Siamo tutti d’accordo sul fatto che una classe composta da venti ragazzi e una ragazza sia una classe di studenti. Ribaltiamo la situazione: perché una classe di venti ragazze e un ragazzo è sempre una classe di studenti, e non di studentesse? Il problema, in linguistica, si chiama maschile neutro o, più correttamente, maschile inclusivo. Ma di cosa si tratta esattamente?

Tutti noi usiamo la lingua italiana ogni giorno senza però soffermarci più di tanto a riflettere sull’importanza delle scelte linguistiche che effettuiamo, insieme a quelle di tutto il sistema linguistico, per mostrare o celare la rappresentanza femminile. Questo aspetto meriterebbe invece maggior attenzione, in particolar modo in Italia, dove il dibattito sul legame tra lingua e genere è ancora agli esordi e l’implicazione delle parole che usiamo è spesso secondaria al loro stile. Questo vale in particolar modo in ambito istituzionale.

Avrete senz’altro già notato due tecniche utilizzate nella lingua scritta informale per evitare riferimenti discriminatori di genere: mi riferisco all’asterisco (tutt*) e alle forme grafiche (tutti/e). L’asterisco è forse la più comune nella scrittura digitale, mentre le doppie desinenze separate da una barra trasversale sono usate anche in alcuni tipi di documenti e formulari.

Tuttavia, queste tecniche sono sconsigliate in contesti istituzionali e/o ufficiali. Si rischiano infatti problemi di leggibilità e lo stile burocratico ne risente non poco. Sono stati redatti quindi alcuni documenti contenenti linee guida e raccomandazioni su come utilizzare una lingua rispettosa dell’identità di genere anche in ambiti più ufficiali e assicurare la visibilità del genere femminile nella lingua. Due esperte del campo che vale la pena citare sono Alma Sabatini, autrice nel 1987 de Il sessismo nella lingua italiana, e Cecilia Robustelli, collaboratrice dell’Accademia della Crusca.
Entrambe le studiose affrontano il concetto di maschile neutro o inclusivo, trattando cioè dell’utilizzo del genere grammaticale maschile in riferimento a gruppi misti o di cui non si conosce la composizione. È scorretto, però, in questi casi, citando Robustelli, parlare di maschile neutro: «il genere grammaticale maschile è, appunto, maschile, ed evoca esseri maschili. Il genere “neutro” in italiano, a differenza di altre lingue, non esiste. Quando il genere grammaticale maschile viene usato in riferimento a uomini e donne si tratta di una estensione del suo uso ed è più opportuno parlare di “maschile inclusivo”».

Il maschile inclusivo è quindi il termine corretto, ma siamo sicuri che questa forma includa sempre e comunque il genere femminile? Gli studi di Robustelli e Fusco fanno pensare che non siamo solo di fronte a una “semplificazione linguistica”, ma ad un grave problema di tipo culturale che, in alcuni casi, fa sì che l’inferiorità numerica delle donne nella vita sociale o politica si rifletta sulla lingua. Il maschile inclusivo quindi non include, rischia invece di nascondere la componente femminile, dandola per scontata e togliendole visibilità.

Come facciamo pertanto a trovare delle alternative che, senza stravolgerne l’italiano, ci aiutino ad attuare accorgimenti per una lingua non sessista? Riassumendo le principali raccomandazioni esistenti per la lingua italiana, possiamo identificarne due categorie: da un lato abbiamo quelle attuabili tramite formulazioni neutrali (persone invece di uomini); dall’altro abbiamo invece quelle che richiedono l’esplicitazione di entrambi i generi, ovvero la tecnica dello sdoppiamento (uomini e donne). Le due strategie, chiaramente diverse, perseguono lo stesso obiettivo: evitare il dominio del maschile con presunto valore inclusivo. Perciò vanno utilizzate entrambe, scegliendo sempre la tecnica più adatta in base alla necessità del contesto e della tipologia testuale.

Ma perché è importante utilizzare una lingua non sessista?
La lingua è uno strumento importantissimo, utile non solo a comprendersi e trasmettere messaggi, ma anche a veicolare idee, concetti e pensieri. Non solo, la lingua dà forma ai pensieri e descrive il mondo che ci circonda, nonché la società in cui viviamo. L’utilizzo del maschile inclusivo, consapevole o meno, è infatti da ricondurre a questioni culturali e di potere, che non fanno altro che affermare e riaffermare lo status quo patriarcale e maschilista in cui ci troviamo.
Inoltre, è importante utilizzare espressioni rispettose dell’identità di genere per assicurare che non sorgano problemi di referenzialità, ovvero che sia le donne che gli uomini riescano a identificarsi come destinatarie e destinatari del messaggio recapitato. Se parliamo solo al maschile, come facciamo a capire quando un bando di concorso è rivolto sia a uomini che a donne? Credere che le donne debbano sentirsi incluse, senza alcuna specificazione, è solo un altro modo di darle per scontate.

Per concludere, l’unico modo in cui la lingua può davvero cambiare e rispecchiare l’evoluzione della società è attraverso l’utilizzo consapevole che i parlanti ne fanno. Tecniche come lo sdoppiamento possono diventare più comuni solo e soltanto tramite l’utilizzo.
Chi ribatte, in molti casi senza alcun intento sessista, che preoccuparci della rappresentanza delle donne nella lingua non ci aiuterà a raggiungere la parità di genere tenga a mente il concetto di pluralismo strategico.

Secondo questo principio, teorizzato dallo studioso John Baker, il raggiungimento di un obiettivo è possibile solo grazie all’intervento di più persone che agiscono in maniera diversa, su fronti diversi, con priorità diverse, ma sempre in vista di un obiettivo comune.

Ci sono innumerevoli modi per lottare per la parità di genere, scegliete il vostro cammino e seguitelo; ma non dimenticate che uno di questi cammini è proprio la consapevolezza con cui parlate, scrivete e vi esprimete ogni giorno. Non dimenticate che la lotta per la parità di genere parte anche da qui.

Fonti: 
Il sessismo nella lingua italiana (Alma Sabatini, 1987)
Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo (Robustelli, 2012)
No more articles