Ve lo ricordate, voi, quando è stata la prima volta che avete sentito parlare dell’Olocausto? Io no.
Però ricordo benissimo la prima cosa che ho pensato, mentre cercavano di spiegarmelo.
Ho pensato che non era possibile, che forse si erano confusi.
Perché quando dici ad un bambino che milioni di persone sono state torturate e uccise, solo perché qualcuno aveva deciso che la loro esistenza era un danno per il mondo… cosa può pensare se non che non abbia senso?

E quando lo pensa, ha ragione.
I monumenti ed i musei sparsi per il mondo, i film e gli spettacoli che continuano ad essere prodotti, le testimonianze dei superstiti, la ricorrenza del 27 Gennaio: tutte queste cose non esistono per trovare un senso a quella violenza devastatrice, ma piuttosto per ricordarci quanto non avesse senso, e per non farcela commettere più.

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Sono sicura che tanti, ascoltando certi racconti e vedendo certe immagini (che per quanto atroci restituiscono quasi nulla dell’orrore che fu), abbiano pensato che il mondo di adesso non sarebbe più capace di una cosa del genere.
Ne sono sicura perché quello è stato il mio secondo pensiero, quando per la prima volta mi hanno spiegato l’Olocausto.
Ci piace tanto credere di essere migliori degli altri; ci piace affermare, quando assistiamo ad atti disumani dalla confortante distanza della storia, che noi non saremmo così. Eppure oggi, mentre ricordiamo il trentennale della morte di Primo Levi, le parole “campo di concentramento” non si leggono solo nel racconto delle atrocità cui lo scrittore riuscì a sopravvivere, ma anche nella cronaca estera.

In Cecenia infatti, almeno un centinaio di uomini sospettati di omosessualità sono stati prelevati con la forza e rinchiusi in un’ex prigione militare segreta poco fuori Grozny, la capitale; qui – secondo testimonianze dirette dei pochi che sono stati rilasciati – vengono tuttora massacrati con pestaggi ed elettroshock, torturati in vari modi, rinchiusi a gruppi di trenta o quaranta in stanze molto piccole. Qualcuno, sembrerebbe, è già stato ucciso.
I loro cellulari vengono esaminati alla ricerca di di altre persone da imprigionare e di prove che ne confermino “l’orientamento sessuale non tradizionale”.
Le prime denunce dell’accaduto sono arrivate dalla testata russa Novaya Gazeta, ma gli aggiornamenti sono pochi e confusi (tuttora non c’è chiarezza sulle circostanze in cui sono iniziati i fatti, né si conosce il numero esatto dei prigionieri) e le organizzazioni che si occupano di diritti civili faticano ad intervenire, perché sia il governo locale sia quello federale (ovvero la Russia) respingono l’attenzione dei media in ogni modo possibile.

“Non si può parlare di qualcosa che non esiste, e gli omosessuali in Cecenia non esistono. Se ci fossero, sarebbero i familiari stessi a mandarli in posti da cui non possono fare ritorno”.
Dicono così.

Immagini risalenti al Gay Pride russo, nel 2015

 

Lo voglio ribadire, per essere sicura che sia ben chiaro: STA SUCCEDENDO ADESSO.
Non lo stiamo leggendo in un libro di scuola, non lo stiamo sentendo in un documentario storico.
Mentre noi siamo qui a fare le nostre cose di tutti i giorni, ad arrabbiarci nel traffico e commentare le foto Facebook degli amici, la storia si sta ripetendo.
Nel giro di qualche anno si è passati da una legge che vieta ogni genere di propaganda omosessuale, a vere e proprie retate, che prelevano con la forza interi gruppi di persone e li rinchiudono in un luogo pensato apposta per sottoporli a trattamenti disumani.
Un piccolo gruppo di potenti sta esercitando un diritto che non ha, eliminando con violenza atroce chi si discosta da un’idea di normalità che non esiste, e chiede al mondo di guardare da un’altra parte. Ancora una volta.

Non sono qui a proporre soluzioni concrete a questa situazione, perché non ne ho i mezzi né le capacità. Però so che ho il potere di chiedere a chi invece li ha di fare qualcosa. Per fortuna o purtroppo, non sono più una bambina incredula.
Tutti, nel nostro piccolo, abbiamo questo potere e dobbiamo sfruttarlo.
Dobbiamo chiedere di conoscere i nomi delle vittime e i volti dei carnefici. Dobbiamo chiedere alle autorità che ci rappresentano di imporsi e dire basta.

Perché il modo in cui ci comporteremo adesso dimostrerà se abbiamo effettivamente imparato qualcosa da tutti quegli inviti a ricordare, se il dolore del passato è servito a qualcosa, se davvero “noi saremmo stati migliori”.

A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.
Primo Levi, Se Questo è Un Uomo

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