono inviate ad annunciare la sua resurrezione. Infatti, dal Vangelo secondo Giovanni:

« Maria di Magdala andò subito ad annunziare ai discepoli: “Ho visto il Signore!”» (Gv 20,18)

Per questa ragione, nella teologia greca, Maria di Magdala (alias Maria Maddalena) è sempre stata definita come isapostolos, ossia uguale agli apostoli, mentre in quella latina, da cui è scaturita la religione cattolica, è sempre stata definita come apostola apostolorum ossia discepola degli apostoli. Se dunque Gesù molte volte ha dimostrato di dare medesima (se non superiore) importanza alle sue discepole rispetto ai suoi discepoli, perché la tradizione cristiana ha prodotto questo ideale di donna?

La risposta richiederebbe probabilmente anni di studi e diverse lauree in teologia; certo è che la figura femminile è stata probabilmente un po’ distorta dai successori di Cristo, forse a causa della cultura patriarcale già presente prima della sua nascita o forse semplicemente per un pizzico di invidia misogina da parte di chi ne ha scritto in merito.
Ovviamente il Cristianesimo non è certo l’unica religione che ha messo in secondo piano la donna e certamente non gli si può dare tutta la colpa, dato che non ha fatto altro che reiterare quella che era già una cultura maschilista radicata nelle società dell’epoca.
Tuttavia non si può prescindere dalle influenze che la religione ha avuto sulle società in passato, e, probabilmente, se tutte le sacre scritture fossero state interpretate differentemente, vivremmo in una cultura un po’ più paritaria.

In conclusione direi che la religione cristiana, come gran parte delle altre, non è la radice del patriarcato: piuttosto ha funto da amplificatore, sviluppando e propagando quell’ideale patriarcale che magari, nel tempo, sarebbe stato destinato a perire molto prima.

Andate in pace.

Fonti: Vangelo, Lettere di S. Paolo, S. Paolo era Antifemminista?
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