Il rapporto dell’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni ci dice che negli ultimi anni si è verificato un aumento feroce (parliamo del 600%) delle potenziali vittime di sfruttamento sessuale fra le ragazze che, ogni giorno, raggiungono le coste italiane.

Sono in particolare le nigeriane ad essere esposte al rischio maggiore: il fenomeno riguarda infatti l’80% delle giovani (spesso minorenni) arrivate dalla Nigeria.
Le ragazze presenti sul territorio nazionale sono passate da 1.500, nel 2014, a 11.000, nel 2016, un trend in ascesa che non sembra volersi arrestare. Si parla di “potenziali vittime di sfruttamento sessuale” perché la stima è calcolata attraverso indicatori elaborati sul campo per poter identificare tempestivamente i casi che potrebbero sfociare nella tratta e denunciarli alle autorità competenti, nella speranza di prevenire il crimine.

I colloqui e le interviste realizzati dal Centro per poter redigere i rapporti si sono svolti nei porti di Lampedusa, Porto Empedocle, Augusta, Pozzallo, Messina, Trapani, Palermo, Otranto, Taranto, Brindisi e Reggio Calabria, e nei centri di prima accoglienza del Sud Italia. Queste relazioni patiscono del breve tempo messo a disposizione degli operatori che rende difficoltoso instaurare rapporti di fiducia con le ragazze, spesso spaventate dalle possibili ripercussioni dei trafficanti, provate dal viaggio e intimorite al pensiero di poter essere rispedite nel Paese d’origine.

In un precedente rapporto, stilato fra l’aprile del 2014 e l’ottobre del 2015, l’OIM aveva individuato più di 2mila vittime accertate della tratta e quasi 4mila vittime potenziali.

Ma quanto di quel “potenziali” si verifica realmente? Qual è il rapporto fra l’ipotesi di sfruttamento e la realtà dei fatti? Per rispondere a questa domanda basta paragonare queste cifre con un altro dato: la sola nazionalità nigeriana (non tenendo conto, quindi, delle altre provenienze africane) costituisce il 30% del totale delle prostitute straniere in Italia. Le stime, quindi, per quanto da considerarsi ragionevolmente al ribasso, non paiono “allarmistiche” o “sensazionalistiche” ma tristemente in accordo con quanto si rileva sulle nostre strade ogni giorno.

I “viaggi della speranza”, che attraversano il deserto – prima – e il Mar Mediterraneo – poi – e che fanno tappa da uno a dieci mesi in quell’Inferno che sono i centri in Libia, per giungere dall’Africa in Europa sono costellati di violenze e abusi ai danni delle donne, ma è dopo lo sbarco che inizia l’incubo delle schiave sessuali.
Le loro storie hanno un filo conduttore di dolore e brutalità. Alcune sono costrette sulla strada per estinguere il debito contratto per la traversata, che può raggiungere i 50mila euro. Talvolta vengono cedute dalle famiglie o avvicinate nei villaggi, in particolare nella zona di Benin City sul delta del Niger, da trafficanti che le convincono a raggiungere l’Europa per poter studiare o lavorare. Molte sono le giovanissime alle quali viene detto di dichiararsi maggiorenni, per poi essere sequestrate dai centri di accoglienza per adulti e fatte sparire dalla circolazione per poi riapparire sulle strade della Domiziana – quaranta chilometri fra il Lazio e la Campania che contano un numero impressionante di prostitute minorenni – o nell’hinterland milanese, dove raggiungono il secondo posto per nazionalità.

La loro presenza risponde a una precisa “richiesta di mercato” e il loro corpo diventa una fonte di guadagno sicura per le organizzazioni criminali. Il giro di affari derivante dalla vendita di queste donne raggiunge cifre che arrivano a 228 milioni di dollari l’anno, per un numero di schiave che si aggira intorno alle 4-5mila.

Se si indagano le cause di un numero così alto di ragazze nigeriane non si possono tralasciare due grandi eventi subordinati alle scelte del “Nord del mondo”: la crisi economica della Nigeria negli anni ’80 e il basso prezzo del petrolio.

Nel 1979 il debito nigeriano diventò altissimo e il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale imposero al Paese delle politiche di aggiustamento estremamente restrittive che, conseguentemente alla guerra civile del Biafra terminata nel 1970, ridussero la popolazione in ginocchio. Il clima di povertà, il degrado delle città e l’altissima percentuale di disoccupazione fu terreno fertile per i trafficanti, che riuscirono così ad entrare in contatto con ragazze estremamente povere, disoccupate e con un basso livello di scolarizzazione, facili prede del commercio di esseri umani che da centinaia di anni proliferava in Africa.
A questa situazione si aggiunsero il ribasso del prezzo del petrolio, fra le risorse principali dell’economia nigeriana, tenuto ormai da anni ai minimi storici sui mercati internazionali, e le violazioni dei diritti umani riscontrate nei centri di estrazione, segnalate da anni dalle organizzazioni umanitarie.

Questa profonda crisi economica e sociale della Nigeria ha provocato intensi flussi migratori verso l’Europa: nel primo pentamestre del 2017, su 12.900 arrivi mensili in territorio italiano, il primo posto era costituito da persone provenienti dalla Nigeria, seguiti dal Bangladesh e dalla Costa d’Avorio.
Fra questi, 1.123 donne di cui 534 nigeriane.
Nel caso ci stessimo chiedendo perché sono qui e se abbiamo una qualche responsabilità nella faccenda.

L’età delle ragazze che vengono costrette a prostituirsi sulle nostre strade è in calo, da una media di 15-17 anni a una preoccupante tendenza verso bambine di 13-14.
Finché ci sarà una richiesta simile, questo fenomeno continuerà ad esistere.
Le conclusioni a voi.

Fonti:
Organizzazione Internazionale per le Migrazioni
Osservatorio Diritti
Vita
Corriere della Sera
AGI Agenzia Giornalistica Italia
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