La prima volta che sono stato a Londra ero in seconda media, e in tutta la mia vita fu solo in quella occasione che mia madre superò la paura di avere suo figlio di appena dodici anni – da solo! – in una città cosmopolita. In quel caso ci riuscì grazie all’incontenibile soddisfazione di avere in famiglia qualcuno che conoscesse veramente l’inglese. Per molte estati sono stato spedito (e io ne ero ben contento, sia chiaro) a studiare nel paese della Regina Lizzie con una valigia più grossa di me e uno zainetto su cui avevo fieramente disegnato la saetta di Harry Potter.
Nota a margine: vivere lì ha veramente aiutato il mio inglese.
L’ultima volta che sono stato in Gran Bretagna era l’anno delle Olimpiadi invernali. Neanche in quella occasione le continue raccomandazioni di mia madre mi toccarono; «Londra è una città grande, devi fare attenzione!», diceva. Ma ormai ero maggiorenne e la mia unica preoccupazione era farmi nuovi amici e riuscire a far entrare tutto in valigia lasciando un posticino per i superflui souvenir che avrei comprato per gli amici e i parenti che avevo lasciato in Italia. Nella vita non c’è nulla di sicuro, e infatti quell’ultimo viaggio fu tutt’altro che prevedibile. Forse perché, impaurito per l’imminente fine del mondo prevista dai Maya (scusatemi amici), forse perché spesi tutto in festini alcolici con i miei compagni di corso (non giudicatemi), quell’anno tornai con la valigia piena delle cose con cui ero partito e nient’altro. Di tangibile, almeno. Col senno di poi mi stupisco ancora delle esperienze che mi ha regalato la città, quella volta. Esperienze molto più formative di qualsiasi oggetto avrei mai potuto desiderare in una vetrina di Covent Garden. Sebbene fossi nient’altro che un twink sbarbatello alle prese con le prime esperienze (omo)sessuali della mia vita, nel 2012 ero abbastanza grande da apprezzare la multietnica libertà d’espressione sessuale della capitale inglese, non solo rimanendone felicemente sorpreso, ma cercando già allora di studiarne più attentamente i dettagli arcobaleno.

Cosa leggere prima di fare un viaggio a Londra?
La mia inclinazione per i saggi femministi e la narrativa inglese mi ha fatto felicemente inciampare in una delle ultime pubblicazioni di Peter Ackroyd, scrittore e critico letterario che ha dedicato gran parte della sua vita a raccontare Londra e i suoi abitanti con biografie che spaziano da Dickens a Thomas More. Sto parlando di Queer City, edito da SEM e uscito in Italia il 15 marzo 2018. Un saggio che unisce in maniera eccezionale il mondo inglese e quello falsamente platinato di lustrini degli adorabili uranisti protagonisti del racconto; saggio per cui avrei perso la testa anche nel 2012, quando la Londra omosessuale ancora non la conoscevo bene, e che mi avrebbe fatto risparmiare un sacco di tempo nella mia ricerca di informazioni prima di ogni viaggio.

Peter Ackroyd, l’autore

 

Cosa sono i faggots?
Il termine per antonomasia utilizzato oggi per insultare gli omosessuali indicava un tempo le fascine su cui venivano bruciati vivi. Queer City si apre con un capitolo tutto dedicato alla descrizione dei termini che fanno riferimento al mondo LGBT+, da quelli più antichi e oggi in disuso, fino a quelli più moderni; da quelli con accezione positiva, a quelli più controversi (fairy/frocio; pansy/finocchio). L’obiettivo è proprio quello di chiarire il termine ombrelloQueer“, che nella versione italiana è rimasto intradotto, e  rimanda in maniera generale a tutti ciò che va oltre il gender e la dicotomia sessuale maschio/femmina.

Qual è l’obiettivo?
Peter Ackroyd ripercorre la storia più buia e nascosta della capitale inglese e delle città circostanti dalle origini fino ai giorni nostri da un punto di vista esclusivamente omosessuale. O meglio, queer. Quasi come in un’enciclopedia costituita esclusivamente da personaggi storici, Ackroyd inizia il suo racconto partendo della Londra romana, dove l’omosessualità era diffusa e più o meno ben accetta, fino all’arrivo dell’imperatore Costantino, con il quale le pratiche queer e la libera sessualità vennero represse dal suo clero. Prosegue raccontando delle più importanti figure LGBT+ che hanno camminato sul suolo inglese dal Medioevo fino al XXI secolo. Sebbene si concentri senza dubbio sul racconto di uomini gay cisgender, inserisce spesso informazioni su donne, transgender e primitive versioni delle moderne drag queen, di cui poco o nulla è rimasto nella cultura popolare. Dal gladiatore donna ritrovato in Great Dover Street a Long Meg, la ragazza che nel XVI andava in giro vestendosi da uomo, Queer City ripropone con un linguaggio diretto, frizzante e spesso divertente, brevi biografie di tutte queste personalità le cui azioni sono state cancellate dal dominio patriarcale, portando avanti un racconto forse troppo veloce, ma capace comunque di informare il lettore di un passato frammentato e molto spesso vago.

Non è un testo accademico…
Queer City rimane un volume di non-fiction dal chiaro impianto pop che concentra la sua attenzione nella descrizione dei secoli precedenti al XVIII, lasciando in sordina quelli più vicini ai giorni nostri, ma raccontando rapidamente anche i più recenti aggiornamenti legislativi per il mondo LGBTQIA e alcune (poche) toccanti pagine riservate alla crisi dell’AIDS. Anche nei momenti più delicati, Ackroyd sottolinea il destino e la sorte di coloro che fanno parte del mondo queer nelle diverse epoche storiche riuscendo a mantenere una singolare leggerezza nel descrivere le atrocità riservate a coloro che hanno fatto parte della comunità queer.
È volume breve, che salta di secolo in secolo, lasciando poi al lettore la decisione di approfondire questo o quell’argomento, ma riuscendo a dare un’analisi più che dignitosa della storia da un punto di vista esclusivamente arcobaleno.

Londra è sempre stata come la vediamo oggi?
È la domanda che mi sono posto iniziando il mio viaggio in Queer City, e ho ottenuto le mie risposte. Peter Ackroyd ci racconta il modo in cui le cose sono diventate quelle che sono, il modo in cui Londra si è trasformata in una delle metropoli migliori per vivere liberamente la propria sessualità e identità. Nonostante ciò, sono evidenti le battaglie a cui la comunità dovrà ancora far fronte, per un futuro più libero, più equo, più queer.

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