C’è un acronimo, a molti sconosciuto, che è a lungo stato lasciato fuori dalla discussione sulla parità di genere: STEM. Queste quattro lettere significano SCIENCES, TECHNOLOGY, ENGINEERING and MATHEMATICS (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) e rappresentano quell’area del sapere tradizionalmente associata a un dominio fortemente maschile.

Quando si parla di gender equality e gender gap, infatti, si finisce quasi sempre per trattare l’ormai abbondantemente sviscerato tema della leadership femminile. Si denuncia (giustamente) come la percentuale di donne in posizioni di potere – parte dei consigli di amministrazione delle grandi corporation e che raggiungono ruoli manageriali di alto livello – sia irrisoria in confronto alla controparte maschile, si spiega la portata del fenomeno del glass ceiling e si argomenta – di solito citando Womenomics – quanto un’intera nazione beneficerebbe dall’avere più donne in ruoli chiave della politica, dell’economia, della finanza, ecc. Negli ultimi tempi si sta iniziando però a spostare l’attenzione verso altri settori, a guardare il problema da un altro punto di vista: e se la soluzione non fosse mettere più donne ai vertici, ma attrarre più donne alla “base della piramide”, fare in modo che più donne contribuiscano a costruire le fondamenta del mondo in cui viviamo?

 

Sì, avete letto bene. Si tratta di un notevole ribaltamento di prospettiva – anzi di un totale ribaltamento di prospettiva – quindi, se state assumendo un’espressione corrucciata, scettica e diffidente con tanto di sopracciglia inarcate, è comprensibile. Ma se avrete la pazienza di leggere fino alla fine tutto si chiarirà, e questa strana premessa iniziale non sembrerà poi così assurda.

Lo scorso anno Nicola Palmarini – professore universitario e ricercatore che da anni si dedica allo studio delle nuove tecnologie digitali e del loro impatto sulla vita quotidiana delle persone – ha pubblicato un ambizioso e, proprio per questo, ammirevole libro che, partendo da una ventennale esperienza sul campo, racconta come e perché il complicato rapporto tra donne e STEM dovrebbe essere centrale nel sopracitato dibattito sulla parità di genere. Il volume si chiama Le infiltrate (Egea, 2016), e non è difficile immaginare il perché.

Per citare brevemente un paio di dati, basti pensare che, secondo i numeri diffusi da girlswhocode.com, negli anni ‘80 le donne costituivano il 37% dei laureati in computer sciences, mentre oggi raggiungono a malapena il 18%. Nel libro, inoltre, si legge come allo stesso Politecnico di Milano la percentuale di ragazze iscritte alla facoltà di ingegneria sia fissa da anni al 9%. Anche nel mondo lavorativo la situazione è preoccupante:

Fonte: Vivek Wadha, Farai Chideya, Innovating Women: The changing face of technology, New York, Diversion Books, 2014

 

Il mondo della tecnologia, delle scienze e dell’innovazione sono infatti da sempre dominio incontrastato degli uomini, tanto che le poche donne che si avventurano in questi settori sono viste quasi delle “infiltrate”. Il dato più significativo però, quello che meglio fa capire la natura del problema e dove stia la sua radice, è riassunto in questo grafico:

Fonte: girlswhocode.com

 

Nel periodo dell’istruzione primaria, più della metà delle bambine dimostra una spiccata passione per le STEM, ma questa va gradualmente a dissolversi nel (quasi) nulla col passare degli anni. Il calo più importante di interesse verso le materie scientifiche e tecnologiche avviene durante l’adolescenza – tra i 13 e i 17 anni – per poi subire un ulteriore drammatico tracollo tra le scuole superiori e l’università. Questo progressivo allontanamento la dice lunga su quanto il condizionamento esterno (degli stereotipi di genere, delle aspettative della società, dei genitori e della scuola, per citare qualche esempio) pesi sulla scelta professionale delle donne.
Durante l’infanzia, infatti, i bambini sono mediamente più immuni dal pensare per preconcetti poiché non hanno ancora interiorizzato alcune convenzioni e modelli di comportamento tipici della società adulta (tra cui i ruoli di genere), e per questo motivo le loro scelte e le loro azioni sono dettate esclusivamente da un genuino interesse. Quando invece, crescendo, iniziano a subire l’influenza del pensiero comune le cose cambiano e l’interesse delle ragazze verso questi studi comincia a scemare.

Due sono i principali luoghi comuni che alimentano questo meccanismo, e che spesso vengono usati per dare una spiegazione spiccia alla scarsa presenza di ragazze a una lezione universitaria di fisica quantistica o in una società di sviluppo software:

 

1) LE RAGAZZE NON SONO PORTATE

Il fatto che le donne siano più portate per le materie umanistiche e gli uomini per quelle scientifiche è un puro e semplice pregiudizio. Uno studio condotto nel 2015 da un gruppo di ricercatori dell’Università di Bologna (Tomasetto Carlo, et al. “Parents’ math–gender stereotypes, children’s self-perception of ability, and children’s appraisal of parents’ evaluations in 6-year-olds”. Contemporary Educational Psychology 42, 2015: 186-198), mostra come gli stereotipi di genere propri dei genitori – specialmente delle mamme – abbiano un impatto negativo sul rendimento scolastico delle bambine nelle materie scientifiche.
Ovvero, quando gli adulti ritengono che in media le ragazze siano meno portate per la matematica, le loro figlie si ritengono meno brave degli altri compagni indipendentemente dai risultati effettivamente ottenuti. Questa ricerca mostra come anche i bambini siano comunque esposti al condizionamento degli stereotipi e come questi ultimi agiscano nella loro mente già dall’infanzia.
Tutto ciò crea auto-scoraggiamento e auto-esclusione dal mondo STEM. A questo proposito, Donatella Sciuto, professoressa di Computer Engineering del Politecnico di Milano, nel libro afferma che:

«C’è nelle ragazze una forma di paura, soprattutto verso le ingegnerie più “hard”. […] C’è una percezione di difficoltà talmente forte che sembra non basti nemmeno studiare per poterci riuscire, che sia necessario un “qualcosa”, una specie di misterioso Graal. Qualcosa che le ragazze pensano di non avere. E di fatto si auto-castrano al punto di non voler nemmeno provarci».

Peccato che i risultati sul campo invece suggeriscano tutt’altro. Una ricerca svolta da GitHub, un portale per lo sviluppo di software, mostra come i codici scritti da donne siano mediamente più apprezzati rispetto a quelli scritti da uomini (il 78,6% contro il 74,6%). L’analisi ha preso in esame le pull request (le proposte di modifiche al lavoro altrui, una sorta di peer-review informatica) ricevute da programmatori e programmatrici sui loro progetti e i risultati mostrano chiaramente come l’idea che le donne non siano portate per le STEM sia solamente frutto di uno stereotipo.
Purtroppo però questo studio ha mostrato anche l’altro lato della medaglia: questi numeri sono validi solamente finché l’identità del programmatore è anonima. Ovvero il lavoro delle donne ha più probabilità di essere accettato solo se il genere dell’autrice non è esplicito, e questa purtroppo è una storia già sentita. Ogni epoca ha il suo George Eliot.

 

 

2) ALLE RAGAZZE NON PIACCIONO QUESTE MATERIE

In realtà il grafico qui sopra mostra proprio il contrario: alle bambine le STEM piacciono, anzi piacciono un sacco. Il problema è che, crescendo, non sono incoraggiate a coltivare questo interesse. Spesso sono proprio i genitori a non credere che le materie tecnico-scientifiche possano costituire una carriera auspicabile per le proprie figlie, dunque non le incoraggiano a intraprendere questa strada. Lo stesso discorso vale per il sistema scuola e per le politiche educative statali: anche a livello istituzionale si fa poco o nulla per promuovere il superamento di questo clamoroso gender gap.

Ma ciò che manca più di ogni altra cosa sono dei modelli a cui le bambine possano aspirare. Nonostante lo scarso numero di donne “infiltrate” nel mondo delle STEM, la storia della scienza annovera numerose figure femminili esemplari (di alcune vi abbiamo parlato QUI), ma le loro gesta sono spesso rimaste nell’ombra per ragioni storico-culturali, o comunque non hanno avuto la risonanza mediatica che avrebbero meritato.
Nel suo libro, Nicola Palmarini cita Reshma Saujani, attivista e politica statunitense che nel 2012 ha fondato Girls Who Code, un’organizzazione non-profit che ha come scopo quello di educare le ragazze alle computer sciences. L’obiettivo di Reshma è quello di avvicinare sempre più ragazze al mondo del codice binario e della programmazione, con l’intento di riuscire finalmente a colmare il gender gap nelle STEM. Il progetto coinvolge oggi oltre diecimila ragazze in quarantadue stati USA, ma c’è ancora moltissimo da fare.
Lo scorso febbraio, Reshma ha realizzato anche una bellissima Ted Talk intitolata “Insegnate alle ragazze a essere coraggiose, non perfette“.

 

Il fulcro del suo discorso è stato proprio questo: non stiamo insegnando alle ragazze a credere nel loro potenziale, ad affrontare dei rischi, ma le educhiamo a voler raggiungere un (irraggiungibile) ideale di perfezione. Se esse non sentono di essere arrivate a quel livello auspicato, non si mettono in gioco, e così facendo si privano della possibilità di imparare, di crescere e di dare il loro contributo. I ragazzi, invece, sono spinti fin da piccoli a provare, a “sporcarsi le mani”: non gli si insegna ad aspirare alla perfezione, ma a essere coraggiosi. Questo meccanismo si vede molto chiaramente, per esempio al momento dell’ingresso nel mondo del lavoro: in media gli uomini tendono a candidarsi per offerte di cui soddisfano il 60% dei requisiti richiesti, le donne solo se ne rispettano il 100%. Come ricorda Reshma, però, questo implica una perdita per l’intera società:

«Per essere davvero innovativi non possiamo lasciare indietro metà della nostra popolazione».

È proprio collegandosi a questo concetto che Le infiltrate fa un ulteriore, ma importantissimo, passo. Fin qui, infatti, abbiamo inquadrato il problema e ne abbiamo analizzato le cause, ma a questo punto bisogna rispondere a un’altra domanda: perché dobbiamo aprire questa partita alle donne? Cosa c’è in gioco? Che cosa ci guadagneremmo tutti quanti?
La risposta che Nicola Palmarini ci fornisce è decisamente ambiziosa ma, a parere di chi scrive, è proprio questo il primo motivo per cui questo libro vale la pena di essere letto.

Il punto è che non ci basta una risposta alla Womenomics: se uomini e donne contribuissero allo stesso modo alla forza lavoro, si avrebbe un aumento del prodotto interno lordo globale di 28mila miliardi di dollari entro il 2025, ovvero il +26%.
Bensì, come ci domanda l’autore:

«Che cosa ce ne facciamo di un +26% in un pianeta già soffocato dal suo stesso modello di consumo e autodistruzione? Vogliamo la parità per mantenere lo status quo o per evolvere verso un nuovo modello sociale?».

A questa domanda si ricollega la nostra premessa iniziale: abbiamo davvero bisogno di più donne ai piani alti? La leadership femminile spesso consiste in donne che “si travestono” (in senso figurato) da uomini, giocano alle regole degli uomini e si comportano come gli uomini. Questo perché i modelli su cui si basa la nostra società, la politica e l’economia sono il frutto di ciò che gli uomini hanno costruito nel corso della permanenza umana sul nostro pianeta, sono lo specchio della loro visione.
La storia non ha mai dato alle donne la possibilità di mettere in pratica la loro logica, il loro punto di vista: il potere, per come siamo abituati a considerarlo, è frutto di un paradigma maschile e puntando solamente alla leadership si gioca sempre allo stesso gioco, solo con giocatori diversi.

Se invece riconosciamo che siamo di fronte a un punto di rottura, in cui dobbiamo inesorabilmente fare i conti con lo stato di salute della Terra, con la limitatezza delle risorse energetiche che utilizziamo, con l’esigenza di creare una società e un modello di consumo più equo per tutte le popolazioni e per le generazioni future, allora bisogna trovare un altro modo per risolvere il problema.

Il potenziale sta tutto nelle nuove tecnologie, nel codice binario. Queste sono le basi della piramide, le fondamenta del mondo in cui viviamo oggi. Nel caso non fosse ancora chiaro:
«Il sillogismo è semplicissimo: se la percentuale decisionale delle donne è proporzionale alla loro partecipazione, allora la percentuale di distruzione del pianeta è da attribuirsi in percentuale. E quindi, stando a Fortune 500, la responsabilità dello stato di disastro del pianeta da parte delle donne è del 4,4%. Pertanto agli uomini tocca render conto del 95,6% di quel disastro. Può essere un ragionamento che non porta da nessuna parte se non a renderci conto di quanto poco sappiamo di come potrebbe essere la nostra vita e la vita del pianeta in cui viviamo, delle sfide più vitali come quella dell’ambiente o della lotta al cancro o alla malaria o alle coltivazioni nei Paesi in via di sviluppo, a quelle più banali come comprare un paio di scarpe online, se a giocarle non fossero stati solo dei maschi.»

Perché, in realtà, il luogo comune più grande ancora da sfatare è la diffusa convinzione che fare il programmatore sia un noioso modo per invecchiare in modo poco salubre, respirando l’aria stantia in un anonimo ufficio con le pareti dipinte di grigio e conservando, come unico divertimento per fuggire dalla monotonia del linguaggio macchina, l’hackerare videogiochi.
Nulla di più sbagliato: dietro alle STEM si celano la possibilità di scoprire come si sviluppano le cellule tumorali; di calcolare se noi e i nostri genitori correremo il rischio di sviluppare l’Alzheimer; di permettere di parlare a chi non può farlo, di vedere a chi non ha occhi, di camminare e viaggiare a chi non ha le gambe; di affrontare il problema della riduzione delle risorse naturali, e soprattutto di farlo nel rispetto di tutti gli esseri viventi presenti e di quelli che verranno; di capire come risolvere la carenza di acqua e di cibo; di creare tecnologie più sostenibili. E l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

 

Una ricerca di Forbes ha mostrato come, in riferimento alle imprese etiche e sociali, sui 30 imprenditori under 30 più promettenti del settore 18 sono donne. Più della metà.
Se quindi è vero che in media la sensibilità femminile comporta una maggiore predisposizione a fare imprese di ricaduta sociale, a esplorare altro oltre al successo personale, e se è vero che alle donne interessano più i destini degli altri piuttosto che solamente i propri, allora bisognerebbe spiegare alle ragazze e alle bambine che tutto ciò è realizzabile non solo attraverso le discipline più “tradizionalmente” femminili – come pedagogia, sociologia, psicologia e affini – ma che con le STEM si possono raggiungere risultati che non abbiamo ancora nemmeno immaginato. E non c’è motivo per cui non dovrebbero iniziare adesso a immaginare il nostro futuro, insieme.

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