Il 26 luglio scorso il Presidente americano Donald Trump ha twittato la seguente dichiarazione:

“Dopo essermi consultato con i miei generali e gli esperti militari, vi informo che il governo degli Stati Uniti non accetterà né permetterà agli individui transgender di servire in nessuna delle forze armate statunitensi.
Il nostro settore militare deve concentrarsi su vittorie decisive e schiaccianti e non può essere gravato dagli enormi costi medici e dal disordine che comporterebbe avere dei transgender nelle forze armate. Grazie.”

Alla dichiarazione è seguito, il 25 agosto, un memorandum della Casa Bianca al Pentagono, contenente le nuove istruzioni per impedire l’ingresso di soldati transgender nell’esercito e congedare quelli in servizio.
La principale motivazione addotta per giustificare questa decisione sarebbe quindi l’eccessivo costo dei soldati transgender per la spesa pubblica. Eppure la spesa stimata è di 8,4 milioni (ovvero un irrisorio 0,017% dei 50 miliardi di dollari destinati al Dipartimento della Difesa statunitense).
Per avere un ulteriore termine di paragone: secondo la Defense Health Agency lo scorso anno il Dipartimento della Difesa ha speso 41,6 milioni di dollari in Viagra. Cinque volte tanto il “tremendo costo medico” che i soldati transgender infliggerebbero agli Stati Uniti.
Non solo, basandosi sui dati forniti dalle assicurazioni mediche emerge che meno del 2% di essi richiede la transizione medica, che potrebbe potenzialmente interrompere il proprio servizio militare. Ovvero meno del 2% richiede allo Stato di poter eseguire gli interventi di riassegnazione chirurgica durante il proprio servizio, usufruendo della copertura assicurativa e del periodo di malattia.
In quanto al “disordine” o “disagio” presunto è bene ricordare che fino a non troppo tempo fa donne e omosessuali erano esclusi dal servizio nelle forze armate per le medesime ragioni. Non serve confutare un’asserzione che la storia ha già provveduto a smentire.

Uno dei cavalli di battaglia dei sostenitori del ban di Trump è che si stia ingigantendo una questione che riguarda solo pochissimi soldati (devono essere la versione a stelle e strisce dei nostrani “pensiamo alle cose serie anziché a fare gli interessi delle lobby gender”).
Purtroppo è difficoltoso riuscire a fornire dati certi sul numero di soldati transgender attualmente in servizio: uno studio del 2014 condotto dall’UCLA (University of California Los Angeles) parla di 15.500 soldati operativi e 134.300 veterani mentre la Rand Corporation (una think tank a cui nel 2016 il Dipartimento della Difesa ha commissionato una ricerca in merito) stima dai 1.320 ai 6.630 operativi, e dagli 830 ai 4.160 riservisti.
Appare subito evidente la complessità di condurre una statistica di questo tipo; la stessa Rand ha avvertito che le stime devono essere visionate con cautela perché esistono dati molto limitati sulle persone transgender nella popolazione generale e nei militari in particolare. La compagnia suggerisce inoltre la possibilità che molte persone abbiano servito a lungo nelle forze armate mantenendo segrete le proprie identità. Basti pensare che, fino alla sua abrogazione nel 2010, era in vigore una legge conosciuta come “Don’t Ask, Don’t Tell”, una linea politica che impediva ai militari di chiedere o dichiarare il proprio orientamento sessuale e che ha de facto escluso dal servizio le persone apertamente omosessuali e bisessuali. La legge non prendeva nemmeno in considerazione l’impiego delle persone transgender nelle forze armate: il divieto per loro è stato rimosso dal Pentagono appena un anno fa, e solo a patto che avessero effettuato la riassegnazione di genere da almeno 18 mesi. Inoltre, la normativa per consentirne il reclutamento non era stata ancora resa effettiva, avendo subito un rinvio di sei mesi.
Un percorso legislativo lungo e sofferto quindi, che non sembra essere affatto prossimo alla sua conclusione.

Non è il primo scacco che l’amministrazione Trump reca agli individui transgender: era appena trascorso un mese dall’insediamento del nuovo Presidente quando il Dipartimento di Giustizia e Pubblica Istruzione aveva annullato le disposizioni federali riguardanti l’uso dei bagni e degli spogliatoi nelle scuole. La precedente normativa consentiva agli studenti l’utilizzo dei servizi che più rispecchiavano la propria identità di genere, anziché quella riportata sui certificati anagrafici.
In entrambe le circostanze sono state immediate le reazioni delle associazioni per i diritti civili, che hanno intentato ricorsi e organizzato manifestazioni di protesta. A seguito della “messa al bando” dei soldati transgender dall’esercito è stata intrapresa un’imponente azione legale presentata presso più Corti d’Appello.

Inizialmente un gruppo di cinque soldatesse transgender (sostenute dal National Center for Lesbian Rights e GLBTQ Legal Advocates & Defenders) ha fatto causa al Presidente Trump e al Pentagono, depositando la denuncia presso un tribunale di Washington. Sulla scia di questa prima azione, altri procedimenti legali hanno preso il via: a Baltimora da parte dell’American Civil Liberties Union e sempre a Washington dall’organizzazione Lambda Legal and OutServe-SLDN.

Una parte della strategia legale si basa sul fatto che il provvedimento retroattivo di Trump violi il Quinto Emendamento (nella parte in cui sancisce che non si possa testimoniare contro se stessi), poiché ammettendo la propria transessualità i soldati già in servizio avrebbero pregiudicato la prosecuzione del proprio lavoro. Per quanto riguarda le nuove reclute, la legge violerebbe la clausola di Parità di Protezione e la legge di Procedura Amministrativa. Un provvedimento incostituzionale in buona sostanza, fatto questo che i querelanti cercheranno di dimostrare in tribunale nei prossimi mesi.
Rifacendosi al tweet di Donald Trump: forse una delle “vittorie decisive e schiaccianti” per l’esercito americano sarà proprio quella contro il volere del proprio Presidente.

P.s. Se qualcuno se lo stesse chiedendo, in Italia le persone transgender non possono prestare servizio nell’esercito perché la disforia di genere rientra nelle patologie elencate come causa psichiatrica di esclusione.
Nel caso in cui volessimo rifletterci su.

Fonti:
TPI
Forbes
CNN
SkyTG24
Snopes
The Independent
UCLA
Rand Corporation
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