Articolo di Marika Ambrosio

Favole per bambini: la prima porta sul mondo tra sogno e realtà. Tanto belle quanto pericolose. E se si riscrivessero?

Che non sia il caso di rivedere i classici Disney e iniziare a riproporli in chiave più moderna?

È vero che un classico è tale perché ha un suo valore storico e, in questo caso, anche artistico. Le favole Disney hanno segnato l’infanzia di milioni di bambini in tutto il mondo. Ma è ancora opportuno posizionare bambine e bambini davanti al televisore e propinare loro dei cartoni animati così lontani dalla realtà?

Per quanto diverse tra loro, tutte le storie sono legate da una struttura comune: la fanciulla – rigorosamente bella – che si ritrova in situazioni spiacevoli e che, deo gratia, viene salvata dal belloccio di turno.

Per non parlare dell’alto tasso di body shaming presente in queste opere.

Un esempio lo fanno i cattivi, che sono automaticamente anche brutti. Fine della storia (vedi le sorellastre di Cenerentola).

Queste favole sono una delle cause dei pregiudizi e degli stereotipi più diffusi per almeno cinque motivi.

  1. I bravi sono magri e belli.
  2. I cattivi sono brutti.
  3. La donna è solita cadere in sciocchi tranelli e diventare vittima di qualche antagonista (brutto, mi raccomando).
  4. L’uomo (bello!) è colui che salva l’affascinante e tonta donzella.
  5. Lo scopo della vita della donna è il matrimonio. Alla fine si sposano tutti tranne Cappuccetto Rosso, perché altrimenti avrebbero arrestato il cacciatore per pedofilia.

Nessuno si è reso conto, in questi anni, che i bambini sono gli individui che per primi assorbono e recepiscono anche i messaggi più inconsci e li riflettono sulla società.

Già nel 1973, Elena Gianini Belotti aveva affrontato tale argomento in Dalla parte delle bambine. La Belotti sottolinea come, dal punto di vista della formazione delle bambine, le fiabe inculchino certi valori ormai superati e ancora fortemente maschilisti.

Dall’altro lato, anche gli uomini possono pensare che queste fiabe siano ingiuste nei loro riguardi: perché tutte le storie portano il nome delle donne protagoniste? Perché l’uomo è considerato solo come uno “strumento” per il raggiungimento della felicità femminile?

Ciò che disturba di queste storie è la forte presenza di stereotipi, sia in un senso che in nell’altro.

A partire dagli anni ‘90 le tendenze sembrano cambiare. Si pensi, ad esempio, al Re Leone o Aladdin: non solo nel titolo compare, finalmente, il nome di un personaggio di sesso maschile, ma compaiono Jasmine e Nala: personaggi femminili intelligenti e coraggiose.

La Bella e la Bestia (1991) è un altro esempio. Lei ama la lettura e per questo è considerata quasi un’outsider. Bella si sacrifica per il padre dimostrando un enorme coraggio. La Bestia, man mano che la storia procede, mostra una grande evoluzione psicologica: passa dall’essere un personaggio chiuso in se stesso, senza tatto e senza garbo a personaggio sensibile e intelligente.

Il Gobbo di Notre Dame (1996) mostra già una trama più articolata. Probabilmente perché il 34° classico Disney trae ispirazione dal Notre-Dame de Paris di Victor Hugo. Esmeralda è la sola che non veda Quasimodo come un mostro solo perché brutto, e che ne vede la gentilezza d’animo.

Nel film del Gobbo, ciò che spinge Esmeralda a scegliere Febo come compagno, invece di Quasimodo, non è l’aspetto del primo, ma il coraggio mostrato dal cavaliere e la sua disponibilità ad aiutare chi è in difficoltà nonostante gli ordini del crudele Frollo (Febo si butta nelle fiamme per salvare i contadini dall’incendio appiccato dal giudice Frollo; la aiuta all’inizio del film mettendo al tappeto le guardie cittadine; potrebbe arrestarla a Notre Dame, ma sceglie di ignorare l’ordine con la scusa del diritto di asilo).

Molti pensano che alla fine Esmeralda scelga Febo perché è gnocco. Ma, se ci si fa caso, Esmeralda tratta allo stesso modo entrambi gli uomini per poi virare le sue attenzioni su Febo quando Quasimodo, per paura di scatenare le ire del suo padrone, rifiuta di aiutarla. Febo, invece, lo fa perché emotivamente più saldo e perché mosso dal suo senso di giustizia, senza che Esmeranda ne sia fisicamente coinvolta.

E comunque, quando Quasi partecipa alla guerra finale, lei era già cotta di Febo. Per la serie “Quando hai due minuti, ricordati che è troppo tardi”.

In tutto questo, Esmeralda è la zingara che, per prima e da sola, va contro l’autorità dell’uomo che terrorizza Parigi. Anche lei è un segno di forza. E per di più è una mendicante. Viene dallo strato sociale più basso di Parigi.

La storia del Gobbo è ambientata in un periodo in cui REALMENTE i teatranti girovaghi venivano messi a morte per il semplice motivo che erano girovaghi e che facevano un mestiere (il teatro – lei infatti balla e fa l’illusionista, Clopin fa il maniorettista e il trasformista) che non era considerato UTILE, come poteva essere il mestiere del panettiere, per dire.

Nel 2010 Zapatero, in collaborazione con il sindacato degli insegnanti Fete-Ugt, ha lanciato il progetto Educando nell’uguaglianza: quarantaduemila opuscoli distribuiti agli insegnanti che smontano le radici della società patriarcale presente nelle favole.

Il movimento ha proposto la diffusione della novella La principessa differente che, però, non sembra essere l’emblema dell’uguaglianza, poiché presenta un principe quasi umiliato e rifiutato dopo aver offerto il suo aiuto alla protagonista Alba Aurora.

Le favole, spesso sottovalutate perché ritenute semplici racconti per bambini, sono un elemento culturale importante nella società e aiutano a formare il pensiero dei bambini.

È giusto che le favole mantengano la componente fantastica per permettere alle bambine e ai bambini di sognare ancora per un po’, ma è altrettanto giusto fare attenzione a ciò che i bambini leggono e guardano.

Sicuramente non sono solo le favole a divulgare stereotipi, idee maschiliste e il body shaming. Oggi, in particolar modo, i programmi televisivi, le riviste e i reality danno, ad adulti e bambini, esempi del tutto negativi.

Ma si potrebbe azzardare una riscrittura di favole Disney – e non – in una chiave più equa per tutti.

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