Pierre Bergé odiava la nostalgia, i giornalisti di moda e il marketing. Amava le persone di talento, il coraggio e Yves Saint Laurent. Scomparso l’8 settembre scorso, il cofondatore della celebre casa di moda francese si è contraddistinto per il coraggio delle idee, l’immensa cultura e la libertà delle opinioni.

Nato il 14 Novembre 1930 a Oléron, Pierre Bergé lasciò presto la scuola e si trasferì a Parigi ad appena diciotto anni per coronare il suo sogno di diventare giornalista. Uno dei primissimi giorni dal suo trasferimento nella capitale francese, mentre camminava sugli Champs-Élysées e ammirava la bellezza circostante, un uomo si buttò dalla finestra di un palazzo e piombò proprio davanti a lui. Solo nei giorni seguenti apprese dai giornali che quello sconosciuto era in realtà il poeta Jacques Prévert. Un segno del destino, un benvenuto originale, ma premonitore della grandezza che Parigi sarebbe stata in grado di offrirgli: è così che Pierre Bergé interpretò quello strano episodio.

Bergé iniziò presto a lavorare nel mondo della cultura parigina e per quanto, per sua stessa ammissione, la capitale francese non si rivelò ciò che aveva sempre sognato, Parigi lo accolse con affetto dandogli immense opportunità di vita. Tante sono le personalità che incontrò e con cui strinse un’amicizia sincera. Tra queste, Christian Dior. All’epoca Bergé non sapeva nulla di moda: non ne conosceva i retroscena né ne capiva l’importanza. La sua unica certezza era che la moda non fosse arte. Perciò fu in nome dell’amicizia che lo legava a Dior, scomparso l’anno prima, che l’intellettuale accettò l’invito della casa di moda alla presentazione della nuova collezione nel 1958.

Quella però non era una semplice sfilata: a prendere il posto del couturier francese vi era un giovanissimo e timidissimo Yves Saint Laurent, noto fino ad allora come l’assistente di Monsieur Dior. «C’era elettricità nell’aria», disse Bergé anni dopo, ricordando quel giorno. Gli addetti ai lavori e non solo, infatti, attendevano quel momento per conoscere le sorti della celebre casa di moda parigina, ma anche per conoscere quel giovane sarto che in poco tempo aveva conquistato la fiducia di Christian Dior. Furono gli applausi e l’entusiasmo di tutti al termine della sfilata a far capire a Pierre Bergé che Saint Laurent aveva colpito nel segno.

Tre giorni dopo, Bergé fu invitato a cena da una giornalista dell’Harper’s Bazaar. Al tavolo con lui, pochi altri, tra cui appunto Yves Saint Laurent. Da quella sera, i due non si lasciarono più. Compagni di vita e soci nel lavoro, Yves Saint Laurent e Pierre Bergé divennero una cosa sola pur restando separati, ché la fusione non faceva per loro, ma l’unione intensa e salda, quella sì. Saint Laurent disegnava, Bergé si occupava degli affari. Yves creava, Pierre faceva in modo che lo stilista avesse tutto il necessario per farlo. «Un artista non deve essere o sentirsi limitato in alcun modo»: su questo principio si basava il lavoro di Bergé. E mai nessun evento nel corso degli anni riuscì a confondere i ruoli: neppure la rottura nel 1976 impedì loro di continuare a lavorare fianco a fianco, di stimarsi, di fidarsi e – ovviamente – anche di amarsi.

Lungimirante, paziente, accogliente, ma soprattutto capace di governare gli sbalzi di umore del compagno, Pierre Bergé è stato ciò di cui Yves Saint Laurent aveva bisogno per diventare ciò che è stato: un rifugio, una guida, un sostegno specialmente nei momenti più bui. «Tutto quello che io non avevo, ce l’aveva lui», disse infatti Yves Saint Laurent nel 2001, «La sua forza ha significato che io potessi adagiarmi su di lui quando non riuscivo a respirare». I periodi di profonda depressione e dipendenza da alcool e droghe che Yves Saint Laurent attraversò durante la sua vita, i tradimenti dello stilista, i nuovi amori e l’incontro tra Bergé e il paesaggista Madison Cox (che l’imprenditore ha sposato solo a marzo di quest’anno) misero a dura prova la loro relazione, ma non l’intensità del legame; tanto che nel 2008, poco prima della morte dello stilista, i due scelsero di unirsi civilmente con un Pacs.

Del loro amore Bergé ne parla ampiamente nelle lettere che scrisse al compagno dopo la sua scomparsa e che ha raccolto nel libro Lettere a Yves Saint Laurent: «Sono cose impossibili da dire, ai limiti del melodramma, eppure fin dal primo giorno tu e io abbiamo saputo che era per sempre. […] Sì, abbiamo attraversato qualche tempesta e conosciuto dei naufragi ma non abbiamo mai dubitato che fosse per sempre.». E la portata di quel sentimento, ma anche il modo in cui vissero la loro relazione omosessuale fu di ispirazione per molti. Bergé sapeva bene infatti di essere un privilegiato: «Se tu e io abbiamo vissuto in modo normale», scrive ancora in una delle lettere pubblicate, «è perché la nostra sessualità lo era e non avevamo altra scelta. È piuttosto offensivo dire che gli omosessuali fanno una scelta. Sono perfettamente consapevole del ruolo che ho svolto: quando ti ho conosciuto, avevi ventun’anni e non avevi mai vissuto con uomo. Anche se non era facile, ti ho dimostrato che poteva esserlo, che si doveva solo essere onesti. Tuttavia, non dimentico tutti quelli che non possono vivere alla luce del sole, che sono costretti a nascondersi, a fingere per motivi sociali, familiari, professionali. Per loro mi sono impegnato nella battaglia in difesa dell’omosessualità. Noi non ne avevamo bisogno, siamo stati fortunati.».

E di battaglie Bergé ne ha combattute tante: filantropo, attivista e mecenate, fu azionista del canale satellitare sul mondo omosessuale Pink Tv e ha sostenuto l’associazione di lotta contro l’Aids Act-Up Paris, convogliata poi in Sidaction di cui divenne Presidente nel 1996. Impegnato politicamente, ha sostenuto François Mitterrand prima e Emmanuel Macron poi, si è dichiarato favorevole all’eutanasia e in nome della laicità si è schierato contro l’islamizzazione della moda cui aveva assistito negli ultimi anni. Tra i tanti altri traguardi e interessi, ha fondato la rivista Globe, investito nel quotidiano Le Monde in un momento di crisi per il giornale, ha diretto l’Opéras di Parigi e nel 2015 è stato nominato Grand officier de la légion d’honneur.

Amante dell’arte, dei libri, della cultura, fu un collezionista attento e scrupoloso, a tratti maniacale: «C’è chi è paranoico, chi claustrofobico, noi eravamo collezionisti», scrisse Bergé al compagno scomparso. E la collezione che aveva messo su insieme a Saint Laurent assunse un significato doppio e contraddittorio dopo la morte dello stilista: Bergé infatti era arrivato al punto di amare e odiare allo stesso tempo l’essere circondato da tutto ciò che aveva fatto parte della loro vita insieme, ma soprattutto desiderava che quegli «oggetti d’arte» – come li definì lui – iniziassero una nuova vita altrove. Così, in collaborazione con Christie’s, quella che fu definita “la collezione del secolo” venne messa all’asta. Il successo andò oltre le aspettative: con una stima iniziale di 193-274 milioni di euro, l’asta raggiunse il risultato di 373,935,500€ che Bergé reinvestì nella Fondazione Pierre Bergé-Yves Saint Laurent e nella ricerca contro l’AIDS.

La passione per la cultura ha reso Bergé un intellettuale di spicco in Francia e non solo. Formidabile esploratore di sentieri sconosciuti, non ha mai limitato i suoi orizzonti e i suoi interessi, riuscendo sempre a tener fede a un unico, fondamentale principio: la coerenza che genera felicità. «Penso che la felicità sia essere veri con se stessi, esseri coerenti con se stessi. […] Nella vita ci tradiamo e contraddiciamo ogni giorno: io ho provato a non farlo troppo.» E a proposito di coerenza, in un’intervista del 2014, Bergé diede l’unico consiglio che si sentiva in grado di dare: «È quando sei giovane, il più giovane possibile, che devi formarti delle idee reali, batterti per ideali politici, filosofici, religiosi, estetici. Quelle idee devono stare lì, è importante. E su quelle poi puoi provare a costruire qualcosa, tentando di non tradirle mai. Perché anche se sbagli, persino se hai fatto qualcosa di sbagliato, credo che ciò che hai acquisito quando eri giovane ha un’importanza fondamentale.» Tra le tante idee su cui Bergé ha costruito la sua vita vi è di certo il riconoscimento delle funzioni sociali e politiche che hanno l’arte, la musica, la cultura e la letteratura; l’esaltazione dell’onestà e della lealtà; la stima per chi è in grado di rivoluzionare il proprio tempo; la volontà di superare ogni ostacolo. «Proprio perché abbiamo ignorato gli ostacoli», disse a tal proposito Pierre Bergé in occasione del primo anniversario della morte di Saint Laurent, «abbiamo potuto realizzare i sogni più folli. Appunto perché eravamo folli.».

Ed è a quella follia che la moda, l’arte e la cultura di oggi e di domani saranno sempre grate.

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