Stregoni: la musica che scavalca le frontiere e porta i rifugiati sul palco

Con l’obiettivo di dare un suono preciso allo sgretolamento delle politiche europee in materia di immigrazione e diritti umani, Gianluca Taraborelli – già Johnny Mox – e Marco Bernacchia – già Above The Tree – hanno unito le loro forze e i loro animi innovativi e visionari per un progetto musicale inedito, Stregoni.
Gianluca e Marco, che ci hanno rilasciato una lunga e appassionata intervista, sul palco sono di volta in volta accompagnati da musicisti di ogni estrazione sociale e provenienza in un’esibizione che non è un concerto, ma un vero e proprio laboratorio-live di Stregoneria che mischia electro-tribalismo, hip hop, psichedelia, afro e gospel alla musica dei migranti respinti alla frontiera, e che ha permesso di coinvolgere, in Italia ed Europa, più mille richiedenti asilo.

Da dove viene il nome Stregoni?
Il nome è stato dato inconsapevolmente dagli ospiti di un centro che c’è a Trento e si chiama Punto di Incontro, è una sorta di mensa per i senzatetto.
Un po’ di tempo fa mi (Gianluca, N.d.R.) avevano invitato a suonare come Johnny Mox, facevano pranzi domenicali con pomeriggio musicale a seguire; quando mi sono trovato lì ho pensato sarebbe stato bello coinvolgere queste persone senza fare un’esibizione tradizionale, così abbiamo cercato di fare qualcosa di aperto: prima di cominciare mi son fatto dare dal pubblico una sedia e ho iniziato a fare dei ritmi, a loopparli, a fare qualche magia insomma.
Tutti sono rimasti molto colpiti, siamo riusciti a coinvolgerli quasi subito ed alla fine del concerto si sono avvicinati due ragazzi stranieri e ci han detto che eravamo degli stregoni che fanno le magie.
Da lì è rimasto il nome Stregoni, che peraltro si addiceva perfettamente al progetto.

Com’è nato il progetto?
Ci conosciamo già da tempo e volevamo fare qualcosa assieme dedicato a un tema specifico, e volevamo concentrarci sull’immigrazione.
Di fatto sappiamo cosa succede nel Mediterraneo e ai confini del Brennero, a Ventimiglia, ma sappiamo poco di ciò che succede quando arrivano in Italia, così abbiamo deciso di concentrarci su ciò che succede nelle nostre città e da lì è nata l’idea di fare questo progetto, che va un po’ oltre la concezione di band, e progetti legati a una certa sensibilità di fondo, connessa a determinate tematiche quali razzismo e immigrazione.
Volevamo fosse un luogo di scambio e incontro per i richiedenti asilo, il più aperto possibile. Così, semplicemente abbiamo preso contatti passo dopo passo e siamo andati a fare il primo concerto, anzi, il primo laboratorio, in un centro migranti e attraverso la musica abbiamo cercato un contatto con loro.

Come create empatia durante le esibizioni?
I telefoni cellulari sono la chiave di volta. Tutto il progetto ruota intorno a questo oggetto che è sicuramente il più importante oggi nelle nostre vite dal punto di vista della comunicazione, ma è ancora più fondamentale se stai migrando.
Arrivare in Europa senza cellulare è impossibile, con gli smartphone puoi usare il GPS, tieni contatti con casa, addirittura in Africa ci fanno anche i pagamenti.
I telefoni sono scrigni da aprire, ci sono le foto della loro vita a casa, dei loro viaggi, ma c’è anche tantissima musica dalla quale abbiamo deciso di partire per iniziare i laboratori.
Quando arriviamo sul posto ci presentiamo e chiediamo a uno dei ragazzi se ha voglia di far partire della musica dal suo telefono. Ne estrapoliamo un frammento, lo mandiamo in loop e da lì iniziamo a costruire quella che è un’idea, l’inizio di un qualcosa che parte dal background di uno di loro ma che riguarda tutti, e sul quale noi mettiamo percussioni, chitarre, voci… ogni volta ci inventiamo cose diverse!
Questa, secondo noi, è senza nessun tipo di retorica la musica dell’Europa di oggi. È una realtà sporca, contaminata.
Non è che tutti questi ragazzi che arrivano, per esempio, dall’Africa suonano i bonghi e basta, nella maggior parte dei casi ascoltano rap, hip hop, pop…

…le cose che ascoltiamo noi!
Sì! La musica contemporanea non rispecchia l’idea che noi abbiamo dell’Africa o dell’Asia, e certamente alcune persone con le quali abbiamo suonato sono molto legate alla musica tradizionale. Il sound dei concerti cambia molto proprio a partire da chi vi partecipa, da chi fa parte della band. Le melodie le decidono loro, non sono strutturate.
Il cellulare gioca, però, anche altri ruoli chiave: in questi mesi abbiamo raccolto un sacco di indirizzi e-mail, pagine Facebook. Teniamo aggiornati i ragazzi, cerchiamo di tenere traccia di tutto, in modo che, quando avremo realizzato il documentario, glielo mostreremo.
Sempre grazie allo smartphone, capita che a volte, mentre ci stiamo esibendo o stiamo facendo il soundcheck, siamo anche in diretta via Skype con il paese di origine o il fratello di qualcuno.
Ci è capitato di esibirci in una città mentre alcuni ragazzi mi facevano vedere fotografie in cui c’ero io, altrove, con i loro amici.
L’utilizzo del telefono cambia le regole ed accorcia le distanze.

Nella pratica quindi come funziona: vi mettete in contatto con un centro migranti, fissate la vostra presenza lì o in un locale e, arrivati nella città, coinvolgete, improvvisando, i ragazzi che vogliono partecipare?
Esatto. Ciò che in pratica facciamo è mettere in contatto il locale con le associazioni che operano sul territorio e far convergere le due cose. Quindi se suoniamo a Modena, sostanzialmente organizziamo un laboratorio pomeridiano coinvolgendo i richiedenti asilo sul territorio, e la sera c’è il live.
Non vogliamo ripetere il progetto dell’Orchestra di Piazza Vittorio, l’idea di Stregoni è riutilizzare la musica per quello che è: un linguaggio semplice, potente, profondo, che fa entrare in contatto più facilmente.
Sembra una banalità ma la musica è il linguaggio. In poco più di un anno abbiamo suonato con più di mille richiedenti asilo in tutta Europa. Da quando è nato il progetto siamo sempre noi due, in una prima fase abbiamo suonato solo in centri migranti, concerti più chiusi, protetti, mentre adesso spingiamo tanto per suonare nei locali frequentati dagli italiani.
Teniamo molto a non formare una band con un organico fisso.

Contestualizzate il progetto al posto in cui vi esibirete.
Assolutamente sì.
I concerti cambiano da uno all’altro. Ovviamente le cose non sempre funzionano bene, ma, più andiamo avanti, più mi rendo conto di quanto la difficoltà che si può creare sul palco abbia una potenza incredibile: non ci interessa che debba tutto essere musicalmente ineccepibile, ci piace che si veda la fatica che si fa sul palco a capirsi. Tutto ciò rappresenta esattamente ciò che accade in ogni relazione, c’è bisogno di annusarsi, di parlarsi, di fare delle mosse per gradi.
Prima di iniziare spieghiamo al pubblico che non tutto potrebbe funzionare, che non è un concerto normale.
Stregoni dà una soddisfazione incredibile perché stiamo riscoprendo la gioia di sbagliare, la libertà di non capire certe musiche.
E la formula funziona, funziona sempre, permette ai richiedenti asilo di rappresentarsi e valorizzarsi per ciò che sono.
Se uno è senegalese e vuole cantare in dialetto mandingo, o uno è maliano e vuole suonare la cora e si sente a suo agio, va benissimo. Il lavoro che facciamo noi è apparecchiare la tavola per tutti ed evitare che si rompano i piatti, cercare di far stare in piedi la musica quando parte e contenerli: nei locali c’è un limite, ma nei centri abbiamo fatto anche concerti di tre ore. Continuava a salir gente, una cosa travolgente.
Abbiamo imparato a gestire un po’ tutte le situazioni. Succedono delle cose inaspettate e grazie alla forma che abbiamo deciso di dare – tutto il lavoro del progetto è 100% strutturale – ciò che si esibisce sul palco fondamentalmente è una metaband.
La struttura che noi creiamo è importante, ma i contenuti sono sorprendenti: da vedere e da vivere è sempre bello.

Qual è la reazione dei ragazzi quando arrivate e iniziate a coinvolgerli?
È davvero una magia. La musica è presente in tutte le culture, ma forse è solo nella nostra occidentale che è vista come un affare, materia per professionisti; soprattutto in Africa, per via del ritmo, forse, c’è un rapporto più naturale con la musica.
Abbiamo suonato anche con siriani, afghani, pakistani, gente del Libano, non solo africani. Per loro la musica è un linguaggio molto più libero: paradossalmente, per mia esperienza è molto più facile suonare con loro che con un europeo che a un certo punto tende a concentrarsi sul suo ego. Nelle altre culture hanno una concezione della musica molto più corale.
Chiaramente, però, possono partecipare e salire sul palco anche gli italiani!

E le donne migranti? Partecipano?
Abbiamo suonato con poche di loro in proporzione, anche perché le donne che migrano sono di meno rispetto agli uomini.
Abbiamo suonato due volte con ragazze nigeriane: è stato molto difficile, ma anche molto bello e di qualità. Poi, a Copenaghen, abbiamo coinvolto una donna del Libano, la vedrai nel documentario.
Erano 15 anni che non cantava: fin da piccola è stata molto brava nel canto, ma suo padre e i primi due mariti non volevano si esibisse, poi è scappata. È stata una forte emozione, un momento potente e commovente per lei e per noi.

Fate fatica a coinvolgerle a causa del fatto che siano meno intercettabili, che abbiano un retaggio culturale diverso e di conseguenza si espongono meno?
Assolutamente sì, almeno nei casi che abbiamo visto noi, i motivi sono quelli che hai detto.
Le donne non solo sono di meno, ma spesso sono tenute in situazioni protette per il bene loro, della loro salute e dell’ordine pubblico.
Forse avremo la possibilità di fare un laboratorio di sole donne, c’è un’operatrice che ci ha visti all’opera e, con fatica visto l’attitudine e il carattere duro che hanno, vorrebbe organizzare qualcosa.

Qual è la difficoltà maggiore che avete riscontrato in questi mesi?
Forse il fatto che a volte con le persone che hanno bisogno è difficile rimanere neutri, le richieste che arrivano sono di tutti i tipi, bisogna sapere cosa si vuole dare e il significato che si vuole comunicare e trasmetterlo. Da quando abbiamo iniziato, abbiamo dovuto prendere le misure.

Con Stregoni avete girato tanto, in Italia ed in Europa. Quali impressioni vi ha lasciato questo, passatemi il termine, tour?
Abbiamo fatto questo viaggio per vedere la situazione come va, capire cosa fanno queste persone a Milano, Bruxelles, Amburgo, Roma…
In Francia e Belgio è un disastro, un clima pesantissimo acuito dagli episodi di terrorismo, ma forse la delusione più grande è il nord Europa, in cui i richiedenti vengono rinchiusi in questi centri lontani dalle città, quasi ghettizzati.
È una cosa per la quale c’è da vergognarsi. Ci sono paesi ricchissimi che hanno negato loro accoglienza.
La questione dei migranti è una rogna per tutti, nessuno vuole schierarsi perché si perdono voti, c’è un forte immobilismo.
Noi abbiamo dato una connotazione al progetto lontana dalla politica, logo nero con gli aghi, da duri, mai mezza concessione al buonismo.
Anche in Italia non abbiamo trovato ostruzionismo o risposte negative, paradossalmente i ragazzi non percepiscono il razzismo, solo ogni tanto dicono people don’t like us, ma in realtà vedono solo un grande cordone di amore, l’abbraccio dei volontari e della gente che si dà da fare per loro.
Scappano da posti dove la morte è all’ordine del giorno, e ora che sono nei programmi di protezione, l’Europa per loro sembra un luogo positivo dove potrebbero stare bene.
Però, più passa il tempo più si accorgono che per loro non è previsto un posto.

Avete mai pensato di realizzare un EP, un disco?
È tutto fattibile, non c’è un limite a ciò che si può fare con loro, però al momento le priorità sono altre.
Adesso ci stiamo concentrando sul documentario che stiamo realizzando sul progetto.

Quando uscirà?
Ottimisticamente e realisticamente a fine estate. Manca pochissimo per finirlo, siamo molto soddisfatti, sarà molto interessante, al di là del vedere in atto il progetto, trasformare in immagini quanto appena spiegato, nelle interviste ci sono delle storie molto emozionanti.

Con i concerti siete fermi, ora?
Stiamo facendo un po’ meno date perché dobbiamo finire il documentario, ma quest’estate suoneremo ancora.
Quello che vorremmo fare, il nostro obiettivo, è di scomparire dal progetto: è una prospettiva che va oltre l’idea di band e si concentra molto sulla struttura.

Vorreste diventasse un format itinerante?
Sì, stiamo già creando un network di persone, delle sedi distaccate. A Verona per esempio sono già partiti una serie di laboratori e piano piano si renderanno indipendenti.
Vogliamo dare la possibilità ai ragazzi di organizzarsi da loro, usare il logo e il nome del progetto come punto di partenza del loro futuro. Gli forniamo maglie, il logo, tutto. Sentiamo i promoter, fissiamo la data e tutto il cachet finisce a loro.
Il compimento finale sarebbe avere, per dirti, cinque serate di Stregoni in contemporanea in Europa ed in Italia: se diventasse una sorta di franchising, sarebbe la realizzazione perfetta del progetto.
Scomparire e lasciare che diventino loro i protagonisti in modo che possano presentarsi sul palco, davanti alla gente e al territorio, come identità e non come numero.
Già quando ora ci esibiamo, noi ci mettiamo un gradino sotto e li mettiamo avanti, per dargli il loro momento e fargli capire che siamo lì perché vogliamo aiutarli, fargli avere qualcosa.
Questi ragazzi devono essere messi al più presto in condizione di cavarsela, quest’estate ci saranno i primi di loro che usciranno dai programmi di protezione, dove andranno?

Valeria Lucia Passoni
Valeria Lucia Passoni

Redattrice

Sagittario classe 1985, venticinque anni fuori, cinquantadue dentro. ‘Palermo-Milano solo andata’ nel cuore, una laurea in giurisprudenza in Bocconi, una specializzazione in professioni legali. Consuma dischi, divora libri e accumula biglietti di concerti, per non parlare delle tonnellate di cotone che lavora a maglia.

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